I migranti che ricominciano ai fornelli

di Federica Villa
Arrivati in Italia sui barconi, hanno trovato nella cucina un modo per rinascere. Il 4 novembre inaugura a Venezia Africa Experience, ristorante gestito da ragazzi africani. Perché il cibo unisce. L'intervista.

risotrante_migranti-1C’è chi è partito dall’Afghanistan e c’è chi ha iniziato il suo viaggio dall’Egitto.
Alcuni, per raggiungere l’Italia, ci hanno impiegato qualche mese. Per altri, ci sono voluti anni. In comune hanno una cosa: il cibo. I protagonisti del progetto di experience food di Venezia sono ragazzi arrivati nel nostro Paese come profughi. Qui, hanno trovato nella cucina una seconda opportunità. E, in Laguna, sono già tre i ristoranti – gli Orient Experience – gestiti dal gruppo di migranti. Dalla sera del 4 novembre, a questi, si aggiunge un nuovo locale, dedicato interamente alla cucina africana: Africa Experience. Alla guida del ristorante c’è Hamed Mohamad Karim, un giovane regista afghano scappato dalle persecuzioni dei talebani dieci anni fa e ora mediatore linguistico nel centro di accoglienza minorile di Forte Rossariol. Al suo fianco, i soci Hai Noori, Mandana Goki Nadimi e Samah Hassan El Feky, anche loro migranti scappati dall’Afghanistan, dall’Iran e dall’Egitto. Tutto è cominciato da una festa con buona musica e buon cibo. Poi «si è avverato un sogno», come ci ha raccontato Hamed in quest’intervista.

DOMANDA: Da dove nasce l’idea di realizzare locali gestiti da migranti?
RISPOSTA: È nata dentro al centro di accoglienza per minori in cui lavoro. Lì arrivano ragazzi da Afghanistan, Iraq o Turchia che sono da soli, non accompagnati. Io ho passato la stessa cosa e so quanto sia importante sentirsi in qualche modo accolti.
La struttura che li ospita è bellissima, quindi ho pensato di sfruttare le sue potenzialità e ho iniziato ad organizzarci delle feste. I protagonisti dovevano essere la musica e il cibo perché sono le due cose che uniscono di più. E ho visto che funzionava. Così mi sono detto: «Può diventare qualcosa di più grande, posso avverare un sogno».
D: Come ha fatto a trovare nel cibo un punto d’unione per così tante persone con origini diverse?
R: Ho scelto il tema del viaggio. Cuciniamo qualcosa che ci rappresenta, quindi ho pensato che l’unica cosa che i ragazzi avevano tutti in comune, e che tutti potevano far emergere nei loro piatti, era la tematica del viaggio, di quello che avevano passato per arrivare in Italia. Per alcuni di loro la traversata è durata anche anni. Per esempio, i giovani afghani vengono spesso fermati alle frontiere con la Turchia e qui rimangono molti mesi, senza soldi. Sono costretti a trovare un lavoro, finché non riescono a racimolare una cifra sufficiente per continuare il percorso. Facendoli parlare delle loro esperienze, abbiamo fatto una ricerca per capire cosa mangiavano nel Paese d’origine ma anche nei loro viaggi.
D: E cosa avete scoperto?
R: Che il menù che ne usciva era molto vario. Era un mix. Abbiamo continuato a fare feste dove il cibo era il protagonista e dove loro sperimentavano nuove combinazioni e nuove ricette. Dopodiché siamo diventati una vera e propria azienda e abbiamo aperto i primi ristoranti, gli Orient Express, che si focalizzano di più sulla cucina asiatica.
D: Come mai avete scelto di provare anche con la cucina africana?
R: Perché nei centri di accoglienza ci sono anche tantissimi ragazzi africani, quindi abbiamo pensato che si potesse fare lo stesso percorso che avevamo fatto con gli altri. Così anche con loro abbiamo iniziato a lavorare sul cibo ed è arrivata la possibilità di avere un altro ristorante. Ad occuparcene siamo in 11 soci.
D: Com’è composto il gruppo?
R: I ragazzi africani che faranno parte del progetto li abbiamo scelti con due concorsi in cui gli ospiti dei centri di accoglienza presentavano i loro piatti a studenti e professori dell’Istituto alberghiero Barbarigo di Venezia. Sono stati loro, degli esperti, a giudicare quali piatti meritavano di entrare nel menù. Nella squadra che starà in cucina abbiamo ragazzi dal Gambia, dalla Nigeria, dall’Etiopia e dalla Somalia, oltre che un egiziano. Tutti sono passati da Lampedusa dopo un viaggio che in media dura dai due ai quattro mesi. Ma c’è anche chi è stato in giro due anni prima di arrivare in Italia.
D: Sapevano cucinare prima di arrivare nel nostro Paese?
R: La maggior parte di loro no. Hanno imparato tutto qui, partendo dagli ingredienti base dei loro Paesi, dai ricordi e da quello che hanno vissuto durante il viaggio. Molti non sapevano – e non sanno tutt’ora – l’italiano, ma anche in questo la cucina aiuta. Imparare a dire «cipolla» o «patata» non è difficile e ti aiuta in qualche modo a comunicare con gli altri.
D: Ci saranno anche donne in cucina?
R: Sì, certo. Abbiamo scelto tre donne. Due signore che aiuteranno ai fornelli, una senegalese e una egiziana. E poi in squadra c’è una ragazza etiope che cucina delle specialità che le sono state tramandate dalla mamma.
D: Cosa dobbiamo aspettarci dal locale che ospiterà Africa Experience?
R: Abbiamo puntato su qualcosa che non sia né troppo moderno né troppo antico. Volevamo una via di mezzo, semplice. Abbiamo scelto materiali ecologici e disegni che ricordino il viaggio in mare e il rispetto per l’ambiente. Sulle pareti ci saranno tanti alberi e fiori.
D: Nella pagina Facebook dedicata all’inaugurazione del ristorante avete già quasi 400 adesioni. Sembra che Venezia vi abbia accolto bene. Avete mai avuto problemi ad inserirvi?
R: Credo di avere un buon rapporto con questa città. E non solo io, che sono scappato dal mio Paese da dieci anni, ma tutti quelli che continuano ad arrivare. Per fortuna, non abbiamo mai avuto problemi. Ma Venezia è il mondo, è la porta sull’Oriente. Mi rendo conto che possa essere diversa dal resto dell’Italia.
D: E, proprio in Italia, nelle ultime settimane, ci sono stati episodi di proteste contro i migranti. Lei che cosa ne pensa?
R: Io lo so che qui c’è una situazione difficile. E lo so da quando sono arrivato, da quando parlavo con qualche amico e spiegavo che avevo in mente di aprire un ristorante. Tutti mi dicevano: «Sarà molto difficile». Me lo dicevano perché l’Italia è il Paese con il miglior cibo del mondo. E poi, perché gli immigrati non sono visti bene. Eppure ha funzionato. Per questo preferisco rimanere positivo e pensare che abbiamo trovato il modo giusto di integrarci. Proponiamo una cosa semplice, ma comunicativa. E sono convinto che questa modalità funzionerebbe anche in altre città ed è per questo che puntiamo a espanderci anche in raltà come quella di Roma, di Bologna o di Milano, in futuro. Perché le cose belle, proprio perché belle, piacciono dappertutto.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , Data: 04-11-2016 10:33 AM


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