«La felicità? Non è un uomo accanto»

di Beatrice Pagan
Il suo film parla di un'artista che non sogna una famiglia, ma la realizzazione professionale. «Siamo o no nel 21esimo secolo?». Intervista alla regista Laurie Simmons, a Venezia con My Art.

Laurie_Simmons_1-1«Volevo rappresentare la figura di un’artista in modo accurato, senza ricorrere alle abituali storie in cui sono dannati o con problemi di droga».
Con il film My Art, presentato alla 73 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Cinema nel Giardino, Laurie Simmons ha portato sul grande schermo la sua esperienza come artista internazionale nel campo dell’arte. Nel corso degli anni le sue opere sono state esposte in luoghi come il Brooklyn Museum, MOMA, Whitney Museum e negli spazi delle Gallerie Guggenheim.

LA STORIA DI ELLIE
My Art
 racconta la storia di Ellie Shine, un’artista di New York che ha deciso di trascorrere l’estate occupandosi della casa di un amico, anche lui attivo nel mondo dell’arte contemporanea. La situazione la porterà a compiere una riflessione sulla sua vita e sul suo lavoro, fino a reinventarsi grazie agli incontri fatti e alla decisione di dare vita a un nuovo progetto legato al mondo del cinema, ricreando così alcune delle sequenze più iconiche di sempre. L’idea del film è nata durante la sua partecipazione a Tiny Furniture, un film diretto da sua figlia Lena Dunham, esperienza che l’ha portata a preoccuparsi della rappresentazione degli artisti sul grande schermo, spesso mostrati come figure mitologiche o al limite della follia. Il personaggio di Ellie è invece stato ideato per dare spazio alla figura di una donna in grado di mostrare in modo realistico e non stereotipato un’artista alle prese con un nuovo mezzo espressivo e l’apertura di un nuovo capitolo della propria vita, prendendo ispirazione dalle esperienze realmente vissute da Laurie e dalle persone che ha avuto modo di conoscere nel corso degli anni.

Venice Film FestivalDOMANDA: Quando è nata l’idea di raccontare la storia di Ellie?
RISPOSTA: Quando ho lavorato nel film Tiny Furniture di mia figlia Lena Dunham mi sono resa conto che quasi mai gli artisti vengono ritratti nel modo giusto sul grande schermo, quasi nessuno è riuscito a mostrarne la realtà. Su quel set avrei voluto offrire un’interpretazione più aderente alla verità ma non ho potuto farlo perché si trattava del progetto e della storia di Lena. Sono una madre che si comporta molto bene, faccio quello che mi viene chiesto!
D: Nel film si parla anche di invecchiamento.
R: Invecchiare fa parte della storia di ogni persona e i film sulle donne della mia età si concentrano solo su quello. Io però volevo mostrare come anche quando non si è più ventenni o giovani si può ancora crescere, cambiare, evolvere, pensare al futuro. Questo elemento è stato centrale nello sviluppare la storia e penso sia molto rilevante.
D: A chi si ispirata per costruire il personaggio?
R: Consciamente, ma anche inconsapevolmente, è nata unendo elementi che provengono da tutte le donne che conosco. Tuttavia rispetto a me ha un proprio cuore e un’identità indipendente.
D: L’epilogo è distante dai tradizionali happy ending che si vedono spesso al cinema. Perché questa scelta?
R: Mi è stato detto che il finale è «brutale» e ho riflettuto a lungo sul significato di questa definizione. Penso che fosse importante non mostrare un lieto fine in stile hollywoodiano, con un uomo e una donna che si mettono insieme. Il mio happy ending è rappresentato dal fatto che Ellie veda esposte le sue opere in una galleria: quello era il suo sogno. Ho notato, tuttavia, che molte donne che conosco sono tristi a causa dell’epilogo perché non si forma la coppia, e penso che questo dimostri quanto siamo stati influenzati dai film che vediamo e dalle storie che ci sono state proposte nel corso degli anni.
D: Negli ultimi anni però serie tivù e film danno spesso anche esempi di donne diverse.
R: Forse stiamo capendo che non si può ‘fuggire’ in un mondo migliore e che dobbiamo affrontare la realtà, dimensione in cui la felicità non dipende dalla presenza o assenza di un uomo accanto a noi.
D: Il film è in continuo bilico tra commedia e dramma. Una scelta per rendere tutto più verosimile?
R: C’erano molti elementi da commedia nello script originale. Ogni giorno mi alzavo prima che arrivasse la troupe, alle 5 di mattina, e ogni volta che c’era un elemento troppo umoristico lo eliminavo dalla sceneggiatura. Quello che rimane e che vedrete sul grande schermo è l’umorismo della vita reale. D’altronde nel corso delle giornate ci sono molti momenti comici che accadono e basta tenere gli occhi aperti per coglierli.
D: Perché in My Art ha scelto di lavorare con amici e persone che conosceva bene?
R: Doveva essere così, era necessario. Con gli amici c’era il conforto e il sostegno sul set. Un amico si sente a proprio agio nel dire che c’è qualcosa che non lo convince. Mi fido di loro come attori e come amici, non so immaginare di lavorare in un altro modo.
D: Ha in programma nuove collaborazioni con sua figlia?
R: Certo, sto sviluppando dei progetti nella mia testa ma lei ha veramente molto da fare e anche io sono particolarmente impegnata…
D: Donne e cinema: un rapporto complicato. Che idea si è fatta?
R: Solo durante la realizzazione del film me ne sono resa conto. In quel momento mi sono quasi stupita perché stavo riuscendo a girare la mia pellicola nonostante il mio sesso.
D: E come vanno le cose nel mondo dell’arte?
R: Attualmente ci si chiede se si possa essere una donna di successo se si ha un figlio. Siamo o no nel ventunesimo secolo? Nel mondo ci sono esempi di donne di potere in tutti i settori, persone che hanno potuto occuparsi della famiglia comunque non rinunciando al proprio lavoro e alle proprie aspirazioni.
D: Perché si parla di questo secondo lei?
R: Penso sia legato a concetti quasi mitologici, per me non c’è alcuna spiegazione logica e razionale.
D: A livello personale si è mai ritrovata coinvolta in questo tipo di polemiche?
R: Quando ero giovane mi è stato detto che non era giusto o appropriato per un’artista donna avere figli ed è stato proprio quello in cui ho deciso che li avrei avuti. Non mi piace che qualcuno mi dica cosa fare.
D: Nel 2018 c’è anche un evento molto importante per la sua carriera…
R: Sì, è una retrospettiva in un museo meraviglioso (il prestigioso Modern Art Museum di Fort Worth, ndr) e devo iniziare a lavorarci seriamente e con impegno, anche se sto gettando le basi per un nuovo film, si vedrà quello che accadrà.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 07-09-2016 07:25 PM


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