Io, siciliano, vi racconto la mafia in tv

di Giovanna Pavesi
«Da palermitano è più semplice, perché certe cose le hai dentro. Ma non puoi permetterti di prendere le distanze da attore». Intervista ad Alessio Vassallo, interprete del tivù-movie su Libero Grassi.

alessiRuppe un sistema tentacolare, fitto e pericoloso. Non compromise mai la sua integrità morale scardinando le dinamiche di un sistema che soffocava l’industria e la società. Gli chiesero 50 milioni di lire e gli offrirono protezione, in cambio di una schiavitù che gli avrebbe sottratto libertà e integrità. Ma lui rifiutò, decidendo di non pagare la tangente al racket. E denunciò.
Erano gli Anni ’90 e Libero Grassi fu il primo imprenditore a scrivere una lettera (pubblicata poi sul Giornale di Sicilia, ndr), il 10 gennaio 1991, indirizzandola ai suoi aguzzini.
Con quel «Caro estortore…» rispose con garbo e decisione alle minacce di chi gli chiedeva il pizzo. Non lo avrebbe mai pagato, restando fedele alla sua integrità. L’Italia lo conobbe con un vestito grigio, a giacca, negli studi di Samarcanda (il programma di Michele Santoro, ndr), e gli occhiali leggermente posati sul naso. Mite e risoluto, tracciò pubblicamente il suo destino affermando la sua libertà di fare impresa lontano dalle logiche mafiose che insanguinavano e intimidivano la Sicilia. Era un giovedì mattina e a mettere il silenziatore sulla sua voce furono tre colpi di pistola. Perse la vita lì, su un marciapiede qualunque di Palermo, sotto casa sua.
A 25 anni dalla sua morte, Rai Uno, lunedì 29 agosto manda in onda Io sono Libero (diretta da Francesco Micciché e Giovanni Filippetto, ndr), la docufiction che racconta gli ultimi mesi dell’imprenditore siciliano (interpretato da Adriano Chiaramida, ndr).
Protagonista è Alessio Vassallo, che interpreta Marco, giovane giornalista e voce narrante del film, che a LetteraDonna dice: «A prendere il testimone di Libero Grassi, oggi, sono le giovani generazioni che, per fortuna, sono molto consapevoli e hanno il coraggio di dire no, di andare avanti e di non scendere a compromessi».

alessi2DOMANDA: Signor Vassallo, che cosa rappresenta per lei, giovane attore palermitano, una figura come quella di Libero Grassi?
RISPOSTA: Quel pezzettino di libertà che, quotidianamente, soprattutto da quando faccio questo lavoro, sto cercando di conquistarmi e che tutti noi dovremmo cercare di perseguire attraverso il nostro quotidiano e le nostre azioni.
D: All’epoca dell’assassinio lei era molto giovane. Ricorda quell’episodio?
R: No, perché ero molto piccolo. Ne ricordo un altro però: ero con mio padre in un paese vicino a Palermo: ci stavamo recando in un’edicola quando, a un tratto, le serrande dei negozi si chiusero davanti a noi, così come le tapparelle delle case. Ci sentimmo avvolti da un silenzio fortissimo, surreale e rumorosissimo. La radio disse della strage di via D’Amelio. Quel silenzio irreale mi è rimasto dentro, perché quando cresci in Sicilia, certe cose le hai cucite addosso. Della morte di Libero Grassi, invece, ho un ricordo attoriale.
D: Quale?
R: Da attore la scena dei funerali che abbiamo girato mi ha colpito molto. È stato un momento fortissimo.
D: Ce la racconti.
R: Il figlio Davide porta la bara del padre e ad un certo punto alza il braccio sinistro in aria, facendo una V con le due dita, in segno di vittoria. Quel gesto (che successe veramente, ndr) ha avuto un significato grande: il padre ha vinto perché le sue idee non sono morte con lui. La sua parola resterà.
D: Quando fu la prima volta che sentì parlare di lui?
R: Sicuramente a scuola. Ho poi approfondito questa figura da quando ho avuto la fortuna di rappresentare la sua storia in uno spettacolo teatrale, Dieci storie proprio così (diretto da Emanuela Giordano, da gennaio anche al Piccolo di Milano, ndr), in cui presto la voce a uno scritto del nipote che si interroga su chi fosse il nonno. Lo spettacolo parla di vittime di mafia, che hanno in comune un riscatto civile. La vita e il caso, poi, mi hanno portato anche a partecipare a questo tv-movie.
D: Per un attore siciliano come lei raccontare la mafia è più semplice o più complicato?
R: Da un lato è più semplice: vivere certe situazioni ti lascia dentro delle tracce. I ricordi di quei silenzi, di quei momenti, portano in superficie la radice palermitana, che ti aiuta. Dall’altra parte è una responsabilità in più: non puoi permetterti di prendere le distanze, come fa normalmente un attore, per raccontare una storia. C’era grande partecipazione da parte mia.
D: Com’è, invece, interpretare un cattivo di mafia?
R: L’ho fatto e lo rifarei. Da un punto di vista attoriale è molto interessante. Diciamo che è più semplice dargli un’anima, uno spessore. Il male ha sempre affascinato e quando viene raccontato si ha l’onestà intellettuale di andare veramente a fondo nel raccontarlo, anche in maniera cruda. Quando si cambia punto di vista è più complicato.
D: Perché?
R: Perché dai cattivi non ci si aspetta nulla. Quando si parla di vittime si tende a romanzare il racconto, li si tratta come santini, come eroi. Questo è sbagliato: sono state persone normali, che hanno lottato e hanno dato la loro vita. La loro morte ha provocato anche un dolore infinito alla famiglia e io ritengo che sarebbe molto interessante andare a fondo anche a quel dolore, a quella verità, senza romanzare.
D: La famiglia di Libero Grassi vi ha aiutato nella realizzazione di questo film?
R: Tantissimo. All’interno di questo movie ci sono anche alcune interviste attive, sia di Alice (qui la nostra) che di Davide Grassi. So anche che la famiglia l’ha visto in anteprima e ha approvato ogni cosa. Il messaggio è arrivato e tutti noi speriamo, come anche i familiari, che la Rai non lo lasci solo in tivù ma che possa farlo girare nelle scuole, perché è lì che parte tutto.
D: Crede nelle giovani generazioni?
R: Assolutamente sì. Avendo lavorato allo spettacolo teatrale ho frequentato tante scuole. I giovani insegnanti sono eroi contemporanei, perché iniziano a trasmettere ai ragazzi questi valori, raccontano loro chi erano queste figure. Mi creda: entrare in questi istituti e sentire che i più giovani sanno chi è Libero Grassi, Graziella Campagna o Peppino Impastato, riempie il cuore di speranza.
D: Chi ha raccolto il testimone di Grassi, secondo lei?
R: I ragazzi di Addiopizzo, che 13 anni dopo la sua morte, in suo nome, hanno deciso di unirsi, creando qualcosa di realmente attivo per combattere il pizzo. Se oggi io e lei siamo qui a parlarne significa che molto è stato fatto. E lo dobbiamo anche a loro.
D: Cosa l’ha colpita di più di un uomo come lui?
R: L’eleganza. Immagini quando decise di non pagare il pizzo e di rendere pubblica la sua denuncia rivolgendosi al suo interlocutore con «Caro estortore». Poi rifiutò la scorta e chiese alle forze dell’ordine di proteggere i suoi operai. Queste cose mi hanno colpito di lui.
D: Una frase che descriva il Libero Grassi che ha conosciuto lei.
R: Faccio mia una frase de Il giovane Montalbano, scritta da Camilleri. In una scena c’è un imprenditore che fa scarmazzo, confusione, perché gli appalti truccati non gli consentono di lavorare. A un certo punto dice: «Signor Commissario, io ho il vizio di essere una persona onesta». È un vizio che dovremmo abitare tutti. E, Grassi, questo vizio, ce l’aveva.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 29-08-2016 05:04 PM


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