A San Marino l'aborto costa il carcere

di Federica Villa
Si rischiano fino a tre anni, e per praticarlo illegalmente si spendono fino a 2 mila euro. Un diritto negato che disincentiva anche la denuncia di stupri. Viaggio nella Repubblica in cui è ancora reato.

Women hold a banner reading "Abortion" dDue numeri: 153 e 154. Sono quelli degli articoli che, nel codice penale di San Marino, si riferiscono al reato di aborto.
Interrompere la gravidanza volontariamente, nella Serenissima Repubblica, non è permesso. E per chi prova a farlo, la pena prevista è il carcere, con un massimo di tre anni di reclusione. La condanna è prevista non solo per le donne che tentano di sfuggire alla legge, ma anche per i medici che eseguono l’operazione e per eventuali complici. Rimane un’unica soluzione: oltrepassare i confini del piccolo Stato e chiedere aiuto alle strutture ospedaliere italiane. Qui, le pazienti arrivano a spendere circa 2 mila euro fra visite, operazione e controlli: non trovandosi nel loro Paese di residenza, devono pagare tutte le spese sanitarie. «Non se ne può parlare con il proprio medico. Nessun deve sapere, perché diventerebbe complice di un reato. Perciò, ci si confida solo con le amiche più strette, sperando che nessuno ne venga mai a conoscenza. Abortire non è mai una scelta facile, ma in queste condizioni diventa davvero pesante», racconta Francesca Piergiovanni, la coordinatrice di un gruppo di donne di San Marino che da circa un decennio si batte contro il sistema anti-aborto.

TRE CASI DI DEPENALIZZAZIONE (NON ANCORA VALIDI)
Il 20 settembre 2016, la svolta. Anni di battaglie contro uno Stato «conservatore, dove l’influenza della Chiesa si sente molto», come racconta un’altra attivista, Vanessa Muratori, hanno portato il Consiglio Grande e Generale di San Marino (il parlamento) ad approvare tre delle cinque Istanze d’Argento presentate per la depenalizzazione dell’aborto in circostanze particolari. La depenalizzazione sarà concessa per gravi rischi di salute della madre, per donne vittime di violenza sessuale e per gravi malformazioni del feto. Non sono passate invece le proposte di poter far abortire ragazze minorenni o che si trovano in condizioni di emarginazione o disagio sociale. «Questo però, non vuol dire che le casistiche approvate si tradurranno sicuramente in legge», avvisano le promotrici della proposta, «perché è solo un impegno politico che il parlamento ha preso. Già altre volte è successo che poi non si concretizzasse e non se ne facesse nulla».

LA SEGRETEZZA PERICOLOSA PER EVENTUALI CURE
Da San Marino, LetteraDonna, con l’aiuto di Francesca Piergiovanni, ha ricostruito un quadro di storie (in forma anonima) di chi ha dovuto affrontare la difficile scelta di abortire fuori dai confini, e dei problemi con cui le donne si sono confrontate. Il primo è quello della salute. Una paziente con un tumore, per esempio, che si sottopone a trattamenti urgenti come chemio e radioterapia e che decide di abortire, deve recarsi in una struttura diversa rispetto a quella in cui è in cura, «senza la possibilità di comunicazione tra i due ospedali, con un aumento dei rischi», ci dicono dalla Serenissima. Se abortisci e vai in Italia, rinunci a qualsiasi tipo di tutela. E questo vale anche per le cure e per le problematiche che insorgono durante la gravidanza. Lo stesso si può dire per le complicanze, la diagnosi precoce e l’assistenza prima e dopo l’intervento. Le donne che decidono di operarsi, devono poi tornare a San Marino nella più totale segretezza, intraprendendo viaggi a poche ore dall’operazione che possono portare a complicazioni della fase post-operatoria.

DENUNCIARE UNO STUPRO DIVENTA DIFFICILE
In uno Stato in cui chi abortisce è «una criminale», anche denunciare una violenza sessuale diventa complicato. «L’eventualità di dover accettare la gravidanza che potrebbe conseguirne, può portare alla non denuncia dell’abuso stesso». Questo perché se ne si dà conoscenza alle autorità competenti, l’opzione dell’aborto, automaticamente, non è più percorribile. Così, oltre che a stime inesistenti su cause e numeri di interruzioni di gravidanze, anche alcuni episodi di stupro finiscono per perdersi, senza che vengano mai denunciati. «Crediamo che per ridurre il numero di aborti occorra prima di tutto sapere perché avvengono. Dopo, deve essere messo in atto un percorso di sostegno», precisa Piergiovanni.

GIORNI DI FERIE E 2 MILA EURO DI SPESE
Uscire dalla Serenissima per interrompere la gravidanza significa lasciare il proprio posto di lavoro per qualche giorno. Non si può prendere un permesso «per malattia», perché nessuno deve sapere quello che realmente sta succedendo. Così, le lavoratrici sono costrette a usare i giorni di ferie. E questo non solo nel giorno dell’operazione ma anche «per le visite di accertamento, gli esami del sangue e la visita anestesiologica pre-operatoria. Non si ha comunque diritto a un solo giorno di malattia neanche dopo, con grave rischio di complicazioni». Il tutto, per una spesa che le esperte hanno calcolato sui 2 mila euro ad aborto: «Trattandosi di reato, non è prevista convenzione».

L’AIUTO DELLO STATO CHE NON C’È
Insieme alla Città del Vaticano, a Malta, ad Andorra, al Liechtenstein e all’Irlanda, San Marino resta uno dei pochi Paesi in Europa dove l’aborto è punito. «I medici se ne lavano le mani», dice Vanessa Muratori, «e se si rinuncia a sapere quali sono i motivi che stanno dietro alle scelte delle donne, non si può prevenire nulla». Ma proprio lì dove lo Stato dovrebbe essere più vicino ai suoi cittadini, latita: «Non vogliono concedere alle minorenni e a chi si trova in situazioni di grave disagio sociale di rinunciare alla gravidanza. Sono queste le situazioni in cui lo Stato dovrebbe dare un forte aiuto, e invece sono proprio quelle in cui questo sostegno, qui, manca».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 12-10-2016 05:33 PM


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