«Ilaria? Non ho più forze per lottare»

di Federica Villa
«Sono sola, e l'affetto non mi basta: non credo più nella giustizia». Dopo l'assoluzione di Hassan, parla la madre Luciana Alpi. 22 anni dopo, sono ancora troppe le ombre sul delitto. L'intervista.

>>>ANSA/ILARIA ALPI: ASSOLTO HASSAN, E' STATO IN CARCERE 16 ANNIDa 16 anni Hashi Omar Hassan era incarcerato con l’accusa di omicidio.
Ma il 19 ottobre, la Corte d’appello di Perugia l’ha assolto «per non avere commesso il fatto». Hassan era ritenuto l’unico colpevole delle morti della giornalista italiana Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin, avvenute a Mogadiscio il 20 marzo 1994.
La condanna di Hassan prevedeva 26 anni di reclusione, ma dopo la scoperta che la testimonianza che lo inchiodava era falsa, è stata chiesta la revisione ed è arrivata la nuova sentenza. A gioire della decisione è anche la famiglia Alpi, da sempre convinta che Hassan non c’entrasse nulla e che fosse una delle (tante) pedine usate per insabbiare la vicenda.

OMBRE E DUBBI
Quel 20 marzo 1994 Ilaria Alpi si trovava a Mogadiscio per il Tg3. Lavorava in Rai dal 1990, quando aveva vinto il concorso ed era stata assegnata agli Esteri. Era in Somalia per raccontare gli sviluppi della guerra e la missione che l’Onu aveva deciso di avviare per porre fine al conflitto. Si pensa che, oltre a questo, la giornalista stesse indagando su traffici illegali nel Paese. E sembra che le sue domande e le sue scoperte le siano costate la vita. Un commando di uomini armati ha assalito la vettura su cui la giornalista e il cameraman Hrovatin viaggiavano insieme, e hanno aperto il fuoco. L’uomo è morto subito, Ilaria un’ora dopo.
Al rientro del corpo di Alpi in Italia, non è stata effettuata nessuna autopsia. Sono sparite anche alcune delle cassette che Hrovatin aveva girato in Somalia. E non si sono più trovati neanche gli appunti della giornalista. Il padre di Ilaria, Giorgio Alpi, ha parlato fin da subito di «esecuzione». Le prove sono arrivate nel 1996, quando, riesumata la salma per effettuare nuovi esami, si è scoperto che il colpo che ha ucciso la reporter è stato sparato a bruciapelo (e non da lontano, come si leggeva nelle conclusioni precedenti). Questa tesi verrà smentita da un terzo esame, nel 1998, disposto dai periti Torri e Benedetti.
In quegli anni di indagini e di troppe domande senza risposta, la famiglia Alpi ha continuato a chiedere con insistenza alle autorità di poter vedere un’immagine satellitare statunitense dell’agguato. Ma il file, una volta recuperato, è finito nelle mani del ministero degli Esteri che lo ha classificato come «non utile ai fini delle indagini».

FALSA TESTIMONIANZA
La svolta arriva quando un supertestimone, Ahmed Ale Rage (detto Jelle), riconosce in Hashi Omar Hassan – a Roma per testimoniare sulle violenze dei soldati italiani in Somalia – l’assassino. Assolto in primo grado, Hassan viene poi condannato all’ergastolo in Appello, e a 26 anni in Cassazione. Rage, dopo la prima testimonianza rilasciata durante un interrogatorio, non si presentò in aula a deporre e anzi, fuggì all’estero. La redazione del programma televisivo Chi l’ha visto?, però, è riuscita a rintracciarlo dopo mesi e mesi di investigazioni. E l’ha fatto confessare: gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e così gli promisero denaro in cambio di un nome di un somalo da usare come capro espiatorio. Da qui, la decisione dei legali di Hassan di chiedere la revisione da cui è arrivata l’assoluzione. E quando la Corte si è pronunciata, Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, si è alzata ed è andata ad abbracciarlo: «Perché quel povero ragazzo non era colpevole e noi ce n’eravamo accorti fin da subito», come ha raccontato a LetteraDonna.

Ilaria Alpi: la madre, come se fossero morti di caldoDOMANDA: Voi sapevate che Hasci Omar Hassan era innocente. Perché?
RISPOSTA: Già durante il processo del 1999 io e mio marito, che è mancato sei anni fa, avevamo capito che qualcosa non andava, tant’è vero che l’avvocato decise di non concludere il processo perché noi non eravamo d’accordo sul modo in cui era stato condotto. Quel ragazzo non c’entrava nulla, era un capro espiatorio.
D: Di chi?
R: Di chi non voleva che la verità venisse a galla. Ha resistito 16 anni e adesso finalmente è libero, io sono contenta per lui, ma sono amareggiata per quello che è successo e che succederà ora.
D: Cosa ha intenzione di fare adesso?
R: Non so se continuerò, non so se ce la faccio ad andare avanti. Sono troppi anni che chiedo verità su Ilaria e in cambio ricevo solo bugie e sotterfugi dai poteri forti, quelli che non hanno mai voluto indagare davvero su quello che è successo.
D: Secondo lei cosa è successo quel 20 marzo 1994?
R: Io non posso saperlo, comunque mi sono fatta un’idea. Ilaria quel giorno, poche ore prima dell’omicidio, mi aveva telefonato. Era stanca, pensava di farsi una doccia e che di andare a mangiare. Io le ho chiesto: «Ma quando torni?». Lei mi ha risposto che non lo sapeva, che sperava che facessero restare qualche altro giorno perché doveva finire un lavoro. Dopo due ore m’è arrivata quella chiamata, quella in cui mi dicevano che l’avevano uccisa. Io ero incredula, non mi sembrava possibile. Penso che mia figli abbia ricevuto una telefonata, qualcuno la voleva vedere per darle delle informazioni. E lei s’è precipitata in quella che poi si è rivelata essere una trappola.
D: Sua figlia non aveva paura?
R: No, figuriamoci. Se ne avesse avuta, non avrebbe fatto l’inchiesta. Era la settima volta che Ilaria andava a Mogadiscio. Conosceva bene i luoghi e le persone, aveva tanti contatti con cui parlare, era ben inserita lì. E credo che anche se avesse avuto paura, non l’avrebbe certo detto a noi genitori. Noi eravamo contenti perché la sua professione le piaceva. Chi avrebbe dovuto proteggerla erano i caschi blu, le forze di sicurezza Onu, che erano più di 9 mila in quel momento in Somalia.
D: Quali sono i punti più oscuri della vicenda?
R: Trovo assurdo che il testimone che ha accusato Hassan non sia mai entrato in un’aula di tribunale. Non è mai venuto davanti a noi a dire quello che sapeva. Questo non è un modo normale di condurre un processo.
D: Spera in una riapertura delle indagini?
R: Io chiedo verità, e a marzo saranno 23 anni che cerco di capire quello che è successo. Gli inquirenti, una volta che hanno trovato un colpevole, non si sono più interessati delle nuove prove, dei nuovi elementi che venivano a galla. Hanno lasciato cadere tutto. Così, con il passare del tempo, i punti poco chiari sono diventati impossibili da comprendere.
D: Lei sostiene ci sia stato un depistaggio. Orchestrato da chi?
R: Non so cosa sia accaduto davvero, ma sicuramente gli inquirenti hanno tralasciato delle parti importanti. Credevano di accontentarci con l’escamotage di Hassan. Pensavano che una volta trovato un colpevole ci saremmo arresi. Ma noi siamo persone per bene, e vogliamo il colpevole, chi davvero ha ucciso Ilaria. E non per vendetta, che non mi interessa, io non ho piani per vendicarmi. Ma per avere verità. Forse se avessero fatto entrare in un’aula di tribunale, almeno una volta, il super testimone, avremmo capito qualcosa di più, senza continui sotterfugi e depistaggi. Perché non c’era a Perugia? Perché hanno paura che se parlasse, non si limiterebbe a dire solo che la sua testimonianza era falsa, ma emergerebbero davvero i nomi dei colpevoli, che l’hanno pagato per raccontare bugie.
D: Non venne fatta l’autopsia sul corpo di sua figlia, il motivo ve l’hanno mai spiegato?
R: È stato tremendo. Ilaria ha dovuto subire due riesumazioni. Anche se eravamo noi che soffrivamo di più per queste decisioni. Sono state le scelte degli inquirenti che prima non l’hanno voluta eseguire, poi hanno disposto nuovi esami sul corpo. A Hrovatin l’hanno fatta, invece, perché se ne occupava Trieste. Queste sono le poche spiegazioni che abbiamo ricevuto. Per le indagini sul caso Alpi, si sono susseguiti cinque magistrati, è ovvio che non ci potesse essere chiarezza.
D: Senza aver mai voluto spiegarne i motivi, nel luglio 1997, il procuratore capo di Roma Salvatore Vecchione tolse l’inchiesta al pm Pititto, che l’aveva seguita fino a quel momento, avocandola a sé e al pm Franco Jonta. La decisione arrivò proprio due giorni prima dell’arrivo a Roma dei due testimoni oculari del duplice omicidio, l’autista e la guardia del corpo di Ilaria. Cosa pensa della magistratura?
R: Se questa è la giustizia, io non ci credo più. Come faccio ad avere ancora fiducia? Dovrei essere pazza. Abbiamo fatto di tutto, abbiamo perso la salute. Mio marito se n’è andato disperato, perché non sapeva chi avesse ucciso sua figlia, né per quale motivo. E io sono qua, con la mia bella età. E sono stanca. Se questa è la magistratura, beh, è arrivato il momento di ricordarmi che ho anche una dignità e che la devo salvaguardare. Ho fatto tanto, non m’hanno ascoltata. Voglio solo giustizia. Hanno fatto qualcosa di sconcio, me lo lasci dire. Buttare in carcere un innocente è una vigliaccata. Hassan, povero, durante il processo di primo grado si girava verso di me e mi diceva: «Mamma, io sono innocente». Ma come si fa?
D: Hassan è stato assolto grazie al lavoro dei giornalisti di Chi l’ha visto?. Senza quell’indagine, forse non sarebbe mai potuto uscire di prigione. Secondo lei, che opinione ha la società dei giornalisti?
R: Senza i giornalisti lui non sarebbe mai stato libero. Gli inquirenti non hanno fatto nemmeno questo. Hanno trovato un nome e basta, non hanno indagato. Invece noi dobbiamo molto a Chiara Cazzaniga, la giornalista che ha trovato Rage. Anche chi stava lavorando sul caso sapeva benissimo dove si trovava, ma l’ha lasciato dov’era. Se fosse per gli inquirenti di Roma, non l’avrebbero mai fatto parlare.
D: Ilaria come si era avvicinata a questa professione?
R: Era arrivata prima agli scritti su 6 mila partecipanti al concorso Rai, era entusiasta, e lavorava tantissimo.
D: Che ricordo ha di lei?
R: Era una ragazza meravigliosa, piena di vita. E bravissima. Il suo ricordo è bello, ma ci sono tanta amarezza e delusione per quello che è successo in questi anni.
D: Dal giorno in cui venne assassinata Ilaria, la vostra vita è stata stravolta. Come sono stati questi anni? Chi le è stato più vicino?
R: Sicuramente tutta la mia famiglia, ma in particolare mio marito che ora non c’è più. Vede, noi ci muovevamo all’unisono. Siamo andati dappertutto, anche dai presidenti. Tutti ci dicevano: «Vedrete, adesso faremo qualcosa». Ma nessuno ha mai fatto nulla. Solo l’opinione pubblica mi è stata molto vicina. Ho ricevuto tanti messaggi, supporto. Però non mi basta più, io adesso sono sola.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 21-10-2016 07:00 PM


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