Abusi all'asilo, usiamo le aggravanti

di Matteo Mazzuca
Le pene inflitte alle insegnanti condannate per maltrattamenti possono variare molto. Tutto dipende da come si affronta il processo. Ce lo spiega Ilaria Maggi, presidente della onlus La via dei colori.

ilaria_maggiSchiaffi, strattonamenti, insulti. Persino calpestamenti. Ai danni di bambini tra i sette e gli otto anni, uno dei quali anche disabile. I maltrattamenti ripresi dalle telecamere nascoste in un’aula di seconda elementare dell’istituto comprensivo di Partinico, in provincia di Palermo, hanno portato a un’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di tre insegnanti, G.M, F.O e V.F, tra i 45 e 61 anni di età, riporta la Repubblica. È un fenomeno in crescita, o quantomeno a cui prestiamo più attenzione, quello delle violenze perpetrate da insegnanti nei confronti di bambini in età scolare o prescolare. Dal 2009 al febbraio 2016, sono stati ben 65 i casi raccontati dalle cronache. A volte le insegnanti sono state assolte, come accaduto nel caso di Rignano. Più spesso, condannate. In molti casi le pene non sono andate oltre i tre anni. In altri processi, come quello relativo all’asilo Cip e Ciop di Pistoia, le insegnanti sono state punite con sei anni e quattro mesi e cinque anni. Tra le mamme dei bambini maltrattati in quell’asilo c’era anche Ilaria Maggi. Maggi è presidente della onlus La via dei colori, che dal 2010 si occupa di seguire le famiglie che rimangono coinvolte in casi di abusi che si verificano in strutture. L’abbiamo intervistata sul tema.

DOMANDA: Esiste una legislazione ad hoc per casi simili?
RISPOSTA: Non esiste una specifica legge sul reato di maltrattamento in struttura. Vengono applicate le aggravanti che si verificano in caso di maltrattamenti normali.
D: In molti casi le condanne inflitte alle insegnanti colpevoli non arrivano a tre anni.
R: Vero. Ma le leggi bisogna saperle usare. Nel processo Cip e Ciop le insegnanti sono state condannate a sei anni e quattro mesi e a cinque anni.
D: Che cosa cambiava rispetto agli altri processi?
R: Il processo Cip e Ciop ha potuto contare una serie di ‘esclusive’, o ‘anteprime’,  se vogliamo usare termini giuridicamente poco corretti. Per la prima volta abbiamo acclamato l’aggravante nel reato di maltrattamenti. Questo ha permesso di aumentare la pena. Ma ho visto molti processi non gestiti dalla nostra associazione dove l’aggravante non veniva contestata.
D: Nel processo Cip e Ciop per la prima volta vennero utilizzate anche delle telecamere.
R: Sì. Sono un mezzo investigativo che può aiutare molto. I filmati permettono innanzitutto alla magistratura di prendere la decisione corretta, e poi di ricorrere a una serie di escamotage a livello peritale sui danni che subiscono i bambini.
D: I processi per casi simili quindi vanno affrontati in modo differente?
R: La gestione specializzata del processo fa la differenza. Ogni caso ha la sua specificità, perché una struttura per anziani è diversa da un asilo o una scuola elementare, ad esempio. Tramite il nostro legale, la magistratura permette alle famiglie di seguire degli iter specifici, e che di solito non vengono applicati.
D: La cronaca sta dando sempre maggiore attenzione a questi casi. Sono in aumento o è un’impressione data dalla copertura dei media maggiore?
R: Quasi sicuramente la seconda ipotesi. Anche se non dobbiamo dimenticare che non abbiamo ancora dei dati completi per esserne certi.
D: Anche le istituzioni si stanno mostrando più sensibili?
R: Sì, anche se l’impressione è che ci sia bisogno di una maggiore collaborazione tra i vari soggetti. Si tratta di un problema sociale, prima che politico e amministrativo. Spesso si tende a proporre soluzioni parziali, che non tengono conto del quadro di insieme. Ma, comunque, i genitori cominciano ad avere più fiducia e a trovare più supporto. Si è cominciato a stabilire dei protocolli condivisi tra comuni e procure, ma siamo ancora in uno stato embrionale.
D: Voi, come associazione, di che cosa vi occupate?
R: Eravamo nati innanzitutto per offrire un sostegno psicologico alle vittime e agevolarne il rientro nella società. Col passare del tempo ci siamo resi conto che la prevenzione è altrettanto importante.
D: Come procedete, da questo punto di vista?
R: Noi stiamo seguendo oltre 70 processi e 200 famiglie. La nostra equipe è composta da psicologi, criminologi, pedagogisti… In modo da poter affrontare ogni singolo caso con una visione a 360 gradi. Applichiamo un vero e proprio metodo scientifico, cercando di capire quali sono i tratti comuni e che tendono a ripetersi tra i vari casi. La speranza è che prima poi ogni singolo caso possa ricevere l’attenzione che merita.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , Data: 29-09-2016 05:59 PM


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