Viaggio in una (nostra) banca di ovuli

di Andrea Cominetti
A Milano è stata inaugurata la prima sede italiana del Fiv. Il direttore sanitario Niccolò Furlan ci spiega come funziona il centro in cui l’eterologa si può fare. Ma con la sola «inseminazione intrauterina».

eterologaIn concomitanza al Fertility Day e a tutte le polemiche che l’hanno travolto, a Milano s’inaugurava la prima sede italiana del Fiv, colosso spagnolo della riproduzione assistita. In via Rontgen, zona Porta Lodovica, al piano terra di un condominio che – all’apparenza – della clinica specializzata ha poco e nulla. E, infatti, la clinica è composta giusto da una manciate di stanze, pulitissime e bianchissime: la sala d’attesa, il laboratorio, gli studi privati dei ginecologi e persino uno stanzino – con una poltrona e un televisore – dedicato alla raccolta dello sperma del maschio, «che così evita di dover utilizzare il bagno, come accade spesso».
Ci accoglie Niccolò Furlan, direttore sanitario del centro e direttore per l’Italia di Ovobank, la prima banca europea di ovociti. E subito ci parla del loro background, delle due cliniche in Spagna, la prima aperta a Marbella quasi quattro anni fa e la seconda in questi giorni a Barcellona. Il perché di una sede nel nostro Paese, che – rispetto alla loro nazione di origine – ha notoriamente regole molto più rigide in materia di fecondazione assistita, è presto detto.
«Collaboriamo con circa 35 centri italiani, per cui fungiamo da banca di ovociti. Abbiamo iniziato nel 2014, quando la Consulta ha abolito il divieto all’eterologa. E, se all’inizio erano poche le realtà che utilizzavano questa procedura, poi il numero è aumentato esponenzialmente. È stato proprio questo crescendo che ci ha convinto ad aprire, con l’ottica di diventare un punto di snodo in cui far arrivare gli ovociti e distribuirli poi in tutta Italia».

DOMANDA: A livello pratico cosa potete fare?
RISPOSTA: Siamo un centro di primo livello, qui l’eterologa possiamo farla con la sola inseminazione intrauterina. Gli altri trattamenti, invece, di secondo e terzo livello, che prevedono il prelievo degli ovociti dalla donna – paziente o donatrice – e la fecondazione al microscopio, in vitro, qui non si possono eseguire. In quel frangente accogliamo comunque i pazienti e gli offriamo un percorso facilitato, più semplice, per accedere – nel caso lo desiderino – all’eterologa in una delle nostre cliniche spagnole.
D: Non lo potete fare perché siamo in Italia?
R: Sì, esatto. In realtà, la Lombardia per motivi ideologici si è da subito opposta all’eterologa ed è proprio questo il motivo per cui non ci sono ancora – a parte un caso ad Appiano Gentile, che si appoggia comunque a una clinica svizzera – centri che la fanno. Siamo in una regione conservatrice, di tradizione filo cattolica, hanno tutti scelto di aspettare tempi più maturi.
D: Lombardia a parte, come giudica la situazione italiana in tema di fecondazione?
R: Siamo in un momento di transizione, in cui si fanno ancora molti – troppi – cicli di omologa per dare alle coppie figli con il loro corredo genetico. Credo, invece, che superati i cinque cicli di omologa, si dovrebbe proporre l’eterologa, senza insistere oltre. È poi la coppia che deve decidere se accettare o meno.
D: Qual è il vantaggio dell’eterologa?
R: Gli ovociti provengono generalmente da ragazze giovani, tra i 25 e i 30 anni, che producono embrioni forti con un tasso d’impianto molto più alto. Il vero problema dell’Italia sta proprio nella mancanza di questi ovociti, dovuta a un’insufficiente cultura della donazione e soprattutto a un vuoto legislativo in materia.
D: Qual è il problema più spinoso?
R: Rimborsare o meno la donatrice. Ma verosimilmente, nessuna ragazza si sottoporrà mai a un trattamento ormonale di 15 giorni e a un piccolo intervento chirurgico – che comunque ha dei rischi – senza un minimo rimborso spese. In Spagna c’è, è regolamentato e va dai 600 ai mille euro, a discrezione della clinica.
D: Per farsi un’idea, quante sono le vostre donatrici?
R: Noi abbiamo circa 150 richieste al mese di nuove donatrici, che per il 60% vengono scartate. La selezione è rigorosa: si fanno una prima intervista e un’accurata anamnesi personale e familiare, si vanno a ricercare le malattie genetiche potenzialmente trasmissibili e poi – se la ragazza in questione viene ritenuta idonea – si svolgono tutte le analisi del sangue del caso. Alla fine, delle 150 candidate di partenza, ne vengono selezionate non più di 40/50.
D: Qui lo fate?
R: No, qui no. Perché, non essendoci una legislazione in merito, non sapremmo neanche come gestire la faccenda.
D: Il tema della fertilità è stato in queste settimane al centro del dibattito pubblico soprattutto a causa di una campagna che è costata il posto a chi l’ha ideata. Lei che ne pensa?
R: In realtà penso sia stata solo sbagliata la modalità, perché il tema in sé è – invece – molto importante. È vero che la fertilità di una donna decresce esponenzialmente dopo una certa età ed è vero che ci si trova spesso a dire «vorrei un figlio ma non posso più averlo». Purtroppo la fertilità non è per sempre: l’uomo può avere bambini anche a 90 anni, la donna no. La campagna comunque è stata sicuramente sbagliata, anche perché siamo in Italia.
D: In che senso?
R: Nei paesi anglosassoni per prevenire gli incidenti in moto fanno vedere video di gente che si schianta, per prevenire l’uso del cellulare mentre si guida ricostruiscono – anche in maniera cruenta – gli scontri sulle strade. In Inghilterra questa campagna avrebbe avuto effetto, in Italia no, non siamo pronti a sentirci dire «devi fare i figli».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità Argomenti: , , , Data: 11-10-2016 06:00 PM


Lascia un Commento

*