Io non posso entrare

di Andrea Cominetti
In molte strutture anche in Italia i bambini non sono ben accetti in ristoranti e alberghi, soprattutto quelli a cinque stelle. Viaggio attorno al fenomeno child-free, tra polemiche e paradossi.

Little 7 years old boy child eating spaghetti bologneseIo non posso entrare. E no, stavolta i protagonisti del diniego non sono i soliti cani, esclusi da supermercati, gelaterie e negozi d’abbigliamento, ma i bambini. Per rispondere alle esigenze di una clientela che mal sopporta pianti e capricci, sempre più alberghi e ristoranti italiani hanno deciso di seguire una tendenza che, già da molti anni, è realtà in Paesi come Stati Uniti e Germania. Almeno una ventina le strutture che secondo Sibilla Di Palma – la prima a parlarne in modo compiuto in un articolo apparso su Il venerdì di Repubblica – hanno deciso di adottare questa filosofia.

LA POLEMICA
Filosofia che ha scatenato non poche polemiche: su più parti – in Rete – i genitori indignati hanno puntato il dito contro quella che secondo loro non è altro che discriminazione (su Tripadvisor, per esempio, a un’utente che chiedeva un ristorante a Milano di questo tipo è stato risposto di starsene a casa, dopo essere stata etichettata come «maleducata» e «triste»). E poi c’è l’Adiconsum che ha parlato di palese violazione dei diritti dei consumatori. Direttamente dal sito ufficiale, infatti, in una nota pubblica, l’associazione italiana si è scagliata contro i locali child-free e la loro dubbia pubblica funzione, sottolineando «il paradosso per cui, in questi stessi posti, si accettano i cani, ma si tengono fuori i bambini».

UN TEMA SPINOSO
In effetti, che si tratti di un tema spinoso, lo capiamo già dalle prime telefonate. Dai direttori d’hotel che non rispondono alle domande – ma solo dopo averle volute sentire – perché «non abbiamo interesse ad apparire nell’articolo» ai proprietari più coerenti e forse più coraggiosi, che – convinti della bontà della propria scelta – ci tengono comunque tutti a ribadire che «non abbiamo niente contro i bambini».

PACE A CINQUE STELLE
La quiete totale sembra comunque un lusso ancora per pochi, considerando che la maggior parte degli alberghi coinvolti sono a quattro o a cinque stelle. Tra queste, il Borgobrufa Spa Resort in provincia di Perugia. Che, già dal sito, con un bollino verde petrolio, sottolinea la sua intenzione di essere un hotel solo per adulti, dai 15 anni in su. Ci spiega il perché di questa decisione direttamente il direttore Gabriele Biscontini: «È una questione di target, nel 2006 abbiamo deciso di puntare sul segmento benessere e su questo ci siamo specializzati. I nostri visitatori sono soprattutto coppie che vogliono trascorre un periodo – solitamente due/tre giorni – di pace e di relax». Proprio per questo la famiglia Sfascia, titolare dell’esercizio, ha scelto via via di rinunciare a tutto ciò che cozzava con lo scopo dichiarato della struttura: prima i matrimoni, poi i grandi eventi (convegni e convention) e poi anche i bambini: «Dal 7 gennaio 2015 abbiamo deciso di accettare ospiti soltanto dai 15 anni in su. I bambini – com’è sacrosanto che sia – correvano nel ristorante, si tuffavano nella piscina, facevano schiamazzi. Noi non abbiamo nulla contro di loro, siamo tutti padri e madri di famiglia, ma il nostro hotel è pensato per le coppie, che hanno esigenze e necessità diverse». Una presa di posizione che, nonostante le difficoltà dell’inizio, ora – assicura Biscontini – sta portando i suoi frutti: «Dopo quattro/cinque mesi sono iniziati i benefici. E oggi siamo addirittura arrivati al punto che la metà dei nostri clienti, anche persone con figli, ci sceglie proprio in virtù di questo vincolo».

IL SEGUITO LOW COST
Ci sono, però, anche realtà più alla portata di tutti che hanno abbracciato la filosofia no kids, come l’Agriturismo Vellaneta nelle Marche o il b&b Villa Magnolia in Puglia. Nel primo caso, non si tratta di un divieto assoluto: «La nostra è una struttura molto piccola – ci spiega Alessandro Annibali, proprietario insieme alla moglie – ed è, quindi, più adatta a un pubblico adulto. Ma di famiglie con bambini ne abbiamo avute». Nel secondo caso, invece, la decisione è, o per meglio dire era, più netta: «Abbiamo messo in vendita l’esercizio – ci spiega Leslie, che lo gestisce insieme al marito americano -, siamo pronti per andare in pensione. Comunque sì, accettavamo solo adulti, fin dall’inizio, è stata una scelta precisa, fatta più per distinguerci che per altro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 21-09-2016 01:00 PM


Lascia un Commento

*