«Rio 2016, il mio riscatto»

di Enrico Matzeu
Tra gli atleti delle Paralimpiadi 2016 c'è anche Giusy Versace, campionessa di atletica che ha perso le gambe nel 2005. «Ho iniziato a correre quasi per ripicca: qualcuno mi diceva che non potevo farlo». L'intervista.

versaceÈ tempo di Olimpiadi, quelle di Rio 2016, che iniziano ufficialmente il 5 agosto e impegnano gli atleti azzurri per quasi un mese in gare che vedono coinvolte anche moltissime donne. Il 7 settembre, subito dopo i giochi olimpici, in Brasile iniziano anche le Paralimpiadi, dove si sfidano gli atleti con disabilità.
Tra loro c’è Giusy Versace, campionessa di atletica, in particolare nei 200 e nei 400 metri T43-44. Una donna con una storia intensa, di dolore, coraggio e riscatto.
In molti la conoscono per le sue avventure televisive, visto che nel 2014 ha vinto Ballando con le stelle, su Rai Uno, e nell’ultima stagione ha co-condotto La Domenica Sportiva su Rai Due.

QUEL 22 AGOSTO 2005
La sua storia inizia nel 1977, quando nasce a Reggio Calabria, figlia di Alfredo Versace, cugino dei Versace stilisti. Ventotto anni dopo, il 22 agosto 2005, la sua vita cambia radicalmente a causa di un incidente automobilistico in cui perde entrambe le gambe. Da quel momento drammatico e terribile nasce in lei una forza quasi inspiegabile, che la porta cinque anni dopo a indossare delle protesi da corsa e a iniziare un’avventura sportiva che l’ha portata dritta a Rio De Janeiro, dove il 12 settembre realizza un obiettivo inaspettato: «Ho iniziato a correre per sfida, non per competizione, e non avrei mai pensato di arrivare fino a dove sono. È tutto bellissimo», racconta a LetteraDonna.

Giusy Versace agli Europei Paralimpici di Grosseto (foto di Ilario Uvelli).

Giusy Versace agli Europei Paralimpici di Grosseto (foto di Ilario Uvelli).

DOMANDA: Qual è la stata la prima sensazione che ha provato quando è stata convocata?
RISPOSTA: Non ho ancora realizzato la cosa. Sono felice dopo tanti anni di allenamento e dopo la delusione di Londra 2012, quando non fui convocata. È stato per me un riscatto importante e il frutto di un percorso impegnativo e non senza ostacoli.
D: Come si sta preparando a Rio 2016?
R: Non è un percorso semplice. C’è dietro un lavoro molto complesso, che dura da anni. Continuerò a lavorare a testa bassa, come ho fatto in questi ultimi mesi, per cercare di ottenere dei buoni risultati.
D: Che cosa si aspetta da questa avventura?
R: Assolutamente nulla, ogni cosa sarà una sorpresa. Non immagino nulla, perché è una cosa che non ho mai provato, ma spero sarà una delle esperienze più bella della mia vita. Ho voglia di godermi ogni momento e ogni applauso che arriverà. Nelle gare paralimpiche non c’è mai molto pubblico, quindi a Rio la cosa più bella sarà sicuramente vedere gli stadi pieni.

D: Com’è stato invece vincere un argento e un bronzo agli Europei di Grosseto?
R: Una bella sorpresa. Non sono andata aspettandomi di vincere delle medaglie, perché non penso mai al risultato finale, altrimenti mi condiziono la gara. Arrivavo da un periodo sfigato, in cui ho avuto molti infortuni, poi l’otite e gli antibiotici che mi avevano costretta a saltare gli allenamenti. Era una follia presentarsi agli Europei in quelle condizioni.
D: E invece?
R: La gara dei 200, in cui ho vinto l’argento, l’ho affrontata benissimo e poi – se la devo dirla tutta – ho avuto la soddisfazione di superare un’inglese. Non mi era mai successo. I 400 invece li ho un po’ sofferti, ma mi sono aggrappata a quel podio e ce l’ho fatta. Non è stata forse una gara soddisfacente dal punto di vista cronometrico, ma mi sono portata a casa un bel bronzo. Quello che mi ha emozionato di più, comunque, non sono state le medaglie.
D: E che cosa?
R: Il fatto che sugli spalti, oltre a mio fratello, che è il mio più grande supporter, c’erano anche mio padre e i miei zii, che considero i miei tre papà. Uno di loro non mi aveva mai vista dal vivo.
D: Ha battuto diversi record italiani ed europei, se lo sarebbe immaginato quando ha iniziato?
R: Assolutamente no. Quest’anno sono 11 anni dall’incidente e avendo iniziato a correre tardi, rispetto agli standard, non mi aspettavo niente di tutto ciò.
D: Perché ha deciso di darsi allo sport?
R: Per caso, per curiosità, quasi per ripicca, perché qualcuno mi diceva che non potevo farlo.
D: E poi?
R: Andando avanti con i risultati, mi rendevo conto di essere un punto di riferimento per molti. Anche per questo ho aperto la Onlus Disabili No Limits, di cui sono presidente. Cerchiamo di promuovere lo sport come forma di terapia e di riscatto, ma anche come importante strumento di integrazione sociale.

D: Segue le Olimpiadi?
R: Sicuramente, mi sono sempre piaciute. Ovviamente seguo di più l’atletica, anche se non ho nessun preferito, ma sono molto curiosa di vedere se Usain Bolt replicherà l’impresa di Londra.
D: Queste Olimpiadi iniziano con l’ombra del doping, cosa ne pensa?
R: È un argomento troppo delicato, rispetto al quale ognuno dice la sua. Sono ovviamente fatti tristi perché rovinano momenti che dovrebbero essere di festa. Quindi preferisco non soffermarmi troppo su questa cosa. Non sarebbe giusto.
D: Che esperienza è stata quella alla Domenica Sportiva su Rai Due?
R: Diciamo che sono sopravvissuta bene, considerando che pensavo di mollare a metà. È stata un’avventura molto impegnativa. Lì dentro c’è gente che giustamente fa solo quello nella vita, mentre io dovevo anche allenarmi.
D: Quindi è stata faticosa?
R: Il calcio non perdona se sbagli un nome, se ti perdi un’azione… insomma devi essere sempre sul pezzo. Però ho potuto lavorare con personaggi come Giovanni Trapattoni, che amo come persona, oltre che come sportivo. Per me è stato bello anche confrontarmi con Zdeněk Zeman, con i suoi silenzi e le sue pause. È stato impegnativo, ma utile: oggi la gente che mi ha seguita, anche professionisti del settore, mi fa i complimenti.

D: Trova che il mondo del calcio sia un po’ maschilista?
R: È visto forse in questo modo, però ho avuto la possibilità di conoscere anche tante realtà, in cui sono le donne a fare questo sport, e di avere ospite anche alla Domenica Sportiva Katia Serra (leggi qui la nostra intervista), portabandiera del calcio femminile. Le cose secondo me stanno cambiando. Anche negli altri sport.
R: Ovvero?
D: Le ultime medaglie italiane sono arrivate da donne. Quest’anno il presidente della delegazione paralimpica ha confermato che la squadra femminile è più competitiva di quella maschile, siamo più forti insomma (ride, ndr). Nello sport però non c’è distinzione tra uomo e donna, c’è solo grande determinazione nelle cose che si fanno. Lo vedremo a Rio.
D: In che senso?
R: In Brasile ci sarà un segnale importante in questo senso, ovvero la partecipazione di Irma Testa, la prima pugile italiana che partecipa a una Olimpiade. Che tra l’altro è una ragazza molto femminile.
D: E invece lei, la rivedremo in tivù?
R: Sicuramente alle Paralimpiadi, visto che la Rai le trasmette (ride, ndr). Per il resto mai dire mai. Sono una fonte inesauribile di sorprese. Chi lo sa.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 05-08-2016 11:29 AM


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