Le madri coraggio di Norcia

di Aurora Sansotari
Il sisma di fine ottobre ha devastato il paese. E cambiato le vite dei suoi abitanti. Siamo stati lì, in un centro di accoglienza Anpas, dove due donne ci hanno raccontato le loro storie di paura e speranza.

ITALY-QUAKEArrivati a Norcia, il pensiero ritorna inevitabilmente a quel drammatico 30 ottobre. Gli occhi non sanno bene dove guardare: già all’inizio del borgo, all’esterno della zona rossa, saltano all’occhio i primi crolli. Un grosso stabile residenziale è squarciato a metà. Probabilmente ospitava più di dieci famiglie. E lo scenario non cambia proseguendo oltre. Nei pressi di uno dei centri di accoglienza Anpas, in via Circonvallazione, è l’ora della colazione e qui trovano riparo le decine di sfollati che non vogliono abbandonare un paese che per colpa del sisma ormai non esiste più. Si vedono molte donne con figli al seguito. Mamme che fanno di tutto per ricominciare, seppure con gli strascichi che il terremoto ha scavato nell’anima.

LA FUGA DI TAMARA, CON UNA PROTESI ALLA GAMBA
Tra loro c’è Tamara Caroli: «È stato un calvario. La grande paura è iniziata il 24 agosto, con il terremoto ad Amatrice», racconta questa donna di 41 anni in compagnia della figlia Neda, 16. «Già da quel momento temevamo il peggio. Io e mio marito, sin da subito, ci siamo attrezzati e abbiamo dormito fuori in alloggi di fortuna: in macchina, in tenda e infine nel camper». Il suo volto diventa triste: «Quando c’è stata la scossa del 26 ottobre noi eravamo appena rientrati in casa, dopo giorni in cui dal terrore avevamo letteralmente abbandonato tutto. «Non dimenticherò mai il momento in cui, a un tratto, come in un film, ha iniziato a tremare tutto». Poi il panico: «La prima cosa che pensi è quella di fuggire. In pochi istanti, con la poca lucidità che mi era rimasta, ho preso i miei figli e ci siamo scaraventati fuori. La porta era bloccata, non riuscivo ad aprire. La disperazione ci ha salvati».
Tamara – che ha una protesi alla gamba che riduce la sua mobilità – e la sua famiglia sono stati fortunati. «Ho reagito con tutta la tenacia che avevo per salvare i miei figli». Il loro incubo, però, era appena comunciato, perché alle scosse del 26 ottobre è seguita quella terrificante del 30. Anche in quell’occasione Tamara era in casa per prendere qualche abito e lavarsi il viso dopo lunghe notti insonni trascorse all’aperto. «È stato terribile. Non ho mai sentito nulla del genere; nonostante i miei problemi alla gamba, sono riuscita a saltare anche questa volta e a buttarmi fuori dall’abitazione con tutto il coraggio che avevo. Solo in seguito ho realizzato di essere salva». Ora vive da sfollata senza poter lasciare quel posto così profondamente ferito: «Mio figlio, il più piccolino, è da un familiare in un comune limitrofo. Io, mio marito e mia figlia viviamo in un camper. Ho la fobia dei luoghi chiusi, dei muri che possono crollare da un momento all’altro. E non posso andarmene, perché mio marito lavora in un’azienda locale».

MARIA ELENA, CHE NON VUOLE LASCIARE NORCIA
Sempre nel centro Anpas, non lontana da Tamara c’è Maria Elena Anyosa. Di nazionalità peruviana, è sposata da molti anni con un uomo di Norcia. «Da Lima sono partita alla volta della Francia. La mia destinazione finale doveva essere la Spagna, ma per alcune circostanze mi sono trovata a Roma, dove ho ricevuto ospitalità nella casa dell’allora ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni Oscar Mammì. Mia cugina lavorava per lui. Per un po’ di tempo, così, Maria Elena ha lavorato come volontaria alla Caritas della Capitale prima di trovare un’occupazione fissa a Norcia dove ha conosciuto suo marito. «Ora abbiamo tre figli, tutti minorenni».
Da quel 26 ottobre lei e la sua famiglia sono come nomadi. «Eravamo in casa e improvvisamente, tutto ha iniziato a scuotersi con violenza. Non riuscivamo a tenerci in piedi e con difficoltà ho spinto i miei figli fino alla porta d’ingresso». Ma solo quando Maria Elena l’ha aperta, ha visto di fronte a sé la catastrofe: «La chiesa centrale di Norcia era crollata». L’intercalare si fa più lento, quasi a voler trattenere una lacrima che pure scende dai suoi occhi spenti: «Da quel giorno la nostra esistenza è cambiata. Vivo per la mia famiglia, aspettando qualcosa di nuovo». E il terremoto, ogni tanto, torna negli incubi peggiori: «È stato spaventoso, sembrava di essere in un film di fantascienza. Non è facile descriverlo». Nonostante tutto questo, Maria Elena non riesce a pensare all’idea di lasciare Norcia. Intanto, la tenda dell’Anpas pian piano si svuota. «Inutile rimuginare troppo. Bisogna andare avanti e trovare il coraggio per i nostri figli», conclude. Usciamo e vediamo una donna all’ottavo mese di gravidanza, Valentina. Non vuole parlare: «Lasciatemi in pace, voglio solo vivere dignitosamente», dice.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 10-11-2016 04:45 PM


Lascia un Commento

*