«Mia nonna, la regina del Soul Food»

di Giovanna Pavesi
Sylvia Woods è stata la cuoca afroamericana più famosa d’America. Nel suo ristorante di Harlem hanno mangiato anche Mandela e Obama. La nipote ci racconta il segreto dei suoi successi.

woods2Un intenso profumo di incenso avvolge le scale della metropolitana. Lontano dalla confusione dei binari e degli annunci, uno scampolo di cielo grigio osserva il lento muoversi di Harlem. Agli angoli delle strade tante bancarelle. Teli bianchi, cavalletti e una schiera di piccole ampolle di vetro. Qualche murales adorna le saracinesche di negozi chiusi ormai da tempo. Anche ad Harlem, le multinazionali hanno lentamente modificato la fisionomia del quartiere. Resistono i negozi di accessori per capelli e la black music, che occupa ogni centimetro quadrato di quelle strade. Da un negozio all’altro, nei campi da basket fino a ristoranti. Ristoranti che portano avanti una tradizione culinaria definita Soul Food (un modo di cucinare speziato che porta con sé ingredienti provenienti dall’Africa, la cui origine ha ormai un secolo).
E proprio nel Malcolm X Boulevard, sulla Lenox Avenue, sorge un tempio di questo tipo di gastronomia: Sylvia’s Restaurant, «The Queen of Soul Food». A fondarlo fu Sylvia Woods – nata nella South Carolina bianca, separatista e razzista degli Anni ’30 – che è stata la cuoca afroamericana più famosa d’America. La regina. Si trasferì a New York poco più che ragazzina, dove iniziò a lavorare come cameriera proprio ad Harlem. Nel 1962 la svolta: insieme al marito decise di acquistare il locale in cui lavorava come dipendente per farne il suo ristorante.
Tutti hanno mangiato lì: Nelson Mandela, Diana Ross, Bill Clinton e Muhammad Alì. Anche Barack Obama, come testimoniano le foto appese alle pareti in cui stava gustando del fried chicken (pollo fritto, ndr), uno dei piatti che Sylvia Woods cucinava meglio. Lei non c’è più dal 2012, quando l’Alzheimer l’ha allontanata dal suo mondo, ma la sua presenza si avverte ancora. Il suo lascito culturale è nelle mani di Tren’ness Woods Black, la nipote: «Mia nonna è stata il mio mentore, mi ha insegnato tutto in termini di business. Era una donna straordinaria», racconta a LetteraDonna.

woods nipoteDOMANDA: Signora Woods Black, perché sua nonna è diventata un’icona?
RISPOSTA: Era una donna molto generosa e ciò che le importava più di ogni altra cosa era rendere felici le persone nel suo ristorante.
D: Come ci riusciva?
R: Intrattenendole, facendole sentire a loro agio, parlando con loro e, soprattutto, cucinando. Le premeva portare nei piatti del cibo delizioso fatto di sapori con cui era cresciuta lei, sua madre e la madre di sua madre.
D: Ci spiega che cos’è il Soul Food?
R: Il Soul Food è il cibo degli afroamericani, figli della diaspora. Il termine«Soul Food», si è fatto conoscere tra il 1959 e il 1960, periodo in cui è diventato molto popolare. La parola «Soul» è molto legata alla musica, allo stile e alla cultura dei neri.
D: Perché sua nonna ne era diventata la regina?
R: (Ride, ndr). Perché fu la prima a portarlo in una grande città, a farlo conoscere, a renderlo popolare restituendolo alla comunità, che dal Sud si era trasferita proprio ad Harlem e che trovava questa cucina molto familiare.
D: Chi furono i suoi clienti?
R: Le persone venivano da tutte le zone di New York. Poi iniziarono ad arrivare da tutti gli Stati Uniti. E, infine, da tutto il mondo. Questo le diede l’appellativo di «Regina». La fu veramente.
D: È considerata una delle più importanti ristoratrici americane, in un periodo in cui essere donna ed essere afroamericana non era esattamente un buon punto di partenza.
R: Sì, sono in molti a credere che il nostro ristorante abbia cambiato l’America. È stata una donna d’affari molto capace, un’imprenditrice attenta al contesto e all’ambiente che la circondavano.
D: Nel vostro locale hanno mangiato tante importanti personalità del Novecento. Che cosa ha significato, per lei, Tren’ness, crescere in mezzo a questi importanti personaggi della storia?
R: Incontrare persone come Mandela o Cassius Clay è una benedizione che ti fa sentire fiera di ciò che hai avuto in eredità, del tuo patrimonio. Sapere che personalità come quelle avevano il desiderio di conoscere mia nonna, di farsi una foto con lei, di assaggiare la sua cucina, come il Presidente Obama, mi ha fatto realizzare che, caspita, io ero sua nipote e ne ero orgogliosissima.
D: Passava molto tempo nel ristorante?
R: Sì. Passava per i tavoli, in mezzo ai suoi clienti, prendendosi cura di loro, dicendo una parola ad ognuno, guardando queste persone negli occhi. Chiunque essi fossero, dal presidente a un senzatetto che non poteva pagare il pasto. Ha sempre trattato tutti allo stesso modo, con infinita dolcezza. Era una donna molto amata, ne ho avuto prova alla sua morte, nel 2012.
D: Cosa intende?
R: Quando se ne è andata ho passato circa due mesi a leggere i post e i messaggi che le persone lasciavano sui social dedicati a lei.
Founder Of Famed Sylvia's Restaurant In Harlem Dies At Age 86D: Qual era il piatto che più le piaceva cucinare?
R: Il fried chicken. Poi adorava preparare il collard greens (cavolo verde, ndr) e i piatti di riso. Ma anche il South Breakfast (un tipo di colazione tipico del Sud, ndr) e il pollo con le salse.
D: Tren’ness, qual era il suo piatto preferito?
R: Nel giorno del Ringraziamento ricordo il suo riso fritto con tacchino. Poi il pollo, le salsicce e il maiale arrosto. Adoravo anche delle salse barbeque che faceva lei, che poi imbottigliava e vendeva.
D: Lei sa cucinare?
R: Sì, ma non mi sento nemmeno lontanamente paragonabile a mia nonna.
D: Sua nonna ha vissuto gli anni della segregazione razziale nel Sud. Le ha mai raccontato episodi legati a quel periodo?
R: Sì. Crescere in un contesto di segregazione non fu affatto semplice. Era complicato andare a scuola o anche solo camminare per strada. Mia nonna si chiedeva perché ai bambini bianchi fosse permesso prendere un autobus e a lei no. Si chiedeva perché questi la prendessero in giro. Era spaventata e non capiva il perché di quei comportamenti. Insieme a sua madre, marciò a Washington D.C. a fianco di Martin Luther King. Non riuscì mai a comprendere i motivi di tanto odio.
D: Cosa rappresentò per sua nonna l’elezione di Barack Obama?
R: (Ride, ndr) Non riusciva a crederci: ne rimase molto colpita, anzi, scioccata direi. Si emozionò a tal punto da commuoversi. Era convinta di non vivere abbastanza per vedere accadere una cosa simile. Ne fu molto felice ma allo stesso tempo ebbe paura.
D: Perché?
R: Temeva che qualcuno potesse fargli del male solo per il colore della sua pelle.
D: Nel 2016 sono stati molti gli afroamericani uccisi dalla polizia. Esistono ancora divisioni tra bianchi e neri negli Stati Uniti?
R: Queste persone, disarmate, sono state ammazzate in un modo orribile. Non avrei mai immaginato di dover assistere ancora a episodi di questo genere: ero convinta che non avremmo più rivissuto le stesse esperienze dei miei nonni, che certe cose facessero parte del passato. Esiste una grande divisione tra i cittadini americani, dettata dall’ignoranza e dalla paura. Per fortuna, però, la maggioranza di noi ha permesso che Obama venisse eletto due volte alla Casa Bianca.
D: Il secondo mandato del presidente Obama si sta concludendo. 
R: Sentiremo molto la sua mancanza È stato un bravo presidente, un simbolo: è bello vedere che una persona che ti somiglia ricopre quel ruolo.
D: Le piace Hillary Clinton?
R: Sono molto contenta che esista la possibilità che una donna possa diventare presidente degli Stati Uniti: il progresso di questo Paese si misura in molti modi. Ci sono tante cose da fare, questa è una nazione molto giovane se la compariamo ad altre: altri Paesi anno già avuto leader donne, ma per noi sarebbe qualcosa di nuovo. Spero davvero venga eletta lei.
D: Magari la prossima potrebbe essere Michelle Obama.
R: Sì, mio Dio, sarebbe stupendo (ride, ndr)! Io amo Michelle: lei è così intelligente, così bella e sono certa che sentiremo moltissimo la sua mancanza.
D: Quanto è cambiata Harlem in questi anni?
R: Molto. Inoltre, da meta per chi si spostava dagli stati del Sud al Nord, oggi è diventata destinazione anche per migranti che arrivano da altri Paesi.
D: Che cos’è Harlem oggi?
R: Una bellissima comunità, incorniciata da magnifiche architetture, palazzi giganteschi, con vetri luccicanti e posti che piacciono alle persone. Ci sono svariate aree verdi, con bellissime piante e fiori di ciliegio. E nuove realtà di business, anche se diventa sempre più difficile rimanere qui: comprare un appartamento, oggi, vuol dire spendere molti dollari.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , , Data: 26-10-2016 03:10 PM


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