«Gay e in uniforme. Che male c'è?»

di Matteo Innocenti
Dal 2005 l'associazione Polis Aperta lotta contro la discriminazione nei corpi armati basata sull'orientamento sessuale. Incoraggiando il coming out degli agenti.
Michela Pascali

Michela Pascali durante una partecipazione al Gay Pride.

L’11 ottobre il mondo intero celebra il Coming Out Day. Una giornata molto importante per l’associazione Polis Aperta, creata nel 2005 da un gruppo di persone omosessuali, tutte arruolate nei corpi armati. E che fa parte dello European Gay Police Network, una più ampia rete europea di associazioni Lgbt di polizia. Se nel mondo dello spettacolo l’omosessualità è stata ‘sdoganata’ da tempo (ecco alcuni vip che hanno fatto coming out), in altri ambiti lavorativi è più difficile farsi coraggio e rivelare apertamente il proprio orientamento sessuale o fare chiarezza sull’identità di genere.

UN AMBIENTE MACHISTA
«Non è certo semplice nei corpi armati, dove storicamente c’è molto machismo: basti pensare al fatto che fino a pochi anni fa chi si dichiarava omosessuale non poteva fare il servizio militare», ammette Michela Pascali, collaboratore tecnico capo della Polizia di Stato e socia di Polis Aperta. Per fortuna, come racconta a LetteraDonna, le cose stanno lentamente cambiando, anche all’interno dei corpi armati. Anche grazie all’associazione di cui fa parte, che ha come obiettivo quello di affrontare, all’interno del mondo militare e delle forze di polizia, la questione sessuale e che, proprio per questo, il 10 ottobre ha organizzato a Milano la conferenza ‘Forze di Polizia contro omofobia e transfobia’.

D: All’incontro ha partecipato l’agente della Municipale Stefania Pecchini, che fino al 2012 si chiamava Fabio. Il suo è un caso unico in Italia?
R: In realtà tra i soci di Polis Aperta c’è anche un altro collega, che ha fatto il percorso opposto rispetto alla Pecchini, cioè ‘FtM’ (da femmina a maschio, ndr). Come lei, fa parte della Polizia Municipale, mentre nel resto dei corpi armati non ci sono altri transessuali. E nemmeno persone che abbiano dichiarato la volontà di cambiare sesso.
D: È un caso?
R: No, non lo è. La Municipale, che ha criteri di accesso e norme successive a quelli degli altri corpi, è l’unico che permette ai transessuali di partecipare al concorso e, ai suoi agenti, di cambiare sesso. All’interno di Polizia, Carabinieri, Esercito, Aeronautica, etc. chi volesse affrontare un percorso di transizione non perderebbe il lavoro, ma si troverebbe a svolgere altri servizi.
D: Una situazione che è lo specchio della società italiana.
R: Esatto, purtroppo non siamo avanti come Canada, Stati Uniti e Israele, dove si può fare questo percorso all’interno delle forze di polizia. Ma se pensiamo che nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali c’è ancora la disforia di genere… Il nostro è poi un ambiente storicamente machista: fino a pochi anni fa bastava dichiararsi omosessuali per essere esclusi dal servizio militare.
Michela PascaliD: L’11 ottobre è la giornata dedicata al coming out. Quanto è importante l’impegno di Polis Aperta in questo senso?
R: Molto, perché chi vive con serenità la propria sessualità e il coming out vive anche meglio il suo lavoro e il rapporto quotidiano con i cittadini. Secondo le nostre stime, però, solo il 5-10% degli agenti omosessuali ha già fatto coming out. Cifra tra l’altro in linea con quella nazionale in qualsiasi ambito lavorativo. Ma se in Italia è ancora forte la discriminazione di genere, non c’è da stupirsi se tante persone tengono nascosto il proprio orientamento sessuale.
D: Sono tanti i colleghi che contattano l’associazione?
R: Non tantissimi, ma questo è dovuto al fatto che l’attività di Polis Aperta non è ancora molto nota a livello nazionale. Comunque, ci chiamano anche semplici cittadini che vogliono sapere di poter contare su un ambito protetto dopo la denuncia di reati omotransfobici, perché hanno paura di un outing non desiderato. L’associazione, tramite l’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, ndr), cerca di far arrivare chi è in difficoltà nell’ufficio giusto, e alla persona giusta.
D: In generale, i suoi colleghi omosessuali hanno ancora paura a denunciare?
R: Diciamo che in ambito lavorativo non è facile capire quando inizia davvero una discriminazione. Comunque, stesso discorso: se una persona non ha ancora fatto coming out, è difficile che vada a denunciare casi di discriminazione sessuale.
D: Ricorda casi particolari riguardanti chi lo ha fatto?
R: No, nessun caso di grave discriminazione. Anche se può immaginare come una semplice situazione di esclusione, in un lavoro come il nostro in cui si lavora in pattuglia e dove la fiducia è fondamentale, non sia mai piacevole.
D: E il suo coming out com’è andato?
R: Io ho messo subito in chiaro di essere lesbica, allontanando così malizia e battute. I colleghi mi hanno così conosciuta per come sono e abbiamo potuto creare un rapporto saldo e fatto di fiducia reciproca. Io credo che la discriminazione sia come un muro sorretto dai due lati: ecco, io faccio subito la mia parte. E funziona sempre.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 11-10-2016 07:10 PM


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