Solidarietà senza frontiere

di Matteo Innocenti
Islamic Relief è una Ong che raccoglie fondi destinati alle emergenze umanitarie. Dopo il sisma in Centro Italia, lo ha fatto per aiutare i terremotati. Abbiamo incontrato una responsabile.

islamic relief «Da quando organizziamo La Notte della Speranza questo è il tour più grande, con otto tappe: Bologna, Firenze, Torino, Milano, Padova, Brescia, Verona e Trento, dall’1 all’8 novembre». A parlare è Sara Aslaoui, responsabile amministrativo di Islamic Relief Italia, organizzazione non governativa impegnata nella raccolta fondi per rispondere a disastri ed emergenze umanitarie. Fondata nel 1984 in Gran Bretagna, nel corso degli anni è diventata un’organizzazione sempre più grande, anche grazie al contributo di tanti volontari. In Italia sono centinaia, riconoscibili dalla t-shirt azzurra con il disegno di una moschea. «Ogni serata prevede uno speech di un relatore famoso nel mondo arabo e un concerto con tre cantanti. In questo caso il ricavato sarà usato per aiutare gli orfani siriani. Ma non solo, visto che operiamo in più di 20 Paesi, come la Palestina, oppure africani come Mali, Niger e Somalia».

DOMANDA: L’associazione raccoglie fondi solo per far fronte ad emergenze nei Paesi islamici?
RISPOSTA: No. Ad esempio, dopo il terremoto che ad aprile ha colpito il Centro Italia, ci siamo mossi per portare alla popolazione beni di prima necessità. Ancora adesso stiamo cercando di capire di cosa c’è bisogno, visto che le donazioni stanno andando avanti. E con loro le scosse. Ovviamente ad aiutarci sono soprattutto musulmani, ma dopo il sisma abbiamo avuto tante donazioni da italiani.

Sara Aslaoui.

Sara Aslaoui.

D: Come coinvolgete i volontari di Islamic Relief?
R: La nostra sede è a Milano, ma siamo presenti in tutta Italia. Organizziamo incontri in cui presentiamo le nostre attività e utilizziamo i social. Poi c’è il passaparola: io ad esempio ho conosciuto la onlus grazie ad amici e a Bologna, dove vivevo, ho iniziato come volontaria.
D: L’impressione è che tra i volontari in maglietta azzurra ci siano tantissime ragazze.
R: Vero, sono l’80% del totale. Le donne sono più disponibili a fare volontariato. Forse perché hanno maggiore sensibilità verso le questioni umanitarie e usano il tempo libero per aiutare il prossimo.
D: Le ragazze di Islamic Relief sono tutte musulmane praticanti?
R: Assolutamente no. Tra di loro ci sono anche delle italiane e tante ragazze musulmane che non portano l’hijab, il tradizionale velo utilizzato dalle donne per coprire il capo e le spalle.
D: Lei però lo porta. Le posso chiedere perché?
R: Innanzitutto vorrei precisare che l’hijab non è solo un velo, ma qualcosa che racchiude un’idea più ampia: un abbigliamento nel complesso più modesto, vestiti non aderenti o trasparenti, il lasciare scoperti solo mani e viso. Ma anche una modestia nell’atteggiamento. È soprattutto una scelta personale. Il mio è stato un percorso graduale, infatti ho iniziato tardi a indossare l’hijab, rispetto ad altre ragazze. E con esso mi sono avvicinata alla mia cultura di origine e alla religione islamica.
D: E quali sono le sue origini?
R: Sono nata in Marocco. Ma sono cresciuta in Italia, visto che mi ci sono trasferita insieme alla famiglia quando avevo cinque anni. Ora ne ho 29.
D: Hai mai subito episodi di discriminazione?
R: No, devo dire che sono stata fortunata. Certo, sul bus può capitare di trovare la persona anziana che, quando mi vede, tira a sé la borsetta perché mi vede come una minaccia. Ma io non condanno questo atteggiamento. Anzi, lo capisco.
D: In che senso?
R: A volte penso che, se non fossi io stessa immigrata e musulmana, e se non conoscessi i problemi delle persone che lasciano la propria terra, anche io avrei paura. Questo perché i media presentano certe tematiche come un problema, strumentalizzando la questione. Per forza poi le persone hanno paura del prossimo. Basta pensare a ciò che è successo a Goro.
D: Per lei l’integrazione non è un problema?
R: È così che lo presenta la politica. Comunque non mi piace il termine ‘integrazione’: mi dà l’idea di un individuo che all’interno si deve amalgamare alla massa, assorbendo cultura e tradizioni della maggioranza. Preferisco ‘interazione’, che prevede dialogo e confronto tra le parti, al di là dei pregiudizi, per un arricchimento reciproco. Bisogna aiutare le persone a sentirsi parte della società per ottenere qualcosa, non si può pretendere che le persone abbandonino le loro usanze.

Un momento della Notte della Speranza.

Un momento della Notte della Speranza.

D: E se tra di esse c’è il burqa?
R: In generale sono per la libertà di abbigliamento. Se ci sono ragazze che possono uscire con la minigonna o gli shorts, allora una musulmana dovrebbe poter indossare l’hijab o il burqa. Ma, visto che quest’ultimo non è obbligo religioso, bensì una scelta che le donne fanno in alcuni Paesi islamici, laddove uno Stato non lo accetti per questioni di sicurezza, allora le musulmane si devono adeguare.
D: E per quanto riguarda il burkini?
R: Ho cercato di non seguire troppo la polemica francese sul burkini: da un lato mi faceva ridere e dall’altro stavo male pensando che nel 2016 ci potesse essere una situazione del genere. Se il burkini non è una minaccia per nessuno, perché vietarlo in spazi pubblici come le spiagge?
D: C’è chi lo ritiene un simbolo di sottomissione della donna.
R: Nell’Islam la donna non è sottomessa. Se così fosse, non sarei più musulmana. Certo, può accadere in certe zone, ma non bisogna confondere gli aspetti della tradizione locale con la religione. E poi anche al Sud Italia, fino a poco tempo fa, le donne potevano solo stare in casa e badare ai figli. L’Islam riconosce pari diritti a uomini e donne. Ma non escludo che, a volte, sia lo stesso mondo islamico a interpretare in modo sbagliato il Corano.
D: E lei del Corano quale messaggio vorrebbe trasmettere?
R: Soprattutto in questo periodo, in cui l’Islam è collegato al terrorismo, vorrei arrivasse il messaggio che stiamo parlando di una religione di pace, che prevede il reciproco rispetto dell’altro. Per far passare questo messaggio, servono da una parte lo sforzo dei musulmani, che devono portare il buon esempio, e dall’altra la volontà di andare oltre gli stereotipi. Senza fermarsi ai messaggi strumentali dati dai media.
D: Però la radicalizzazione di giovani musulmani, diventati poi terroristi o foreign fighters, è un dato di fatto.
R: Purtroppo è quello che succede con la creazione di ghetti: l’esclusione porta a radicalizzazione e all’illegalità.
D: Se le dico che Islamic Relief è stata accusata di finanziare i Fratelli Musulmani, cosa risponde?
R: Che siamo una onlus apolitica. E che i nostri legali si sono già mossi per rispondere alle accuse.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 31-10-2016 05:01 PM


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