Se la tolleranza passa da una vignetta

di Lara De Luna
A tu per tu con Takoua Ben Mohamed, disegnatrice e attivista tunisina al suo primo libro, Sotto il velo. Il suo obiettivo? Favorire la multiculturalità: «I fumetti semplificano, le parole complicano».

t«Non esistono culture che non hanno niente in comune, dobbiamo lavorare sui punti di contatto per costruire il dialogo e la convivenza». È la frase di apertura del blog di Takoua Ben Mohamed, graphic journalist, fumettista e attivista politica di origini che persegue da anni un obiettivo più che ambizioso: rendere possibile – nel suo piccolo – la creazione di una società multiculturale. Disegnatrice fin dalla più tenera età e fondatrice del blog Il Fumetto Intercultura, ha presentato a LuccaComics&Games il suo primo libro edito per BeccoGiallo edizioni. Sotto il velo è un viaggio nella vita di una giovane donna musulmana che, come lei stessa ha fatto, sceglie liberamente di portare lo hijab e di vivere la propria religione in modo moderno. Anche ironizzando sui suoi stereotipi.

SALVATA DAI DISEGNI
Quella di Takoua è una voce forte e decisa, che nasce da un’esperienza di vita difficile. Nata in Tunisia nel 1991, sotto la dittatura di Ben Ali e in una famiglia «con numerosi problemi» perseguitata perché non allineata al regime, è approdata in Italia nel 1999 e a soli otto anni si è ritrovata praticamente senza voce. A salvarla fu una passione: «Non avevo iniziato a studiare il francese e non conoscevo l’alfabeto latino», ma attraverso il disegno apprendeva «parole, abbinando i nuovi suoni a ciò che nasceva dalla matita» e con cui insegnava «agli amici le parole corrispondenti in arabo». Un hobby che è diventato vita e carriera per Takoua, che dallo studio dei fumetti come autodidatta, oggi pensa a nuovi libri per «aiutare a comprendere tematiche molto serie», come il terrorismo e gli effetti delle primavere arabe. L’attivismo politico e umanitario sono parte integrante della sua vita.

DOMANDA: Quando ha iniziato a interessarsi a queste tematiche?
RISPOSTA: Due anni dopo il mio arrivo in Italia. Avevo solo dieci anni quando caddero le Torri Gemelle e improvvisamente nella comunità che ci aveva accolti con tanto calore qualcosa cambiò. Ero piccola e non portavo il velo, ma le mie sorelle sì e nessuno le guardava più nello stesso modo. Fu uno spartiacque violento e nacque in me il bisogno prepotente di capire cosa stesse succedendo attorno a me. Entrai per questo, giovanissima, in associazioni che si occupavano di cause umanitarie, nel solco di quanto già fatto dalla mia famiglia.
D: Come è nata l’idea di unire la passione per il disegno alla passione politica?
R: In realtà venne a mio padre. Dopo un po’ di tempo dal mio ingresso nelle associazioni, quando il mio grado di comprensione della realtà era oramai cresciuto, mi suggerì di mettere la mia passione al servizio degli altri. Potevo disegnare delle vignette, disse, per aiutare chi seguiva le nostre conferenze a capire con più facilità momenti storici, terminologie e fatti particolarmente complessi. La trovai un’idea geniale. Che mi cambiò la vita.
D: Dalle vignette per l’associazione curata dalla sua famiglia a un libro, passando per Internet. Quali sono stati i passaggi intermedi?
R: Alla mia formazione grafica ho abbinato lo studio del giornalismo, dei mezzi e dei linguaggi della comunicazione. Camminare su due binari paralleli mi ha guidata fino a quella forma di espressione che mi è più congeniale, il fumetto.
D: Perché il graphic journalism e non il giornalismo tradizionale?
R: Non fa per me: usa un linguaggio troppo complicato e per trattare di queste tematiche c’è un profondo bisogno di semplificare la lingua e le parole. Solo così si possono avvicinare e interessare i più giovani, così come i più disinteressati all’argomento.
D: A proposito di giovani: qual è il modo giusto di sensibilizzarli a tematiche umanitarie e di integrazione, secondo lei?
R: Forse basterebbe rispondere alle loro domande. Porto spesso la mia esperienza e il mio lavoro nelle scuole superiori e medie e percepisco l’interesse dei più giovani, che ha una radice molto specifica: per loro il contesto di multiculturalità è più naturale, gli appartiene. Per questo poi vivono uno scollamento rispetto a quello che vedono in televisione o sentono dire a casa. C’è bisogno di un intervento di comunicazione molto più intensivo in questa fascia d’età.
D: C’è stato un momento fondamentale nella sua formazione?
R: Sì, l’incontro con Renata Pepicelli, docente di Economia e Istituzioni islamiche alla L.U.I.S.S., impegnata su più fronti nello studio del mondo da cui provengo. Quando avevo 14 anni la aiutai traducendo per lei alcune interviste, poi circa due anni fa mi ha contattata di nuovo: stava scrivendo Il velo. Storia, politica, estetica e mi ha chiesto di inserire alcune mie illustrazioni. È stata la mia prima vignetta pubblicata su carta.
D: Nel suo fumetto ci sono dei passaggi particolarmente divertenti. Che peso ha l’ironia nel suo lavoro?
R: Penso sia la chiave essenziale di quello che faccio, ciò che dà senso a tutto. Usare il sorriso permette da un lato di creare connessione con le persone, nel caso ad esempio di vignette su problemi comuni a tutte le donne, e dall’altro smonta il male. Cattiveria e pregiudizio non hanno potere se si scontrano con una risata o con la noncuranza di chi dovrebbe subire.
D: Il fumetto intercultura è un’avventura nata su Internet. Com’è arrivata alla pubblicazione?
R: Avvertivo il bisogno di raggiungere una fetta di pubblico più ampia per quelli che sono i miei obiettivi e progetti futuri. Di confrontarmi con più persone, insomma. Sotto il velo e Il fumetto intercultura restano però parte della stessa avventura, tanto che alcune delle vignette si possono trovare sia sul blog che nel libro.
D: In cosa consistono i suoi prossimi progetti?
R: Ne ho molti, ma sicuramente partirò da due libri che ho già scritto. Uno parla degli effetti delle primavere arabe in Paesi come la Tunisia, del terrorismo, l’altro degli effetti del linguaggio mediatico sulle coscienze di ognuno di noi. Sono temi molto forti e troppo seri perché potessero essere il mio esordio a livello editoriale, non avrei avuto né peso né credibilità. Perché potessero essere compresi, il pubblico doveva conoscermi prima nella mia intimità e potersi fidare di me per capire perché e da quale punto di vista racconto, per esempio, delle torture nelle carceri
D: Lei è immigrata in Italia molti anni fa. Come vede il problema odierno della nostra nazione con i flussi migratori?
R: Quando noi siamo arrivati nel 1999 c’erano già diversi flussi di immigrazione, ma era soprattutto economica e comunque più leggera rispetto a oggi. Penso sia normale che l’italiano abbia paura, capita in qualsiasi società quando si vede arrivare qualcosa di così diverso. La chiave è dare nome e cognome alle persone, alle realtà da cui fuggono, alle loro storie. Solo così l’italiano, o comunque chi accoglie, può immedesimarsi e comprendere. Non può esserci accoglienza a scatola chiusa, senza comprensione.

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Publicato in: Attualità, libri, persone Argomenti: , , Data: 03-11-2016 05:00 PM


Una risposta a “Se la tolleranza passa da una vignetta”

  1. Ned scrive:

    Lei porta il velo ed è libera, sono sicuro che si batterà per le tante ragazze di famiglia musulmana che rischiano la pelle perchè non vogliono il velo

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