«Dite basta alla tratta di esseri umani»

In cinque regioni italiane dal primo settembre non saranno più disponibili i servizi contro questa piaga: non ci sono fondi. Giulia Beato, studentessa 22enne, ha lanciato una petizione su change.org.

trattaLa storia di Leda, che a 16 anni ha lasciato la Nigeria ammaliata dal sogno di diventare cantante in Germania e poi è stata gettata in strada a prostituirsi, l’ha colpita profondamente. Giulia Beato, studentessa 22enne di Este, l’ha conosciuta nel 2015, mentre faceva volontariato nell’associazione di Padova Mimosa e segue le minorenni vittime della tratta. Un incontro che l’ha cambiata, dopo il quale il suo impegno per la tutela dei diritti civili si è moltiplicato. Perché la tratta di essere umani, specie giovani donne, è una realtà diffusa nel nostro Paese ma troppi fanno finta di non accorgersene. Dalla società civile alla politica fino alla pubblica  amministrazione, che dovrebbe lavorare al fianco del volontariato per tutelare queste ragazze e spesso non ci riesce, anche per questioni burocratiche. L’ultimo esempio sono i bandi per il sostegno alle vittime della tratta. In cinque regioni italiane dal primo settembre non ci saranno più interventi perché non sono stati assegnati i fondi necessari a renderli operativi. Un taglio rispetto all’offerta del passato che ha spinto Giulia a lanciare una petizione sulla piattaforma change.org, che ha già raccolto oltre 10 mila firme in pochi giorni.

giulia beatoDOMANDA: Giulia, perché ha deciso di lanciare questa petizione?
RISPOSTA: Una sera stavo leggendo un articolo su una rivista e ho scoperto questa piaga. Mi sono indignata, visto che ho avuto modo direttamente di conoscere la situazione di queste giovani e quindi non ho quasi chiuso occhio pensando a cosa potevo fare. Non sono legata a nessuna associazione ma studio Scienze politiche con indirizzo internazionale e mi occupo di diritti umani da sempre. La via più diretta per sollevare il problema è stata quella della petizione, che sta scuotendo parecchio le coscienze.
D: Quindi lei non ha agito come rappresentante di un gruppo.
R: L’ho fatto come cittadina. Lo sfruttamento sociale è una tematica che seguo e su cui vorrei lavorare anche in futuro. L’Italia è un Paese con un numero elevato di persone che viaggia per turismo sessuale e nessuno sembra toccato da questa cosa assurda. Poi, qui, si ripetono con continuità i casi di abusi e sfruttamento. La tratta delle giovani è una realtà presente anche se pochi ne parlano e ancora meno cercano di fermarla.
D: Ha qualche dato in proposito?
R: A quanto so l’Italia è un approdo per molte ragazze. Basta pensare che dal 2000 è attivo un programma di assistenza e protezione delle vittime di tratta, che dalla fine degli Anni ’90 sono state più di 60 mila, secondo alcune stime del governo. In base ad altre ricerche, poi, nel 2015 una percentuale molto elevata delle ragazze arrivate sole nel nostro Paese sui barconi è finita nelle mani della criminalità organizzata, che le ha poi avviate alla prostituzione.
D: Stime ufficiali, anche se probabilmente ci saranno poi dei numeri che non vengono alla luce. Come funziona questo intervento di assistenza fatto a livello ministeriale?
R: Il programma prevede che le ragazze costrette a prostituirsi siano aiutate a sottrarsi alle minacce dei loro sfruttatori, che siano accolte in case rifugio e che siano assistite da professionisti nel processo legale e psicologico che devono intraprendere per sottrarsi al regime di semi-schiavitù in cui si trovano. Iniziative che sono finanziate dal Ministero e attuate in collaborazione con associazioni di volontariato.
D: Una bella cosa. Perché adesso ci sono dei problemi?
R: Dal primo di settembre in alcune aree dell’Italia come la Sardegna, la Basilicata, il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Liguria e in alcune zone della Sicilia, le ragazze non potranno più rivolgersi ai servizi di assistenza, presenti da anni sul territorio. Si tratta di una decisione del dipartimento per le Pari Opportunità, che ha escluso alcune associazioni e regioni dai finanziamenti per motivi diversi. Nel caso della Sicilia perché i fondi sono stati assegnati fino al loro esaurimento. Per il Piemonte invece c’è stato un errore tecnico nella compilazione del bando da parte della regione; in altri casi, come in Liguria, si è trattato di un ritardo nella presentazione della domanda. Questioni burocratiche che hanno un impatto sul futuro di tante giovani donne.
D: Giulia, cosa vuole ottenere con la petizione?
R: Anzitutto che non ci siano più vincoli di questo genere per l’assegnazione dei fondi e che se esiste un piano nazionale venga gestito a livello centrale, senza bandi e richieste e trafile cartacee che dimenticano le persone. All’inizio volevo fare un Ricorso contro il decreto che aveva escluso alcune società dal bando, ma bisognava affidarsi ad un legale, servivano soldi e io non ne ho certo per questo progetto. Così ho pensato che la petizione potesse smuovere le acque, quantomeno far parlare della questione.
D: Ma la sua è la sola voce che si è levata contro la decisione?
R: No. Anche Salvatore Fachile, presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha espresso preoccupazione per l’esito del bando sottolineando come diventerà impossibile garantire la continuità di un servizio, che in alcuni casi è in piedi da anni. Secondo lui nel momento in cui è stato approvato un Piano nazionale anti-tratta è stata riconosciuta la necessità di affrontare la questione da un punto di vista nazionale e non locale. Eppure questo non accade.
D: Al di là della petizione, cosa si dovrebbe fare secondo lei per aiutare le vittime della tratta?
R: Anzitutto affrontare il tema nelle scuole, nelle università e nei centri di cultura e informazione perché ci sia una maggiore sensibilizzazione. Secondariamente non parlare in modo superficiale di questa tematica, soprattutto tenendo conto delle condizioni precarie in cui versano le vittime.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 25-08-2016 04:59 PM


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