Rio, la morte oltre i Giochi

di Giovanna Pavesi
Non è solo la città scintillante che le Olimpiadi ci hanno mostrato. Qui, tra miseria e violenza, i bambini vengono uccisi o spariscono nel nulla. La denuncia di Lidia Urani, presidente di una ong brasiliana.

riofotoEsiste un’altra Rio oltre a quella scintillante dell’apertura delle Olimpiadi. Un luogo pieno di contraddizioni che tiene stretti ricchezza sfrenata, povertà assoluta, corruzione sfacciata e violenza indiscriminata.
Il Cristo redentore, con il suo abbraccio ideale, osserva, mite, tutta la città: a ridosso di ogni grande evento, la miseria viene spazzata via sotto gli sguardi complici di chi preferisce non vedere.
Le spiagge bianche sono l’altro volto delle favelas, che spesso finiscono proprio lì, ai piedi di una costa che ai turisti sembra magica.
Esiste un’altra Rio, quella che ha escluso i suoi abitanti più poveri da una festa che ha stordito tutto il mondo.

MISERIA, VIOLENZA E QUELLA PAROLA ATROCE: «PULIZIA»
Qui tanti bambini non portano scarpe. I loro piedi corrono veloci su e giù per le strade. Si infilano nei vicoli stretti, schivano fognature a cielo aperto e proiettili. Campioni della rincorsa, o di tuffi in specchi d’acqua nelle zone periferiche, questi piccoli sportivi, ad honorem, i Giochi Olimpici di Rio 2016 li hanno visti solo attraverso qualche televisore condiviso con altri. Magari in una casa composta da una sola stanza. E senza tetto.
Lidia Urani è Presidente di Para Ti, una ong che da 25 anni sostiene la favela di Vila Canoas (di circa 3 mila abitanti, ndr). È arrivata in Brasile quando aveva due anni. Parla italiano, ma quando deve nominare un luogo della sua Rio, l’accento prende il sopravvento. Il padre Franco si trasferì dall’Italia nel 1962 per le operazioni industriali della Fiat, di cui fu Presidente per il Brasile e per l’America Latina. Insieme con la moglie creò questa associazione poiché al loro ritorno, vicino la loro abitazione, era sorta questa favela, nella zona di São Conrado.
Lidia, il cui obiettivo è quello di strappare via i bambini dalla violenza della strada, del traffico e della polizia, ci racconta l’altra faccia delle medaglie olimpiche: «Molto è stato tenuto nascosto: il volto di Rio non è solo quello scintillante che piace ai turisti. È stata anche l’Olimpiade dell’esclusione. Per il grande evento è stata fatta grande pulizia».

rio2DOMANDA: In che modo?
RISPOSTA: Uccidendo i minori più poveri che qui hanno ben pochi diritti. Tutti si servono di loro, non solo i trafficanti.
D: Chi li ha uccisi?
R: La polizia. Lo fa in silenzio, quasi di nascosto verrebbe da dire. Magari si viene a sapere dopo qualche giorno. Non è una cosa così sistematica però. È ambigua ed è pericolosa per questo motivo. In Brasile spariscono circa 50 mila bambini l’anno.
D: Alcune ong hanno diffuso dati preoccupanti. C’è chi ha parlato di esecuzioni in piena regola, con colpi alla nuca. Secondo lei, siamo tornati al clima del massacro della Candelaria, nel 1993 (la Chacina da Candelária, fu l’uccisione di otto bambini di strada di fronte alla Chiesa di Nostra Signora di Candelária, a Rio, da parte di alcuni membri della polizia, ndr)?
R: No, non è un massacro così. Quei bambini furono uccisi davanti a una chiesa mentre stavano dormendo. Le dinamiche sono diverse: c’è una sparatoria, il bambino passa per la strada, c’è l’esecuzione e ci sono molti maltrattamenti. Esiste piuttosto un problema educativo tra le forze dell’ordine.
D: In che senso?
R: Sono addestrati alla violenza e spesso hanno stipendi bassissimi, nonostante rischino la vita ogni giorno: hanno a che fare con trafficanti armati fino al collo, e poi molti di loro sono avanzi di galera che diventano poliziotti e sfogano così tutta la loro violenza.
D: C’è chi dice, però, che siano collusi con i trafficanti.
R: Sì, anche questa è una parte di verità. Il traffico di droga è un fenomeno strettamente legato alla polizia: tra di loro esiste una sorta di pace, un patto non scritto. La polizia chiude un occhio perché il traffico rappresenta un business enorme. Il traffico fa comodo a tutti, soprattutto ai politici corrotti.
D: La colpa è della politica, quindi?
R: La situazione politica attuale è molto ambigua: non si riesce ancora a comprendere se un golpe ci sia stato oppure no. In questo periodo di Giochi Olimpici la polizia ha arrestato semplici studenti che manifestavano. Le persone che hanno apertamente dichiarato il loro dissenso verso Temer sono state fermate. Siamo di fronte a una sorta di fascismo: reprimono dissenso e povertà, in un certo senso.
D: Si respira il clima della vecchia dittatura militare?
R: No, non siamo a quei livelli ma non possiamo sapere come si evolverà questa situazione. A Rio sono presenti 88 mila militari, che resteranno qui sicuramente fino alle Paralimpiadi e alle elezioni. Se si esce per la strada sembra di essere in uno stato di guerra.
D: Chi è venuto a Rio a vedere le Olimpiadi si è reso conto di questo clima?
R: No, credo che il 90% delle persone non se ne sia accorto. Con alcuni partner organizziamo dei tour sostenibili all’interno delle varie comunità (favelas, ndr), con il fine di far conoscere ogni sfaccettatura di questo Paese. Tuttavia, in questi giorni, non siamo riusciti a mostrare nulla di queste realtà: le persone che sono arrivate qui, sono venute per vedere le Olimpiadi e hanno visto solo questo.

 
rio3D: E i meninos (bambini, ndr) come hanno vissuto queste Olimpiadi?
R: Credo solo attraverso la televisione, purtroppo, perché questi Giochi sono stati organizzati per coloro che sono venuti qua a vederli e non per la popolazione. Eppure lo sport può salvare la vita di questi piccoli. Noi abbiamo un esempio.
D: Ce lo racconti.
R: Alcuni fa da noi c’era un ragazzo che si chiamava Izaldir Feitoza: Para Ti gli fece fare un corso di informatica e gli fornì una borsa di studio per frequentare la facoltà di Educazione Fisica, perché era uno a cui piaceva molto correre; si allenava nelle montagne qui vicino, in mezzo alla foresta, ha sempre corso molto in vita sua ed è diventato un campione di corsa in montagna. Oggi corre anche sul Monte Bianco.
D: È mai tornato nella favela?
R: Certo. È venuto e ha portato ai bambini tanti gadget sportivi, dei dolciumi e ha fatto una conferenza su come lo sport aiuti a salvare le persone, a emanciparle. Ha raccontato di come alcuni suoi amici siano finiti nel traffico. Lui è riuscito a vincere soprattutto grazie alla grande forza di volontà. Nella comunità è forse l’unico che è riuscito ad avere successo. Spesso qui la figura maschile non esiste, perciò è molto importante dare esempi maschili positivi. Lui ha avuto una bambina, alla quale ha insegnato a correre.
D: Cosa si può fare per migliorare il sistema, quindi?
R: Basterebbe iniziare a fare le cose fondamentali. Le faccio un esempio: alla Rocinha (favelas a sud si Rio, ndr) hanno creato un complesso sportivo molto bello, con piscine. Tuttavia non ci sono fognature.
D: Chi ostacola di più le ong come la sua?
R: Dipende dai momenti. Il narcotraffico, sicuramente. Spesso abbiamo avuto ragazzi adolescenti che, usciti da qui, sono stati inghiottiti da questo sistema: almeno quattro ne sono morti in questi 30 anni. Il traffico non perdona: un ragazzo che conosco, mentre faceva il palo, si è addormentato ed è stato ucciso.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , , Data: 24-08-2016 01:27 PM


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