«I rifugiati vogliono costruire con noi»

di Federica Villa
Giulia Scoz a soli 31 anni gestisce Klab, centro per l'integrazione in Germania per il quale è stata premiata. «Rendo umana l'accoglienza». L'intervista.

Giulia scozCome aiutare gli altri, Giulia Scoz l’ha imparato in Italia. Prima con una laurea triennale a Padova, poi una specialistica a Torino, sempre nell’ambito dell’educazione. Ma è in Germania che ha trovato il luogo dove mettere in pratica gli insegnamenti «proprio subito dopo la fine degli studi». E ora, sette anni dopo il suo trasferimento «definitivo» a Brandeburgo, è una delle sei persone che, in tutto il Paese, si sono distinte per un merito particolare. Nella cerimonia di riconoscimento organizzata il 9 settembre dal presidente della Repubblica federale tedesca, Joachin Gauk, c’erano sportivi, religiosi e poi lei: una 31enne italiana che ogni giorno gestisce il centro per l’integrazione Klab. Si tratta di un’eccellenza della cittadina di Luckenwalde (20 mila anime) che accoglie e aiuta i giovani in difficoltà. Prima erano solo tedeschi ma, dopo la crisi dei migranti che ha investito l’Europa, sono arrivati anche i rifugiati. Così, nella Germania delle «porte aperte» di Angela Merkel, Giulia prova a includere tutti. Ma alcuni, come ci ha raccontato, se ne vanno troppo in fretta.

foto5DOMANDA: Che cos’è Klab?
RISPOSTA: È tante cose insieme. Un centro ricreativo, un oratorio non religioso, un luogo di ritrovo per chi non ha una famiglia. Molte volte sono i servizi sociali che ci segnalano dei casi.
D: Nell’ultimo periodo sono arrivati anche molti rifugiati. Di che nazionalità sono?
R: È un vero mix. Vengono da Albania, Serbia, Pakistan, Siria, Cecenia, Sudan e Afghanistan. Poi, a seconda dei singoli casi, si capisce quanto rimarranno e se rimarranno. I siriani, i pakistani e qualcuno dal Sudan e dall’Afghanistan riescono a ottenere un permesso di soggiorno per tre anni. Ma gli albanesi e i serbi vengono rimandati indietro quasi subito.
D: Quali sono le principali difficoltà che ha incontrato lavorando in un ambiente come questo?
R: La cosa più difficile è trovare il modo di relazionarsi con i diritti dei rifugiati, perché solo chi ottiene il permesso di restare per lungo tempo può esercitarli. Parlo di cose semplici ma non scontate come avere dei documenti, poter chiedere assistenza e avere la possibilità di spostarsi. Quando ti trovi davanti a un siriano che sai che starà qui tre anni, inizi un certo percorso. Sai che è anche nel suo interesse inserirsi nella società tedesca.
D: E negli altri casi?
R: Cambia tutto quando hai a che fare con una persona che sai che starà qui solo pochi mesi. Ho visto uomini aspettare per anni un riconoscimento. Vedo ogni giorni persone che vivono e rivivono il trauma di non sapere se domani potranno ancora stare in Germania o no. Dormono poco, diventano più aggressivi e vivono nella paura di essere rimandati a casa.
D: Sui giovani questo che effetto ha?
R: Nei più grandi, diciamo chi è già entrato nell’adolescenza, l’ansia è palese, perché sono in grado di capire tutto. Ma anche i più piccoli in qualche modo lo percepiscono attraverso i loro famigliari che non sono sempre i genitori. Vivono nella continua precarietà. I ceceni, per esempio, quando scoprono che il loro permesso è di pochi mesi diventano demotivati e tendono a isolarsi.
D: Imparare la lingua non costituisce un altro problema?
R: Il tedesco in realtà lo imparano subito. Certo, i bambini in età da elementari fanno più in fretta, ma anche quelli dai 15 anni in su se la cavano bene. E poi molti arrivano che sanno già parlare un po’ di inglese.
D: E il sentimento dei tedeschi, verso queste persone, qual è?
R: Io posso parlare per il territorio di mia competenza, cioè un paesino di provincia dell’Est, quindi tendenzialmente di destra. Ma devo dire che sono nate iniziative promosse da persone amiche o dalla Chiesa anche, che ci aiutano. Perché poi, l’obiettivo è proprio quello di far integrare chi arriva qui scappando da fame e guerre con gli abitanti che nel paese ci stanno da decenni.
D: Il fatto che lei abbia ricevuto un premio è un buon segnale però.
R: Sì, mi fa piacere soprattutto perché vuol dire che anche a livello politico quest’attività è ritenuta importante. È come se questo riconoscimento gettasse un po’ di luce in più su chi si occupa dei rifugiati, del loro quotidiano. Certo, non posso dire che la situazione non sia da migliorare: ci sono ancora le forze di destra che vorrebbero rispedire tutti a casa.
D: In Italia, quest’estate, il tema dell’accoglienza ha dominato le prime pagine dei giornali. E a Como la gestione degli arrivi dei migranti è critica. Com’è tutto questo, visto da fuori?
R: Sono via da tanto e non conosco le situazioni dei vari centri nel dettaglio. Ma una cosa è certa, la prima mossa da fare, ovunque in Europa, è dare un carattere umano all’accoglienza. E non si pensi che in Germania le strutture non abbiano problemi: ci sono tante persone in una sola stanza, le attese per i documenti sono lunghissime e non si riesce a definire se in quel tempo i profughi potranno studiare o lavorare, oppure dovranno solo aspettare. È un meccanismo problematico, ovunque.
D: Ha mai avuto problemi per quello che fa?
R: La paura per le ‘persone che lavorano con i rifugiati’ a volte c’è. Ma magari è anche giusto che ci sia. Posso capirla, è sensata, perché lavori con persone che hanno subito dei traumi e di cui non puoi prevedere le reazioni. La cosa fondamentale è andare oltre le paure. Loro sono i primi a voler costruire qualcosa, sono i primi che portano altri saperi. Insomma, i pro sono più che i contro. È in questo modo che ho imparato a superare le paure.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 20-09-2016 03:55 PM


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