Voi in burkini, lottate per i miei shorts

di Giovanna Pavesi
«Chiunque lo indossi è vittima di una forma di sottomissione». Parola di Maryan Ismail, antropologa musulmana senza velo che ci racconta cosa pensa del divieto francese.

miAmina ha 30 anni ed è mamma di due bambini. A 12 aveva iniziato ad avvolgere i suoi capelli in un velo rosa pallido. Magra e molto alta, nelle ore di educazione fisica stracciava chiunque si mettesse contro di lei in una gara di atletica. Oggi fa l’insegnante di matematica e ha abituato i suoi due figli allo sport e alla disciplina. Li accompagna al corso di nuoto e agli allenamenti di calcio. Insieme passano lunghe giornate al mare e in piscina. Amina, i suoi due piccoli e le altre mamme. Lei, però, non si spoglia mai: qualche anno fa ha acquistato, online, un burkini, un indumento simile a una muta subacquea, ma molto più flessibile, che copre tutto il corpo ad eccezione di mani, piedi e viso. A disegnarlo per la prima volta è stata Aheda Zanetti, stilista australiana di origini libanesi. Il termine burkini nasce dalla fusione dei due termini burqa e bikini. Che è anche la commistione di due mondi.

UNA MUSULMANA CHE DICE NO
Emblema di pudore, di emancipazione o di sottomissione, il burkini ha portato con sé una serie di interrogativi legati al corpo delle donne. Dopo la decisione di alcuni comuni francesi di vietarlo sulle proprie spiagge per motivi di sicurezza, anche in Italia è nata una polemica che pare senza fine in merito alla libertà dell’identità femminile.
Maryan Ismail, ha una voce squillante. Scandisce perfettamente ogni parola, perché sia ben compresa: è arrivata in Italia 35 anni fa dalla Somalia, come rifugiata politica. È antropologa, musulmana sufi e portavoce della comunità somala a Milano. E non indossa il velo: «Coprirsi il capo, con un velo o con un burkini, in spiaggia, non è altro che l’ennesimo segnale di un’interpretazione ultraortodossa e maschiocentrica dell’Islam».

++ Burkini: Valls, è incompatibile con valori Francia ++DOMANDA: Signora Ismail, perché non le piace questa invenzione?
RISPOSTA: Trovo che, per una donna, coprirsi in questo modo sia davvero mortificante.
D: Il burkini è una tenuta religiosa?
R: Sì, credo che lo sia. Il marchio della religiosità legato a questo indumento è stato il primo atto della sua invenzione. Copre integralmente i capelli, il corpo, lasciando libere soltanto le estremità: viene venduto alle signore musulmane e saudite proprio perché rispettoso di alcuni dettami islamici. Anche se sarebbe necessario fare delle distinzioni.
D: Di che tipo?
R: Se ci si riferisce ai dettami di una lettura wahabita, salafita, ortodossa. Ma l’Islam non è soltanto questo e non può essere né imposto né esteso a tutto il resto del mondo femminile musulmano. Non tutte le donne musulmane vogliono essere assoggettate a rigidi canoni di vestiario o altre imposizioni. Posso anche farle un esempio.
D: Prego.
R: Nella Sura delle Donne, vi è scritto di non esagerare nella religione. È un precetto specifico. La lettura maschiocentrica dell’Islam sta soffocando milioni di donne, che desiderano gli stessi diritti, la stessa dignità, ma che chiedono, soprattutto, di poter disporre del proprio corpo e del proprio destino, e di uscire da un patriarcato pesante che le ha condizionate in ogni aspetto della vita.
D: Eppure la stilista (Aheeda Zanetti, ndr) ha dichiarato di non essersi limitata soltanto ai vestiti per la comunità islamica. La sua società propone altri modelli, simili al burkini, che per le donne che vogliono proteggersi dal sole.
R: Che la signora Zanetti abbia dichiarato di aver fatto anche altre linee di moda femminile per tenere coperto il corpo mi sembra un pretesto: sappiamo perfettamente che chi è allergico ai raggi solari, di solito, indossa i pantaloni o magliette dalle maniche lunghe in spiaggia. Una musulmana che lo indossa è connotata religiosamente e se qualcuna afferma che questo è il costume che vogliamo noi musulmane, si sappia che è totalmente falso.
D: Quindi, indossarlo è una forma di sottomissione, secondo lei?
R: Guardi, io penso che sia chi sceglie di coprirsi autonomamente, sia chi lo fa per imposizione, sia vittima di una forma di sottomissione. E credo che, in generale, ci siano dei momenti in cui portare il velo sia davvero molto pesante.
D: Per esempio?
R: Credo che il momento più avvilente riguardi le donne in menopausa, un momento in cui il corpo femminile è soggetto a vampate di calore, condizioni ormonali naturali in una donna. Noi donne musulmane, velate e non velate, ci parliamo, ma non ci vengano a raccontare certi uomini ultraortodossi che la costrizione sociale e culturale lasci le donne libere di scegliere. Questa è una grandissima menzogna ed è un enorme equivoco.
D: Il divieto di indossarlo è altresì una sottomissione?
R: No, non lo è. Bisogna partire da un presupposto: la Francia ha subito degli attacchi terroristici ed è sotto il mirino del terrorismo islamista e se ritiene, come Stato libero, che siano necessari dei divieti, penso abbia il diritto di attuarli, qui come altrove.
D: C’è chi parla di islamofobia, però.
R: Non penso sia un discorso di islamofobia. È una questione di razzismo, al contrario. Uno Stato ha il diritto a tutelare sé stesso come meglio crede, soprattutto dopo quanto accaduto a Nizza e nel resto della Francia. Questi episodi hanno lasciato delle tracce indelebili nell’immaginario di noi europei e anche di noi musulmani, perciò ritegno libero uno Stato di curare come meglio crede le ferite ricevute.
D: Cosa c’è di così sbagliato nella scelta di utilizzare questo indumento?
R: Io sono una persona libera e liberale: non andrei mai a ficcare il naso nelle scelte personali altrui. Chiederei però, con altrettanta libertà, che ci si indigni e che si scenda in piazza per me se voglio andare io, Maryan Ismail, in bikini in spiaggia. Quando io vedrò scendere in piazza le   a difendere il mio diritto a portare i pantaloncini corti, senza per questo essere giudicata non pudica e non perfettamente conforme alla spiritualità, allora io sarò pronta a dire di togliere qualsiasi veto. In quel caso saremo donne con piena consapevolezza del proprio corpo e della propria identità. Che ci sia un’indignazione monodirezionale fa capire che il fatto è semplicemente una lettura politica, ideologica e religiosa.
D: Perché il corpo delle donne è costantemente oggetto di dibattito?
R: Perché è un corpo politico e sociale.
D: In che senso?
R: È politico nel senso che, sul corpo delle donne, si sono sempre esercitate varie forme di controllo, che vanno dall’aborto, alla fecondazione eterologa passando anche attraverso all’utero in affitto; è sociale perché è attraverso il corpo femminile che si misura a che punto è la società: noi siamo lo specchio della società. Bisognerebbe fare uno sforzo collettivo per togliere la donna da questo giogo.
D: Come si compie questo sforzo collettivo?
R: La libertà deve partire dall’identità profonda delle donne. Devono saper dire che cosa vogliono.
D: Vietare un capo che potrebbe contribuire alla discriminazione femminile potrebbe rendere le ragazze più libere?
R: Può essere un aiuto. È la simbologia ad essere ancora potentemente presente e forte. Il velo non è una scelta come alcuni ci vogliono raccontare: sapere che quel velo è vietato o almeno ridotto, può generare tutta una serie di domande virtuose per l’emancipazione femminile.
D: Quali?
R: Ci si chiederebbe, ad esempio, il motivo del divieto.
D: E la risposta quale sarebbe?
R: Ad esempio che il divieto dell’uso del velo corrisponde al divieto di una lettura profondamente ortodossa, restrittiva e intransigente del Corano. Scatenerebbe molta curiosità nelle ragazze: perché quel velo non si portava in Senegal, in Somalia o in Iran e oggi si porta? Perché le nostre nonne non lo indossavano e noi, figlie e nipoti, invece, lo dobbiamo portare? Ora, invece, non si racconta che esiste un altro tipo di Islam.
D: Che cosa significa essere una musulmana libera?
R: Per me è anche questo: è avere la libertà di scegliere le stoffe, i colori da indossare; scegliere di portarmi nel mondo liberamente; di essere una professionista o una madre; il mio essere musulmana significa essere libera da condizionamenti, di avere in mano il mio destino. Io vengo da un matriarcato africano liberissimo. Questo è il mio essere musulmana somala: sono stata educata ad essere una donna liberamente responsabile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 19-08-2016 08:03 PM


Lascia un Commento

*