Mio padre, non chiamatelo coraggioso

di Giovanna Pavesi
«Per lui, denunciare era solo un gesto coerente con se stesso». 25 anni fa fu ucciso dalla mafia Libero Grassi, imprenditore che si ribellò al pizzo. Alice ci racconta la storia. Di dolore e silenzio.

LIBERO-GRASSI-facebookEmancipato. Indipendente. Non ricattabile. Mai un cedimento né un ripensamento. L’etica come unica norma vera da seguire. Scelse di non vendere la sua anima al diavolo, non scendendo a compromessi. Con nessuno. La sua condotta era scritta nel nome di battesimo. Libero Grassi era un uomo perbene: imprenditore tessile capace e responsabile, scelse di non condividere le sue decisioni e i suoi guadagni con la mafia. Così non pagò mai il pizzo.
Il 10 gennaio 1991 scrisse una lettera ai suoi estorsori, pubblicata poi sul Giornale di Sicilia, scegliendo da che parte stare. E così la mafia lo raggiunse sotto casa, la mattina del 29 agosto di quello stesso anno.
Venticinque anni dopo, la figlia Alice ha la voce rotta dalla commozione. Si prende qualche secondo prima di rispondere ad ogni domanda. Il tono è severo: «Mio padre fu lasciato solo. Immaginava che con il suo appello altri imprenditori si sarebbero associati alla sua battaglia civile: questo purtroppo non accadde e, in assoluto silenzio fu assassinato».

aliceDOMANDA: Signora Grassi, chi abbandonò suo padre?
RISPOSTA: Tutti. Lo Stato, i partiti, gli altri imprenditori.
D: Libero Grassi fu più coraggioso o responsabile?
R: Io non parlerei assolutamente di coraggio. Non piegarsi alle logiche del racket, per mio padre, fu un comportamento assolutamente coerente con la sua vita, con il suo modo di pensare e di fare impresa. Fu semplicemente coerente con sé stesso: pensò che l’unica strada possibile fosse la denuncia.
D: Perché scelse una denuncia pubblica?
R: Era un uomo molto avanti per quel periodo, forse troppo. Probabilmente immaginava ciò che poi sarebbe successo dopo, ovvero l’associazionismo antiracket. Lui pensò di uscire allo scoperto pensando che altri imprenditori e commercianti si unissero alla sua denuncia. Ma com’è noto questo non è accaduto. Anzi, alcuni presero le distanze. Questo non se lo aspettava.
D: Cosa accadde dopo quella scelta?
R: Seguì immediatamente un arresto, anche se non mi riferisco alla famiglia Madonia, i mandanti del suo assassinio. Furono fermati coloro che materialmente avevano fatto delle richieste di estorsione. Questa era la prova che, denunciando, qualcosa poteva cambiare.
D: Quindi servì il suo assassinio per fare in modo che il suo messaggio arrivasse?
R: Sì. E tanti anni ancora dovranno passare. Senza dubbio, da quel giorno però, ogni imprenditore, ogni burocrate e ogni professionista può scegliere da che parte stare: con la mafia o contro. O denunci o soccombi. Oppure aderisci.
D: Perché sono ancora tanti a soccombere?
R: I casi sono molto diversi. C’è chi cede perché ha paura, perché trova difficile uscire da questo stato di cose. C’è invece chi condivide questa logica criminale, chi è colluso perché ha trovato convenienza a fare accordi con la mafia.
D: Suo padre ebbe mai paura?
R: Sì. Iniziò ad averla quando non ebbe più richieste di estorsione. Non lo disse mai a noi: emerse dai dialoghi con un suo caro amico.
D: Quando smisero di chiedergli soldi?
R: La storia pubblica di Libero Grassi iniziò nel mese di gennaio (mese in cui venne pubblicata la lettera, ndr) e finì ad agosto, quando venne ucciso. A giugno, dopo la partecipazione alla trasmissione di Michele Santoro, Samarcanda, che diede una forte eco alla sua denuncia, non ricevette più richieste di pizzo. Tra giugno e luglio si rese conto che c’era silenzio attorno a lui. Pensi che alcuni imprenditori dissero che mio padre aveva manie di protagonismo e che a loro non risultava che in Sicilia ci fosse questo problema.
D: Questo che cosa significava?
R: Che la stampa non ne parlò più. La mafia aveva già deciso di eliminarlo in quanto aveva rotto un equilibrio nella prassi a pagamento delle tangenti. Esistono registrazioni di alcuni imprenditori che, rispondendo agli estorsori, dicevano: «I soldi se li faccia dare prima da Libero Grassi». Il meccanismo stava cambiando e la famiglia Madonia decise di eliminarlo per dare un segnale forte.
D: Quindi altri seguirono il suo esempio.
R: In realtà solo qualche imprenditore aveva iniziato a denunciare. Purtroppo, però, in assoluto silenzio. Se lo avessero fatto pubblicamente mio padre non sarebbe stato più l’unico bersaglio e non ci sarebbe stato questo epilogo.
D: L’avreste mai immaginato questo epilogo?
R: Assolutamente no. Ci si aspettano i danni all’azienda, le minacce alla famiglia, le rapine, il rapimento del cane e le intimidazioni, come fecero all’inizio. Ma il resto no.
D: È stato difficile essere la figlia di un uomo come lui? Si è mai sentita esposta?
R: Purtroppo no perché in questa città è quasi come se non fosse successo nulla. Posso farle un esempio se vuole.
D: Prego.
R: Ho rilasciato, in questi giorni, un’intervista a un quotidiano di Palermo; ieri mi sono recata in un circolo, qui vicino, al mare, per rilassarmi un po’, e non mi ha fermato nessuno. La città finge sempre che non sia successo nulla.
D: Perché secondo lei?
R: Non saprei e purtroppo non riesco a capirlo. Ovviamente, alcune persone amiche mi hanno scritto, complimentandosi con me per aver espresso concetti giusti e risaputi, che nessuno ha il coraggio di dire. Eppure, in un luogo dove tutti conoscono me e la mia famiglia nessuno ha speso una parola. Palermo è così: io non ho un ruolo particolare in questa città. Forse ad averlo fu mia madre, Pina (scomparsa due mesi fa, ndr).
D: Sua madre (qui raccontiamo la sua storia) raccolse il testimone e spese la sua vita per tenere viva la memoria di suo padre.
R: Per quasi 25 anni, in modo molto pacato e costruttivo, ha portato avanti il messaggio di papà, la denuncia del malaffare, diffondendo l’anti-racket in tutta Italia, con gli studenti di ogni paesino, da Nord a Sud. È stata eccezionale: ha interiorizzato la sua rabbia trasformandola in energia positiva. Come abbiamo fatto tutti in famiglia.
D: Chi ha raccolto l’eredità di Libero Grassi, oggi?
R: Sicuramente il movimento di Addiopizzo. Palermo è cambiata anche grazie a loro. Dalla loro nascita, nel 2004, hanno contribuito a migliorare il profilo di questa città. Mia madre li chiamava «i suoi nipoti».
D: Come sono riusciti a cambiare Palermo?
R: Hanno coinvolto il consumatore con «consumo critico»: oggi, in molti esercizi commerciali, è esposto un adesivo che dichiara di non pagare il pizzo. Chi acquista inizia a ragionare e sa se sta dando o meno soldi alla criminalità organizzata. Questo è stato un aspetto vincente per questa città, per qualsiasi altra associazione prima non era mai riuscita in questo. Addiopizzo ha un buon seguito, per fortuna.
D: Lunedì 29 agosto andrà in onda la docufiction su Raiuno, Io sono Libero (diretta da Francesco Micciché e Giovanni Filippetto, ndr), che racconta gli ultimi giorni di vita di suo padre. Che messaggio si augura che arrivi?
R: L’ho visto in anteprima. Lo trovo un buon documentario, che racconta perfettamente la storia di Libero Grassi, dalla denuncia al vuoto intorno a lui. Spero che la Rai, una volta andato in onda, lo regali alle scuole, perché altrimenti, se finalizzato solo alla messa in onda, sarà inutile. È utile, invece, che questo diventi materiale, ahimè, di storia contemporanea.
D: Il nostro Paese ha imparato a riconoscere e a proteggere le persone come suo padre?
R: No, purtroppo questo Paese si presenta solo alle commemorazioni. E non mi riferisco solo alle istituzioni, ma anche ai cittadini. Non basta l’impegno nel giorno della memoria: avremmo voluto queste persone ancora vive, insieme a noi. È molto più importante, in ogni azione della nostra vita, pensare a loro e comportarsi di conseguenza.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , , Data: 29-08-2016 12:40 PM


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