Luchino secondo Claudia

di Giovanna Pavesi
I pranzi insieme, i regali, i consigli. Il 2 novembre 1906 nasceva Visconti, uno dei padri del neorealismo italiano: la sua musa Claudia Cardinale ce lo racconta in questa intervista esclusiva.

Luchino ViscontiL’intensità dei pensieri gli disegnava tre solchi, sulla fronte. Concentrato. Preciso. Immobile. Con lo sguardo fisso nella macchina da presa. Era da lì che osservava il mondo, con estrema cura dei particolari. Parlava un perfetto francese, fu assistente di Jean Renoir, a Parigi, e con le sue pellicole contribuì a fare conoscere un frammento di Italia nel mondo.
Maestro elegante e raffinato, Luchino Visconti fu uno dei padri del neorealismo italiano e nei suoi film celebrò il disincanto e la normalità della miseria, da ogni angolazione. Trasformò i volti in icone e con Bellissima, La terra trema e Il Gattopardo cambiò la storia del cinema.
A celebrare i 110 anni dalla sua nascita il 2 novembre 2016 una voce calda ed elegante racconta l’altro volto di Luchino Visconti. «Sono Claudia», dall’altro capo del telefono, dalla sua casa di Parigi, Claudia Cardinale apre uno scrigno di ricordi. Protagonista di quattro suoi film, diva disinvolta, ironica e mite, a LetteraDonna racconta il suo rapporto con il regista italiano: «Fu uno dei più grandi e mi diede un consiglio importantissimo: ‘Ricordati che gli occhi devono dire ciò ce la bocca non dice, e viceversa’. Non l’ho mai dimenticato».

FRANCE-ITALY-CINEMA-CARDINALEDOMANDA: Quindi per Visconti lo sguardo aveva un enorme potenziale. 
RISPOSTA: Sì, per lui gli occhi dovevano rappresentare sempre un po’ un mistero. Questo consiglio l’ho conservato per tutta la vita e pensi che il primo articolo su di me, quando ancora ero una sconosciuta, lo scrisse Pasolini, proprio sullo sguardo misterioso.
D: Che professionista era Luchino Visconti?
R: La sua estrema cultura faceva la differenza: era un uomo molto interessante con cui poter parlare di ogni cosa. Sul set era molto severo e molto preciso: nel 1963 giravo contemporaneamente Il Gattopardo e 8½, di Federico Fellini, e i due non potevano essere più diversi, mi creda. Due estremi.
D: In che senso?
R: Con Luchino era come fare teatro, mentre con Federico non c’era copione, era tutto improvvisato (ride, ndr).
D: Com’erano i vostri incontri?
R: All’epoca vivevo sulla Salaria, sulla stessa strada dove viveva anche lui: ricordo che passavamo molto tempo insieme, mi invitava spesso a mangiare a casa sua e la cosa più incredibile è che sotto al tovagliolo mi faceva sempre trovare un regalo (ride, ndr).
D: Ad esempio?
R: Cose bellissime, di Cartier, che conservo ancora. Avevo un rapporto stupendo con lui.
D: Ci fu un episodio che la colpì in modo particolare?
R: Sì. Giravamo una scena cruenta di Rocco e i suoi fratelli. Visconti prese il megafono e urlò: «Non mi ammazzate la Cardinale!» (ride, ndr). Da quel momento iniziammo a frequentarci molto: pensi che capitava che guardassimo insieme anche il Festival di Sanremo. E una volta andammo insieme ad un concerto di Marlene Dietrich, facendole una sorpresa.
D: Davvero?
R: Un giorno, a casa sua, notai che su un comodino c’era una cartolina con su scritto «I love you, Luchino». La firma era della Dietrich e quando lei fece l’ultimo concerto a Londra lui mi chiese di accompagnarlo per farle una sorpresa. Arrivammo lì e quando vide Visconti ebbe le lacrime agli occhi.
D: Che cosa lo faceva arrabbiare?
R: Con me non si arrabbiò mai (ride, ndr).
D: Il Gattopardo viene ricordato, a torto o a ragione, come il film che, insieme al fallimento di Sodoma e Gomorra spinse la Titanus ad abbandonare la produzione cinematografica. A riprese finite avevate la percezione di questa svolta imminente?
R: Assolutamente no, anche perché Il Gattopardo fu un film fantastico con un cast incredibile: c’erano attori come Burt Lancaster, un cowboy americano che si trasformava in un principe, c’era Alain Delon.
D: Chi ha raccolto la sua eredità di regista oggi, secondo lei?
R: Non saprei. Io continuo a girare moltissimo e lavoro con giovani registi al primo film, per aiutarli. Trovarne uno soltanto è complicato: ne ho incontrati tanti, straordinari, provenienti da molti Paesi. Però non mi va di dire quale sia il mio preferito.
D: Signora Cardinale, lei ha lavorato con i registi più grandi del Novecento. Per molti di loro è stata una musa. Ne era consapevole?
R: No, assolutamente. La cosa più incredibile è che io non volevo fare cinema (ride, ndr): mia sorella Blanche lo desiderava, non io. Alla fine mi convinse mio padre.
D: Come ci riuscì?
R: Un giorno mi disse che era stufo di ricevere dei telegrammi che mi invitavano a fare quella carriera. Mi disse: «Ora vai e fallo!» (ride, ndr).
D: Che cosa sognava di fare?
R: L’esploratrice: desideravo visitare il mondo, conoscerlo. Con i miei film, in effetti, ci sono riuscita perché ho girato ovunque: dall’Australia al Brasile, fino alla Russia.
D: Che responsabilità comporta essere un’icona del cinema italiano nel mondo come lei?
R: Io sono una persona normale con una vita normale: non ho bodyguard o cose del genere, non amo le persone che si montano la testa. Per fare questo mestiere devi avere molta forza dentro: essere attrice davanti allo schermo ed essere te stessa quando esci dal set.
D: Come due personalità distinte?
R: Assolutamente sì. Pensi che quando lavoravo in America capitava che la polizia mi fermasse e si chiedesse come mai io andassi in giro da sola senza uomini della sicurezza. Non erano molto abituati a questo perché là tutte le attrici giravano accompagnate (ride, ndr).
D: C’è qualcosa della sua carriera di cui si è pentita?
R: No, nessuna, perché per me la cosa più importante è la scrittura, il copione: se non mi piace dico subito di no al film.
D: Da anni si batte per i diritti delle donne. Cosa la fa arrabbiare oggi?
R: Sono ambasciatrice dell’Unesco, mi occupo dei diritti dei bambini in Cambogia, dell’Aids, mi batto contro la pena di morte con Amnesty International e ciò che in questo momento mi fa più male è vedere tanta violenza contro le donne. È davvero orribile.
D: La sua famiglia ha origini siciliane ma lei e i suoi genitori siete nati in Tunisia. Cosa porta con sé del Maghreb?
R: La Tunisia è la mia origine anche se i miei antenati vengono dall’Isola delle Femmine a Palermo. Ora vivo a Parigi: ho scelto questo posto perché la Senna mi ricorda il mare della Tunisia.
D: Ha mai pensato a come sarebbe stata la sua vita oggi se lei non fosse diventata Claudia Cardinale?
R: (Ride, ndr). Secondo me mio padre alla fine ha avuto ragione a spingermi verso questa carriera perché altrimenti non sarei riuscita ad andare dappertutto. Ho avuto la fortuna di continuare a lavorare: fare film è bellissimo, mi creda. L’aspetto meraviglioso della vita di un’attrice è quello di vivere parecchie vite e non soltanto una.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 02-11-2016 05:19 PM


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