«Siamo tutti cyberbulli»

di Giulia Mengolini
Uomini che offendono una donna morta. Donne che li espongono al pubblico linciaggio. Loredana Lipperini sulla gogna mediatica social dopo il suicidio di Tiziana Cantone.

lipperini

Il giorno dopo il suicidio di Tiziana Cantone, la Rete è riuscita a fare peggio di quanto non avesse già fatto dopo la diffusione di quell’ormai famoso video-tormentone a settembre 2015. Generalizzo, sì, perché la percentuale di chi si salva dal vortice ripugnante dei social – tra insulti, litigi, minacce –  dopo la morte di una ragazza di 31 anni è davvero piccola. Così tanti quelli che oggi hanno voglia di scherzare sulla vicenda, di deridere quella giovane donna, di scrivere che la sua triste fine è stata la giusta punizione per essere stata una «puttana». Commenti illeggibili, nauseanti, che ci terrorizzano se pensiamo che questi «uomini» potremmo incontrarli per strada, un giorno.

Personaggi che hanno innescato anche meccanismi pericolosi, come si può leggere sul profilo Facebook di Selvaggia Lucarelli: la giornalista ha postato la foto di un commento – poi rimosso – al suicidio di Tiziana il cui autore augurava «a tutte le zoccole come lei di fare la stessa fine appese a un foulard». Da qui un linciaggio mediatico serrato e, a primo impatto, comprensibile, fino a che alcune utenti imbestialite hanno proposto alla Lucarelli di segnalare il fatto al datore di lavoro del cyberbullo incriminato. Detto, fatto: una di loro scopre sul suo profilo dove lavora, cerca la sezione Contatti dell’Orchestra di cui quest’uomo fa parte, e invia una segnalazione. Poco dopo la risposta: «La presidenza si riserva di prendere, nei confronti di A., gli opportuni e necessari provvedimenti. Siamo vicini alla famiglia di Tiziana». Le fan della Lucarelli gridano vittoria, l’orco è stato messo all’angolo.
Ma pare che a loro sfugga qualcosa di non trascurabile: in questo modo non si mette forse in atto lo stesso meccanismo della gogna mediatica applicato a Tiziana? Se ora questo (miserabile) uomo perdesse davvero il lavoro e si appendesse a un foulard chi avrebbe contribuito al suo gesto? Di questo cortocircuito e del caso Cantone – responsabilità, media e sessismo – abbiamo parlato con la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini.

DOMANDA: Dopo il suicidio di Tiziana Cantone, l’opinione pubblica è divisa. C’è chi dice «siamo tutti colpevoli» e chi «dispiace, ma con quel video se l’è andata a cercare». Lei sta con il primo filone? O è tutto più complesso di così?
RISPOSTA: Non solo è più complesso, ma the day after, con il prevedibile corredo di indignazioni condivise e/o di pubblica gogna (della giornalista che parlò di quel video un anno fa, dell’utente che dice che la ragazza se l’è cercata e viene quasi licenziato in diretta web) peggiora la situazione e sposta il fuoco. L’etichetta di cyberbullismo, subito utilizzata da media e utenti, non è quella corretta, perché è autoassolutoria. Di là i bulli, di qua noi che li condanniamo. Non è così. Il meccanismo dei social coinvolge ognuno di noi ed è ancora nebuloso: parlare della morte di questa giovane donna su Facebook e su Twitter senza capire che stiamo reiterando quel meccanismo non aiuta nessuno.

lucarelli3D: Le responsabilità della morte di questa ragazza (protagonisti e diffusori del video a parte) di chi crede sia?
R:
Sono condivise. Non mi interessa, al momento – e non è il vero motivo di interesse, o non dovrebbe esserlo – sapere se Tiziana Cantone ha subito un abuso, quindi qualcuno ha diffuso il video a sua insaputa, o se sia entrata ingenuamente nel meccanismo dei social come veicolo di visibilità. Se abbia, cioè creduto all’illusione comune secondo la quale la Rete porta democrazia, uguaglianza, rivoluzione, fama. La Rete porta – forse – solo l’ultimo di questi obiettivi, ma spesso a prezzi altissimi. Le responsabilità, allora, sono di chi partecipa a questo meccanismo.
D: Ovvero?
R: Sono di chi lo reitera, lo usa inconsapevolmente. E soprattutto di chi lo legittima: i quotidiani, le televisioni, tutti gli old media che inseguono i social alimentano l’idea che i social siano da usare per farsi vedere, a qualunque costo o con qualunque mezzo. Tralasciando un particolare: che non necessariamente si hanno le spalle per reggere quel che avviene una volta arrivati a quella visibilità così richiesta.
D: Cosa risponde a chi sostiene che è ridicolo che oggi venga «santificata»?
R:
Che non c’è nulla di ridicolo in questa storia. C’è molto di drammatico, e molto che dovrebbe parlarci. La cosa che colpisce è che quando si discute del famigerato lato oscuro della Rete si tende a sottolineare esclusivamente la molestia effettiva, plateale, lo sbuffo di rabbia razzista o sessista. Non quella apparentemente innocua del rancore, dell’insulto che non si nega a nessuno e che anzi porta ulteriore visibilità: che è però quella che, dentro e fuori la Rete, ci paralizza in un eterno scontento, come è proprio delle passioni tristi.
D: Il Fatto Quotidiano a maggio 2015 scriveva : «Magliette, video parodia e pagine Facebook dedicate: lei Tiziana Cantone, il nuovo idolo del web», chiedendosi se si trattasse di «rivendicazione di un amante o marketing di una futura pornostar?» Quanto e come i giornali hanno contribuito a rendere una sua leggerezza (o errore, non siamo qui per giudicare) una gogna mediatica prima e letterale poi?
R: Credo, in tutta onestà, che la caccia alla giornalista (Elisa D’Ospina, Ndr) che ha scritto quell’articolo sia inutile, e la gogna che ne è seguita perniciosa. Quell’articolo è stato dimenticato poche ore dopo essere stato scritto. Il meccanismo, invece, si replica indisturbato.
D: Oltre alla stampa, c’è anche il ruolo dei social in questa vicenda, un luogo in cui tutto è lecito. E dove emerge la nostra essenza. Leggo su Facebook: «Cioè, questa ragazza fa le corna al fidanzato, chiamandolo pure cornuto, e mi dovrebbe dispiacere perché si è suicidata? Ma chi se ne frega! È proprio vero che in Italia vengono difese le persone sbagliate. Una troia in meno». Un uomo che scrive parole come queste può essere un marito/compagno rispettoso?
R: Da quanto leggo in Rete, immagino che quel video sia stato visto da moltissimi uomini. Qui entriamo in un discorso ancora più complicato, che riguarda l’uso e il ruolo della pornografia. Che a mio parere, nel momento in cui è liberamente scelta, non è il problema. Il problema è semmai il sottobosco che si muove in quel mondo. È pensare che la pornografia sia un modo per, appunto, ottenere visibilità o, dall’altro lato dell’arena, partecipare a un massacro collettivo. Quell’uomo non è diverso da quanti danno della scimmia a Cécile Kyenge o vomitano contumelie su Laura Boldrini. Che esista un problema di sessismo è evidente. Del resto, come dice uno dei massimi teorici della Rete come Evgeny Morozov, la tecnologia cambia continuamente, la natura umana quasi mai.
D: Torniamo a un vecchissimo e noioso concetto, purtroppo attuale. Se Tiziana fosse stata un uomo sarebbe diventata un «idolo del web»? Quanto ha contato il sessismo in questa vicenda? Ovvero il fatto che quella ragazza fosse considerata da molti una «puttana»?
R:
In Italia in particolare esiste, come detto, un gigantesco e irrisolto problema per quanto riguarda il sessismo e dunque l’educazione sessuale. Un problema, peraltro, che sta diventando sempre più difficile affrontare, e di cui non ci occupiamo abbastanza. Certo che da questo punto di vista la questione è sessista. Ma questo è solo uno degli aspetti del problema generale del nostro essere in Rete: pensare che sia l’unico ci porta drammaticamente fuori strada.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 14-09-2016 06:06 PM


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