Non insegnate ai bambini

di Amalia Milos
«Mariasole non ha potuto studiare perché si è dedicata ad attività ricreative». Sembra un'epidemia: i social hanno scatenato l'audacia di tanti genitori che giocano a fare i rivoluzionari da social network sulle spalle dei loro figli.

mamma e bambina«Gentili maestre, Mariasole non ha potuto studiare storia perché dopo 8 ore di scuola, dalle 17.00  alle 19.30, ha dedicato il suo tempo libero restante ad attività ricreative e sportive». Una mamma di Milano ha pubblicato queste parole su Facebook, scritte a penna su un foglio di diario della figlia: un gesto ‘eroico’ compiuto per evitare la «tortura» dei compiti alla bambina, che frequenta le scuole elementari.

Non è la prima volta che succede, recentemente si è diffusa anche la lettera di un padre di Varese che spiegava dettagliatamente ai professori il motivo per cui il figlio non aveva potuto studiare durante l’estate. Sinteticamente: doveva imparare (dal papà) «a vivere». Anche lui, guarda un po’, aveva voluto condividere il suo gesto sui social.

Ok. La domanda che sorge immediata e spontanea è: perché? Non di certo di per dimostrare di essere bravi educatori: giocare è importante, ma diseducare al rispetto dei doveri è pericoloso. Dire a un bambino che può non fare i compiti che gli sono stati assegnati per dedicarsi a ciò che più gli piace significa comunicargli che le regole si rispettano soltanto finché fa comodo. Firmargli una così supponente giustificazione significa farlo sentire protetto e nel giusto anche quand’è, evidentemente, nell’errore. Cosa faranno questi bambini, una volta cresciuti, davanti alle prime responsabilità? E soprattutto, cosa faranno quando non ci saranno più mamma e papà a consegnare la ‘giustificazione’ davanti alle loro mancanze (che generalmente portano guai)?

Forse questi genitori volevano comunicare ai loro bambini che è necessario ‘pensare con la propria testa’, ‘pensare alle proprie esigenze’, ‘non accettare tutto passivamente’. Hanno fallito anche in questo, anzi, probabilmente hanno ottenuto il risultato contrario: non sono stati i piccoli a decidere, ma mamma e papà.

Non rispettare le regole non è ‘rivoluzione’ di per sé, se è a questo che nella loro strategia educativa i nuovi eroi 2.0 puntavano. Tutt’altro: non rispettare le regole, in una società che si basa prepotentemente su di esse, è dannoso, pericoloso, e anche un po’ stupido. Quale autonomia, quale carattere, personalità, rivoluzione è possibile senza consapevolezza? Senza basi per discernere ciò che giusto da ciò che è sbagliato? ‘Rivoluzione’ sarebbe stata se quella bambina avesse avuto il coraggio di contraddire la madre, strappare quella pagina di diario e assumersi la responsabilità del brutto voto. Avrebbe di certo imparato qualcosa in più.

A noi nati prima del boom tecnologico questi gesti appaiono come pura follia. Forse sono stati i social a scatenare la (chiamiamola) audacia di certi genitori. Il loro, più che un tentativo di salvaguardare l’educazione e il benessere dei figli, sembra una manovra per soddisfare un affamato, scalpitante, egocentrismo. Facebook, in questo senso, è mago. D’altronde, come diceva nel 2015 Umberto Eco, «sui social legioni di imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel». E il problema più grave, probabilmente, è che molte persone sembrano credere sul serio che il sol fatto di aver trovato un mezzo per far circolare le loro ‘idee’ le trasformi d’un tratto in divinità. Così non è (disillusione mode on) e i bambini non sono cavie sulle quale sperimentare inutili fanatismi. Se queste mamme e questi papà voglio giocare a fare i filosofi, i sovversivi, i supereroi, facciano pure. Ma lascino ai bambini il sacrosanto diritto di studiare la storia. Per evitargli, perlomeno, la stessa sterile e sventurata sorte di rivoluzionari da social network.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , Data: 06-10-2016 06:38 PM


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