«I gay? Trattati come gli ebrei»

di Giovanna Pavesi
Mario Adinolfi su Twitter ha associato la pedofilia all'omosessualità. Lo psicologo Federico Ferrari ci ha spiegato perché si sbaglia e come la crisi economica favorisce l'intolleranza.

adinolfi tweetPedofilo. Una parola tagliente come una lama. Pesante. Dai contorni cupi. Il mostro, l’orco che si insinua tra i sorrisi dei più piccoli, in mezzo ai loro giochi, tra i quaderni a righe e i pastelli della scuola, tra le mura sicure di una casa accogliente dove non manca nulla. Nell’immaginario collettivo il pedofilo è un uomo ordinario, sui 50 anni, con i capelli castani, senza barba, magari con gli occhiali e un lavoro normale. Di solito, inoltre, è omosessuale. Di questo, almeno, sembra essere convinto Mario Adinolfi che, in un botta e risposta su Twitter in merito al legame tra Chiesa Cattolica e pedofilia, ha dichiarato: «Quei preti pedofili erano omosessuali. Insidiavano ragazzini. I pedofili sono gay nella stragrande maggioranza dei casi».

federico ferrari

Federico Ferrari.

TEORIA CONFUTATA DALLA SCIENZA
Secondo Federico Ferrari, psicologo, psicoterapeuta e docente al Centro Milanese di Terapia della Famiglia, quanto detto da Adinolfi è confutato dalla scienza: «Le statistiche rilevano che, nella maggior parte dei casi, il fenomeno della pedofilia è spesso intrafamiliare ed eterosessuale». Autore con Paolo Rigliano e Jimmy Ciliberto di Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità (edito da Raffaello Cortina), Ferrari si occupa soprattutto di identità sessuale e ha spiegato a LetteraDonna perché Twitter può essere una pericolosa cassa di risonanza per le parole di Adinolfi.

DOMANDA: Dottor Ferrari, che caratteristiche ha il fenomeno della pedofilia?
RISPOSTA: Possiamo dire che l’abuso sui minori purtroppo spesso si consuma tra le mura domestiche e, quando è così, si tratta di situazioni insidiose e molto pesanti. La pedofilia più in generale è un fenomeno estremamente complesso, che difficilmente può essere ridotto a poche battute. Riguarda l’incapacità di sviluppare, a livello relazionale e maturo, la propria sessualità. Inoltre, non riguarda assolutamente l’orientamento sessuale.
D: Perché allora in molti associano l’omosessualità alla pedofilia?
R: È un antichissimo pregiudizio, che fa parte di un vecchio retaggio culturale, legato anche alla semplificazione e banalizzazione di quella che era la pederastia greca, una pratica che appartiene al passato e a un contesto culturale che non ha nulla a che vedere con l’orientamento sessuale. Ma l’associazione è rimasta nell’immaginario collettivo ed è utile a chi, come Adinolfi, la vuole strumentalizzare. Verso gli omosessuali è in atto una vera e propria campagna denigratoria, o meglio, difensiva.
D: In che senso?
R: In molti vorrebbero mantenere tutta una serie di assetti omofobici sociali molto forti. Pensi solo al ‘fantasma’ del gender: gli studi di genere, che sono una tradizione accademica di cinquant’anni e rappresentano un argomento di studio, sono stati trasformati in una teoria. Così si instilla nei genitori la paura che i loro figli possano essere ‘attaccati’: passa il messaggio che le «lobby omosessuali» abbiano inventato questa fantomatica teoria per corrompere i loro piccoli e questo mette in moto un meccanismo di difesa, naturale, verso il bene più prezioso di un essere umano. È una sorta di chiamata alle armi.
D: Come funziona questo meccanismo di difesa?
R: Le persone per prima cosa rispondono all’allarme agendo a livello emotivo, perché quando sono coinvolti i figli, prima di tutto, ci si assicura di eliminare qualsiasi rischio. Solo in un secondo momento si cerca di capire e di indagare la ragionevolezza di un messaggio.
D: Ma questi messaggi hanno una certa presa anche su chi non ha figli.
R: Si tratta pur sempre di dare la caccia a un mostro, in questo caso il pedofilo. Ed è un’attività che coinvolge ogni società e aggregato umano, quando il ‘fantasma’ viene riattivato. Inoltre, in questo tentativo di attaccare questa etichetta all’omosessualità è un modo di contrastare la normalizzazione sempre più forte della comunità Lgbt.
D: Chi ha paura di questa normalizzazione?
R: La normalizzazione è il processo per cui, piano piano, ciò che è sempre stato stigmatizzato, l’omosessualità, finisce per essere accettato come una delle varianti normali dello sviluppo sessuale degli individui, quindi capace di portare valore e di essere a tutti gli effetti un elemento positivo della società. Se ciò avvenisse, bisognerebbe mettere in discussione tutta una serie di schemi di genere tradizionali che non riguardano soltanto l’orientamento sessuale, ma anche i ruoli familiari e sociali, l’ordinamento familiare, il ruolo della Chiesa.
D: Quanto sono pericolose certe dichiarazioni sui social?
R: Ormai ci siamo sempre più abituati anche a un tipo di accuse che non ha più nemmeno tutto questo effetto: è più una retorica. Direi che questi pseudoargomenti cominciano a perdere anche la loro efficacia perché contestati tante volte.
D: Crede che ci sia una correlazione con gli attacchi alla ‘teoria gender’ nelle scuole?
R: C’è chi cerca di fare di tutto per evitare che ci sia, nelle scuole, un’educazione affettiva, alla parità, all’uguaglianza e qualunque riflessione sullo sviluppo affettivo dei bambini, delle bambine e degli adolescenti. Sicuramente, più ci si avvicina a settembre, più si ricomincia con l’evocazione di questo mostro immaginario del gender che permette di assicurarsi che non venga affrontato seriamente un discorso sulla parità, sul rispetto delle differenze nei contesti educativi italiani. Sono argomentazioni che assomigliano e si richiamano l’un l’altra quella dei «gay pedofili» e quella delle «lobby gay che vogliono portare la masturbazione nelle scuole».
D: C’è il rischio che si consolidino, così, l’omofobia e l’intolleranza?
R: Durante il dibattito sulle unioni civili, la comunità Lgbt è stata dipinta come una massa composta da sfruttatori, ricchi e privilegiati che ricorrono alla surrogacy, approfittando degli altri: si è così creato un «nemico sociale» e la strategia somiglia preoccupantemente a quella messa in atto contro gli ebrei in epoca nazista. L’idea è la stessa, creare un’etichetta, una macchietta antipatica alla popolazione: i gay non sono più quelli fragili, ma i privilegiati. E diventano soggetti da espellere dalla comunità a cui non si possono e non si devono riconoscere i diritti di un sistema sociale basato su una questione di genere molto rigida, maschio e femmina, che devono essere eterosessuali per essere procreativi. La crisi, poi, aiuta la diffusione di certe idee.
D: In che senso?
R: In un momento storico come il nostro, qualunque certezza è ben accetta e quindi anche le vecchie certezze retrograde, per quanto fossero superate, per ragioni di discriminazione e di ingiustizia sociale, vengono ora ricercate perché offrono sicurezza in uno schema predefinito e preordinato. In questo momento, tutte queste cose messe insieme fanno sì che certe accuse siano estremamente pericolose perché fanno presa su questo bisogno di ordine e sulle fobie sociali che riemergono ciclicamente.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 28-07-2016 08:00 PM


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