La primavera delle donne arabe

di Enrico Matzeu
«Nel mio Paese si inizia a respirare un'aria di cambiamento: c'è molta più libertà». Ad assicurarlo è la scrittrice saudita Raja Alem. Che sul divieto-burkini dice: «È la fine della democrazia».

«Nel mondo arabo molto sta cambiando. Anche grazie alle donne». A spiegarlo a LetteraDonna è proprio una donna saudita: la scrittrice Raja Alem, che al festival Pordenonelegge ha presentato in anteprima nazionale il suo nuovo romanzo, Khatem. Una bambina d’Arabia (Atmosphere, 220 pp, 16,00 euro). Lei è riuscita nella difficile impresa di imporsi nella letteratura araba arrivando addirittura a vincere il prestigioso premio letterario Arabic Booker con il suo Il collare della colomba.
«Ho iniziato a scrivere articoli per un giornale senza dirlo a nessuno né chiedere il permesso, ma mio padre, che è un liberale, non ha mai interferito», racconta. D’altronde in Arabia Saudita non è visto di buon grado che una donna firmi gli articoli, quindi molte usano degli pseudonimi: «Ma io ho sempre messo il mio nome e la mia famiglia l’ha accettato. Così anche i miei libri, che per quello che tratto sono molto forti, non mi hanno mai procurato problemi con i miei parenti, anche se non credo che li abbiano letti proprio tutti».

Khatem. Una bambina d’Arabia (Atmosphere, 220 pp, 16,00 euro) di Raja Alem.

Khatem. Una bambina d’Arabia (Atmosphere, 220 pp, 16,00 euro) di Raja Alem.

DOMANDA: A proposito di libri, come è nata la storia che racconta in Khatem. Una bambina d’Arabia?
RISPOSTA: Volevo raccontare il superamento dei confini tra l’essere una bambina e poi una donna, ma anche tra i due sessi. C’è una libertà di movimento tra il mondo maschile e quello femminile: si può viaggiare tra i generi sessuali.
D: Dove è ambientato il suo libro?
R: Alla Mecca, mia città d’origine, agli inizi del XX secolo. All’epoca era una città popolata dai migranti, e dai pellegrini che venivano a fare il viaggio previsto dai precetti dell’Islam. In quel periodo le fasce più ricche della società si impegnavano ad ospitare i viaggiatori e a dare loro cibo in cambio di piccoli servizi. C’era uno spirito di comunità molto forte, e l’idea di abbracciarsi gli uni con gli altri.
D: E oggi la Mecca com’è?
R: Totalmente cambiata. Mi sento una straniera, perché ora vivo a Parigi, e quando ci torno non la riconosco più. Sono tornata là dove c’era una volta la casa di mio nonno e sono rimasta scioccata nel vedere quanto è cambiata. È una città molto piccola, ma ogni anno vanno in visita lì circa tre milioni di persone.
D: Chi è Kathem, la protagonista del suo romanzo?
R: È la sesta figlia femmina di uno sceicco, che però ha l’aspetto di un ragazzo e cresce quindi nell’ambiguità. Appartiene a una famiglia ricca, ma esce in città ed esplora le realtà più povere, incontrando sul suo cammino donne che si prostituiscono o che vendono i figli. La sua essenza è proprio la curiosità di scoprire l’ambiente circostante: è nata in un posto esclusivo ma ha voglia di esplorare. Un po’ come me.
D: Vi somigliate quindi?
R: Come lei vengo da una famiglia agiata e ho sempre mantenuto una forte curiosità nei confronti degli altri.
D: La sua è una famiglia religiosa?
R: Sì, molto conservatrice, ma io ho dei ricordi bellissimi di quando ero giovane alla Mecca. I miei nonni e i miei genitori festeggiavano, suonavano, ascoltavano musica e la facevano sentire a tutto il vicinato. La religione era vista come qualcosa che dava gioia, che migliorava la vita delle persone, mentre oggi è usata come strumento per acquisire potere.
D: Si riferisce anche al terrorismo islamico?
R: Non capisco davvero cosa stia succedendo. Per quanto mi riguarda, l’umanità è un corpo unico e i terroristi sono come un tumore che cerca di attaccare questo corpo. Vorrei sottolineare che i massacri sono qualcosa di alieno alla società musulmana, a nessun islamico verrebbe mai l’idea di spezzare neanche il ramo di un albero.
D: Come ha reagito da musulmana agli attentati di Parigi del novembre 2015?
R: Durante gli attacchi mi trovavo proprio a Parigi. Il giorno dopo molti cinema e teatri erano chiusi e le persone avevano paura a uscire di casa, cambiando così le proprie abitudini. Io invece sono uscita e sono andata a vedermi un film e farlo è stata la mia forma di protesta verso chi vuole toglierci la libertà. È così che si combattono le cose.
D: Torniamo in Arabia. Come vivono le donne nel suo Paese?
R: L’ultima volta ci sono stata a giugno 2016, a Riad. È una delle città più conservatrici dello Stato, ma ho trovato molta più libertà: si respirava un’aria di cambiamento, soprattutto da parte delle donne. Ora si danno da fare, creando aziende, vendendo i loro prodotti e partecipando alla vita pubblica. Per carità, non voglio dare un’immagine totalmente rosea, ma si deve capire che il Paese è molto grande e in alcune parti ci sono ancora donne che non godono dei diritti, anche se tante stanno iniziando a lottare.
D: Sono attive anche sul piano culturale?
R: Certamente. Il museo dell’arte di Riad è fondato da un gruppo di donne. Poi ci sono molte iniziative artistiche e tante nuove giornaliste e scrittrici, soprattutto poetesse, perché siamo un Paese romantico. Non è un movimento enorme, ma consistente.
D: Ci sono però anche molte divisioni e barriere tra gli uomini e le donne nel mondo musulmano.
R: Le barriere, comprese quelle visive, sono molto forti. In Arabia Saudita, ad esempio, nei ristoranti c’è una divisione tra le famiglie e le donne e gli uomini soli. Però le assicuro che queste divisioni esistono anche in Occidente, con la differenza che da noi non esistono discriminazioni tra donne e uomini, semplicemente esiste questo e anche quello. Siamo noi donne che a volte le creiamo queste differenze.
D: In che senso?
R: Volendo essere uguali agli uomini. Noi siamo donne e dobbiamo essere fiere di quello che siamo, anche perché ricordiamoci che prima di tutto siamo essere umani.
D: Le arabe quindi sono libere?
R: Nessuno è veramente libero. Io, ad esempio, ho trovato la mia via e la mia libertà firmando i libri con il mio nome, andandomene a Parigi. La libertà è una scelta personale e ogni giorno combattiamo per conquistarla.
R: Cosa pensa invece delle polemiche sul burkini?
D: Per me l’essenza di una società è la libertà: di espressione nel modo di vestirsi. Giudicare le persone per quello che indossano è la fine della democrazia.

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Publicato in: Attualità, libri Argomenti: , , Data: 19-09-2016 04:53 PM


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