«Con le protesi si cura anche l'anima»

di Silvia Soligon
Tornare in sala operatoria dopo una mastectomia può fare paura, ma ricostruire il seno può aiutare a tornare alla vita di tutti i giorni con maggiore serenità. Ce ne parla il chirurgo Marco Moraci.

Quando non può essere combattuto in altro modo, un tumore al seno può portare in sala operatoria per un intervento di rimozione della ghiandola mammaria. Ciò non significa dover rinunciare alla propria femminilità, anzi: oggi la ricostruzione del seno è parte integrante delle cure. A riportare l’attenzione sul tema è il BRA-Day – la Giornata internazionale per la consapevolezza sulla ricostruzione mammaria – iniziativa in programma anche in Italia per il 19 ottobre. L’evento, giunto ormai alla sua quinta edizione, è promosso dalla Fondazione Beautiful After Breast Cancer, organizzazione fondata dal chirurgo plastico belga Phillip Blondeel. Suo scopo è diffondere informazioni corrette e complete proprio sulla ricostruzione del seno; per questo anche per il 2016 sono stati organizzati incontri a scopo divulgativo in diversi ospedali italiani.

UN AIUTO FONDAMENTALE
Spesso, infatti, le donne che stanno per sottoporsi a un intervento del genere arrivano all’appuntamento con il chirurgo non adeguatamente informate. E non mancano nemmeno i casi in cui si finisce per non rivolgersi affatto a un medico per le paure legate all’idea di dover tornare in sala operatoria. Come ha infatti spiegato a LetteraDonna Marco Moraci, chirurgo plastico e ricercatore presso la Seconda Università di Napoli, «la preoccupazione principale delle donne è che torni ‘il mostro’, la malattia. Ma bisogna tornare alla vita di tutti i giorni e ad essere donne, femminili, a tutti gli effetti». La ricostruzione rappresenta un aiuto fondamentale da questo punto di vista. «Viene sempre prospettata alla paziente, che però in molti casi si trova in un limbo: è molto spaventata, e se non viene adeguatamente supportata si chiude in se stessa, non torna più in ospedale e vive per sempre nella paura, auto-condannandosi all’infelicità cronica quando oggi i modi per ricostruire il proprio corpo e tornare alla vita di tutti i giorni esistono e funzionano molto bene».

PAGA IL SERVIZIO SANITARIO
«Più o meno tutti i casi di mastectomia possono essere seguiti da un intervento di ricostruzione, anche se, chiaramente, ci sono casi più e meno complessi». Un dettaglio, però, non cambia mai: prima di sottoporsi a un intervento di chirurgia ricostruttiva devono trascorrere almeno cinque anni dalla mastectomia. Dopo di che, è il Servizio Sanitario Nazionale a farsi carico della ricostruzione. «Spesso, però, provvede alla ricostruzione chirurgica ma tralascia la cura della cicatrice, che ne ridurrebbe ancora di più la visibilità, un dettaglio estetico piccolo che però per la paziente rappresenta un collegamento con una storia orribile».

SOLUZIONI AD PERSONAM
I modi per ricostruire il seno sono più d’uno. «Se la paziente ha affrontato una radioterapia, che rende i tessuti atrofici, sottili, fibrotici, pieni di cicatrici, molto adesi alla gabbia toracica e alle ossa e quindi non adatti a una protesi, si opta per un lipofilling (cioè un trapianto di grasso autologo) o per la ricostruzione con lembi chirurgici prelevati da altri distretti corporei muscolari o cutanei, quali l’addome o il dorso», spiega l’esperto. Le protesi sono invece indicate nei casi in cui i tessuti sono abbastanza elastici: «Quelle in poliuretano sono più stabili, quindi sarebbero da preferire nei casi difficili in cui mancano i tessuti che dovrebbero fornire sostegno alla protesi. Nelle donne in cui il trofismo cutaneo è piuttosto buono si possono però utilizzare quelle in silicone, che presentano dei vantaggi: ad esempio sono più morbide al tatto, mentre il poliuretano è più rigido».

INNESTI ED ESPANSORI
Anche il percorso di ricostruzione varia da caso a caso, visto che non tutti gli interventi di asportazione del seno sono ugualmente distruttivi. «La tecnica migliore, perché meno menomante, è la rimozione della ghiandola mammaria che risparmia i tessuti cutanei e non lascia cicatrici. In alcuni casi, ad esempio, si può risparmiare il capezzolo». E, chiaramente, meno è demolitivo l’intervento più è facile ricostruire il seno. Quando i lembi cutanei sono piuttosto spessi ed elastici è possibile utilizzare semplicemente un espansore: «Si tratta di una protesi che si può gonfiare gradualmente con l’acqua nei mesi successivi all’intervento in modo da creare una tasca più ampia in cui accomodare la protesi definitiva». Altre volte, invece, bisogna provvedere anche a ricostruire il capezzolo: «In genere si procede sei mesi o un anno dopo l’intervento più grosso e si utilizzano innesti di pelle o di cartilagine. Il risultato finale può poi essere ottimizzato ulteriormente con i tatuaggi areolari, che danno un aspetto molto naturale».

UNA VOLTA PER TUTTE
I casi molto complessi sono quelli destinati a non dare risultati eccellenti, ma comunque sono migliorabili. E se, in genere, nelle donne più giovani che hanno subito una mastectomia monolaterale il seno sano non viene toccato, in alcune pazienti è necessario bilanciare il risultato con un intervento anche su quest’ultimo. «A volte, infatti, il seno sano può essere leggermente cadente, e per renderlo più simile a quello ricostruito si ricorre a un intervento di lifting».
In ogni caso, le protesi utilizzate sono garantite a vita. In particolare, «quella in poliuretano non è fatta per essere rimossa, quindi a meno di complicazioni e se la paziente è soddisfatta del risultato anche dal punto di vista estetico non c’è motivo per sostituirle».

UN APPROCCIO SPECIALE
Il compito del chirurgo però non si esaurisce qui: «Il nostro dovere è non solo ricostruire la paziente dal punto di vista funzionale ma anche curare le cicatrici dell’anima», ha sottolineato Moraci. «Non si tratta di pazienti di chirurgia estetica e l’approccio psicologico deve essere diverso. Non bisogna essere disposti a concedere al cancro neanche il beneficio di una firma, ma cercare di portar via per quanto più possibile gli esiti cicatriziali». Tante volte le pazienti sono uscite dalla malattia oncologica, hanno un seno ricostruito nella forma e nel volume, però c’è qualcosa che comunque le rende infelici: «È un peccato, perché è come abbandonare il percorso a metà».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 19-10-2016 10:27 AM


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