La vita vince sul male, Lucia insegna

di Federica Villa
Dopo tre anni dall'aggressione e 18 operazioni, il 22 novembre va in onda il film sul caso Annibali. La giornalista Giusi Fasano ci racconta il passaggio dal libro che hanno scritto assieme alla tivù.

Presentazione del film tv Rai "Io ci sono"In tre anni, 18 operazioni chirurgiche. Per recuperare un volto che non c’è più, sfigurato dall’acido. Da quando nella primavera 2013 Lucia Annibali è stata aggredita dal mandante del suo ex compagno, Luca Varani, la sua storia ha occupato le prime pagine dei giornali per mesu, diventando simbolo delle lotta contro la violenza sulle donne. E, tre anni dopo quell’aggressione che diede inizio alla sua seconda vita, è arrivata anche in televisione. Il 22 novembre va in onda su Rai Uno Io ci sono, la fiction che racconta il periodo di tempo che va dall’aggressione alla rinascita della Annibali, interpretata da Cristiana Capotondi, che si è detta onorata di essere stata chiamata ad interpretare il ruolo di Lucia: «Spero che questo film lo guardino tanti uomini. I nostri fratelli, figli, compagni».

LA VICENDA
La vita di Lucia Annibali è cambiata per sempre il 16 aprile 2013, quando alle 21,30 circa, un uomo incappucciato la aspettava sul pianerottolo di casa, a Pesaro. Quando è arrivata, lui le ha gettato dell’acido solforico sul volto. Nel frattempo, un complice faceva da palo per assicurarsi che nessuno potesse salvarla. Lei, avvocato di 35 anni originaria di Urbino, ha resistito e, poco dopo, è stata ricoverata al centro grandi ustioni dell’ospedale di Parma. L’acido le ha sfigurato il volto e il collo in maniera quasi irreparabile.
Lucia ha saputo fin dall’inizio chi era il mandante dell’aggressione: Luca Varani, avvocato pesarese, suo ex collega e fidanzato. Lo aveva lasciato dopo aver scoperto che lui aveva una relazione con un’altra donna. E le indagini hanno rivelato che Annibali aveva ragione: Varani aveva assoldato due uomini, Altistin Prevcetaj e Rubin Talaban, perché la aggredissero. Lo stesso Varani ha poi ammesso di aver ingaggiato i due per spaventare la donna, ma ha sempre sostenuto che l’ordine fosse un altro: sfregiare con l’acido la macchina di Lucia Annibali. I giudici non gli hanno creduto e, dopo anni di processi, nel 2016 la Cassazione ha confermato la pena per Varani a 20 anni di carcere. Mentre per Prevcetak e Talaban, la reclusione sarà di 12.

AL MINISTERO CON BOSCHI
Dopo l’aggressione, Lucia ha dovuto ricostruire il suo volto e la sua anima. E ha prestato entrambi alla lotta contro la violenza sulle donne, diventando attivista, ma non solo: oggi vive a Roma e dopo la chiamata del ministro Maria Elana Boschi è consigliere giuridico del ministero delle Pari Opportunità, con una speciale attenzione alla violenza di genere. «È una bellissima esperienza per me come donna che ha sofferto e che ha la possibilità di emanciparsi dalla sofferenza anche professionalmente», ha dichiarato.

DAL LIBRO ALLA TIVÙ
I suoi lineamenti si sono evoluti, intervento dopo intervento, così come i suoi racconti, tra libri e televisione. La fiction in onda sulla Rai prende spunto proprio dall’omonimo libro che l’avvocato ha scritto con la firma del Corriere della Sera Giusi Fasano. Per unirle è bastato poco: «Una semplice lettera». I resto è arrivato con lunghe chiacchierate, cominciate in una notte di Capodanno, come ci ha raccontato la giornalista durante una lunga telefonata.

annibali3DOMANDA: Tra lei e Lucia, chi ha cercato chi?
RISPOSTA: Sono stata io a cercare lei. Faccio la cronista, e mentre andavo in giro, raccoglievo per Lucia dei messaggi da avvocati ed esperti. Non mi ero mai occupata personalmente del caso, ma come giornalista, e come persona, mi aveva colpita. Così avevo iniziato ad approfondire, finché non ho deciso di mandarle una lettera. Quando è passato il peggio, e lei è stata in grado di usare gli occhi e tornare a leggere, ha visto cosa le avevo scritto. E, fra i molti giornalisti che si erano fatti avanti, ha scelto me.
D: Non sarà stato facile farsi raccontare una storia del genere.
R: No, soprattutto all’inizio. Vederla ha avuto su di me un impatto fortissimo. Era il periodo in cui Lucia aveva ancora il volto molto compromesso. Era il luglio 2013, e tutti avevano seguito il caso, se ne era parlato moltissimo. Ma un conto è parlarne, un conto averla lì davanti. Mi ha spiazzata.
D: E poi?
R: È stato tutto molto veloce. Lei è una che ha sempre rifiutato di andare dallo psicologo, anche se i vari dottori glielo hanno consigliato più volte. Con me, però, è riuscita ad aprirsi, e – a mio avviso – quest’esperienza le è servita quasi come se fosse una terapia. L’ho invitata da me, per Capodanno. Le ho detto di fermarsi a casa mia sei giorni e dal primo abbiamo iniziato a parlare. Il racconto era veloce e mi ricordo che io scrivevo senza sosta. Poi certo, abbiamo dovuto anche pensare a come rendere la storia in forma di libro, a come portare il lettore avanti e indietro nel tempo perché il racconto ha – ovviamente – il suo cuore nell’aggressione, ma ha anche radici ben più lontane.
D: A cosa vuole dare più risalto il racconto?
R:
Alla rinascita di Lucia, che dice «sono viva e mi sento bella».
D: Perché avete scelto il titolo Io ci sono – la mia storia di «non» amore?
R: È nato un po’ per scelta e un po’ per caso. Lucia è molto propositiva, vuole sempre dire la sua su tutto. Ha una visione positiva delle cose. Ci deve essere, deve partecipare. Il fatto che sia così, fra di noi, era diventato anche un motivo di scherzo. La si prende un po’ in giro proprio per questo suo non volersi mai tirare indietro. Tant’è che volevamo che nel libro emergesse questa cosa. Poi, un giorno, un nostro amico, Giuseppe Donnarumma, comandante dei carabinieri di Pesaro, ha detto:«Ve lo do io il titolo, questo libro si deve chiamare Io ci sono». E quello è stato. La seconda parte, la mia storia di «non» amore, ce l’ho aggiunta io, perché, bisogna dirlo, quella di Lucia Annibali è stata una storia che di amore non ha proprio nulla.
D: In televisione, che cosa cambierà rispetto al testo scritto?
R: Sicuramente abbiamo dovuto mediare. Abbiamo scelto di rendere alcune scene e alcuni episodi meno crudi, meno violenti. Ci siamo dovuti attenere al fatto che la fiction andasse in onda in prima serata e che il pubblico fosse vario. Anche i tempi di narrazione cambiano, quindi abbiamo dovuto mettere a posto molte cose.
D: È stato un lungo lavoro.
R: Sì, rispetto al libro poi, ci è voluto moltissimo. Per questa produzione televisiva abbiamo lavorato due anni. Io ho affiancato la produzione, mentre Lucia, appena poteva, correva dagli attori per dare loro le linee guida.
D: Quali sono gli aspetti della protagonista che Cristiana Capotondi metterà più in luce?
R: Cristiana ha letto tutto il libro e lo sapeva praticamente a memoria. Lo stesso ha fatto con il copione. È stata perfetta. Dopodiché, ha anche parlato molto con Lucia. E per questo credo che sia riuscita a farne trasparire bene tutti gli aspetti. La paura ma poi subito la determinazione. Quindi sia la violenza sia la rinascita, la voglia di rimettersi in gioco, di non farsi schiacciare da tutto quello che le è successo.
D: Come viene trattato invece il personaggio di Luca Varani?
R: Lui è la cattiveria. Il suo personaggio deve saper trasmettere questo sentimento. Ed è stato fondamentale, in questo senso, poter lavorare con un attore bravo come Alessandro Averone. Lui ha un background teatrale e questo ha aiutato molto. Non è facile interpretare una parte del genere, dove devi restituire solo rancore e crudeltà. Ma lui ci è riuscito.
D: Come si può contrastare la violenza contro le donne in situazioni che, al contrario di quella di Lucia, non passano alla storia e in cui non sono coinvolti «mostri»?
R: L’azione deve essere su due livelli. Il primo è quello di carattere generale e deve coinvolgere le scuole. Bisogna far capire ai ragazzi che non è giusto ragionare per stereotipi, che non va bene comportarsi male con le compagne «perché tanto non succede nulla» o che si può fare del bullismo o si possono pubblicare delle immagini «perché quella è una poco di buono». Poi, a livello personale, credo che ognuno di noi abbia sentito, più o meno indirettamente, storie di violenze che hanno riguardato una donna a noi vicina. In questi casi bisogna esporsi e consigliare non solo la denuncia ma anche, nelle situazioni più gravi, prendere l’iniziativa, far sentire la propria voce, offrire il proprio aiuto. Anche se si mette in gioco l’amicizia, non importa, quando si capisce che c’è qualcosa che non va, dobbiamo essere intraprendenti. Tutto parte dalle piccole cose e, se ce ne accorgiamo, possiamo fare la differenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 22-11-2016 04:34 PM


Lascia un Commento

*