Privacy, come (provare a) difenderla

di Giovanna Pavesi
Cosa succede quando si denuncia la presenza online di materiale che ci riguarda? I nostri dati, per esempio, non spariscono mai. E i social non collaborano. Un'avvocato ci spiega cosa possiamo fare.

Man typing on a laptop keyboardMigliaia di click. Decine di sguardi. Tante morbosità. E poi i commenti, i giudizi e il peso insopportabile di un perpetuo processo virtuale. Tiziana Cantone aveva fatto di tutto per cancellare per sempre la sua identità da quando, nella primavera del 2015, un suo video privato, girato nell’intimità di un rapporto sessuale, era finito in Rete senza il suo consenso. Soffocata da un’orda di insulti, aveva deciso di annegare il suo pianto tentando un primo suicidio. È riuscita a togliersi la vita il 13 settembre, prendendo un foulard e impiccandosi nello scantinato di casa sua.
Il caso di Tiziana Cantone non è il primo a finire su Internet, uno smisurato buco della serratura dove chiunque, anonimamente, può attingere.
Una babele di contenuti incontrollabili, urlati e ricondivisi insistentemente centinaia di volte, una zona franca dove la libertà calpesta ogni diritto e dove è molto complicato, se non addirittura impossibile, far rispettare delle regole universali.

Ma cosa accade veramente quando un utente si accorge e denuncia la presenza online, non autorizzata, di materiale che lo riguarda? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Francesca Bertini, esperta in diritto civile e internazionale, che ha cercato di chiarire a LetteraDonna quali sono le modalità più efficaci per difendersi da azioni di questo tipo: «Purtroppo la realtà è che, in questa materia, il diritto ha una funzione puramente riparatoria: serve solo ed esclusivamente a risarcire un danno che però è impossibile prevenire».

francescabertiniNON ESISTONO NORME APPLICABILI SOLO ALLA RETE
In queste ore è intervenuto anche Antonello Soro, Garante per la Privacy, confermando il concetto secondo cui, in Rete, tutto diventa più complicato perché l’effetto dilagante delle notizie non trova un argine nel diritto. «Tuttavia», continua l’avvocato Bertini, «il diritto italiano ammette e prevede degli strumenti per l’ottenimento di alcuni provvedimenti che consentono alla vittima di chiedere l’immediata rimozione da internet, o dal social network, a seconda di dove l’abbia registrato, dei contenuti pubblicati illecitamente, o contro la sua volontà, senza la sua autorizzazione». Questo provvedimento, efficace di per sé, consente alla vittima di rivolgersi a un giudice e di ottenere un’immediata eliminazione dei dati pubblicati illecitamente.

I DATI NON SPARISCONO MAI
L’avvocato poi spiega che la cancellazione del materiale, però, non comporta una reale distruzione dei dati che rimarranno, invece, per sempre di proprietà del social network che li avrà, in qualche modo, ospitati: « Il fatto che Facebook o Twitter rimuova un video temporaneamente o non lo renda accessibile, non significa che non sia lì. Quindi, comunque, il reato permane perché qualcuno ha dato a terzi un contenuto che non era autorizzato a fornire. Perciò anche se il sito provvederà a rimuoverlo, l’illecito non si sarà concluso».

I SOCIAL NETWORK NON COLLABORANO
Secondo Bertini poi, un altro aspetto estremamente problematico è la non-collaborazione da parte del social network, che, di fatto non sostiene né la parte né l’avvocato: «Il social collabora soltanto con gli organismi di polizia giudiziaria, come la polizia postale, quindi se un avvocato chiede che vengano forniti i dati che identificano il soggetto che ha pubblicato illecitamente non avrò risposta e dovrò, anzi, agire nei confronti del social stesso per ricevere quel tipo di risposta, amplificando così i tempi della giustizia, i costi per la vittima e rendendo fortemente improbabile la scelta di agire da parte della vittima».

NESSUNO CONOSCE QUESTI ILLECITI
Secondo l’avvocato, l’analisi economica del diritto ci insegna che laddove esista un fallimento del sistema, in questo caso potremmo dire che esiste un fallimento della giustizia civile rispetto al problema di come garantire un diritto che così facilmente viene attaccato, si può lavorare sugli incentivi, sul rapporto costi benefici, che l’autore della condotta illecita valuta nel momento in cui commette l’illecito: «Cosa significa? Che pene e risarcimenti troppo severi non disincentivano il reato tanto quanto non lo fanno i risarcimenti troppo lievi, ma soprattutto si sottovaluta un aspetto determinante, ovvero che questo è un illecito tutto social, nuovo nel diritto, che la maggioranza delle persone non percepisce affatto come tale».
Postare immagini in Rete di sconosciuti fermi alla metropolitana, ad esempio, è una condotta che il nostro ordinamento non ha mai percepito come un vero reato «ma lo è a tutti gli effetti e nessuno ne è consapevole» conclude l’avvocato. Che spiega, inoltre, l’enorme difficoltà nel perseguire i soggetti coperti da nickname: «I profili celati da nickname rendono quasi impossibile la ricerca di un’unica responsabilità».

LA PRIMA MOSSA: SEGNALARE
L’avvocato Bertini consiglia, prima di tutto, di segnalare il contenuto inappropriato al sito di riferimento: «Facebook o qualsiasi altro soggetto che ospita quel commento o quell’immagine che a me è stata rubata o di cui io non ho autorizzato la pubblicazione, ha, per legge, sempre un’opzione, uno strumento attivo che è quello che consente la segnalazione». Paradossalmente la vittima non riceverà una risposta: a fronte di quella segnalazione si apriranno più scenari: il social network potrebbe non reagire, lasciando il contenuto, oppure potrebbe rimuoverlo, non informando il diretto interessato ma soltanto l’autore del post.

SECONDO STEP: LA DENUNCIA E UNA DIFESA LEGALE
Il secondo passaggio consiste in una denuncia alla Polizia postale, che gli viene assegnata per competenza e che può essere fatta ovunque, anche in tribunale. «Purtroppo», continua Bertini, «l’autorità essendo sovraccaricata da questo tipo di segnalazioni non darà risposta istantanea».
A questo punto l’avvocato consiglia di rivolgersi a un legale in grado di diffidare il social network, cioè chiunque abbia i propri dati.

IL RISARCIMENTO, DIFFICILE DA QUANTIFICARE
Se nulla dovesse succedere, a quel punto, si dovrà ricorrere alla giustizia ordinaria affinché questo venga ordinato da un giudice per un risarcimento, che risulta complicato da definire in termini di quantità: «Normalmente lo si parametra sulla base di quante persone potrebbero avuto accesso a quel contenuto, ma con Internet questo è impossibile perché c’è chi sostiene che la durata di un post sia limitata e quindi raggiunga pochissime persone, ma c’è anche chi sostiene che siano infinite».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , , Data: 15-09-2016 06:45 PM


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