«Gli agenti? Sempre impuniti»

di Giovanna Pavesi
Sono passati 15 anni dal G8 di Genova e dal giorno in cui Carlo Giuliani morì in piazza Alimonda. Sua madre Haidi crede che Placanica sia solo un capro espiatorio e continua a cercare la verità.

Haidi-GiulianiEra un venerdì. Le vie che portavano al mare, sempre più piccole e strette, affogavano nell’afa di luglio. Era il 2001 e Genova, stordita dalle sirene, soffocava in un fumo denso che, sempre più nero, si levava dalle strade. Tutt’attorno carcasse di auto lasciate lì, a morire, tra le fiamme di roghi improvvisati. In città erano arrivati in tanti: studenti, sacerdoti, associazioni legate ai diritti umani, suore, pediatri, avvocati, psicologi. Intanto, il frastuono dei manganelli sembrava scandire il tempo che separa la vita dalla morte. Il caldo scottava sulla pelle, insieme al calore dei lacrimogeni che asciugava ogni cosa e toglieva agli sguardi persino la forza di piangere. Maschere di sangue entravano nelle case della gente: tra i piatti di una cena, in mezzo ai divani di un salotto, quel sangue rigava i volti e da Genova raggiungeva ogni città. Pestaggi. Urla.

LA MORTE DI CARLO GIULIANI
Da una parte lo svolgimento di un vertice dei grandi della Terra, il G8. Dall’altra la violenza che iniziò nelle strade e finì, in silenzio, tra i banchi della scuola Diaz e le mura della caserma di Bolzaneto. Nessun colpevole, ma tante vittime. Tra cui un ragazzo ucciso. Si chiamava Carlo Giuliani: aveva 23 anni, la testa rasata e gli occhi chiari. In piazza Alimonda, verso le 17, due colpi di arma da fuoco ammutoliscono, per un attimo, il caos del corteo. Qualcuno gli ha sparato. Carlo indossa un passamontagna blu scuro e giace a terra, ma respira ancora. Poi, nel giro di qualche minuto, il suo corpo viene circondato da un cordone di poliziotti. Quindici anni dopo, Haidi Giuliani, la madre di Carlo, ricorda con lucidità e precisione ogni frammento di quel giorno. E racconta a LetteraDonna, con dovizia di particolari, l’oltraggio che il corpo di suo figlio avrebbe subito, ancora agonizzante. A distanza di tanti anni non ha intenzione di fermare la sua battaglia civile: «Lotterò fino all’ultimo respiro di vita, per quanto è nelle mie possibilità, nelle mie forze e nelle mie capacità. E non lo farò perché sono la mamma di Carlo, ma perché sono una cittadina di questo Paese e in quanto tale ho una coscienza civile».

DOMANDA: Signora Giuliani, chi ha pagato per la morte di suo figlio?
RISPOSTA: Nessuno. Anzi c’è qualcuno che ha considerato Carlo il delinquente, il potente assassino. Ci sono persone che continuerebbero a negare l’evidenza. Queste cose ormai non ci sconfortano più di tanto. Ci sconforta, invece, che l’opinione pubblica sia stata distratta.
D: Cosa intende?
R: Ciò che in molti avrebbero dovuto capire è che la morte di mio figlio non è stata solo l’uccisione di un ragazzo, ma una ferita nella nostra democrazia. La stampa è stata molto attenta a non considerare questo aspetto della storia e l’opinione pubblica così è stata influenzata.
D: Amnesty International, riferendosi ai fatti di Genova (i pestaggi alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto, ndr), ha parlato della peggior lesione dei diritti umani dal dopoguerra in poi. C’è stata una connessione tra la morte di Carlo e le torture della Diaz?
R: Quelle torture sono state fatte all’interno di un disegno repressivo che ha compreso anche l’aggressione a pacifici cortei che manifestavano in città. È noto che proprio i cortei che avevano dichiarato apertamente le loro intenzioni pacifiche furono i primi ad essere aggrediti, picchiati, malmenati, feriti e poi portati a Bolzaneto e torturati. Anche mio figlio è stato torturato.

Carlo Giuliano (con l'estintore in mano) pochi istanti prima della sua morte.

Carlo Giuliano (con l’estintore in mano) pochi istanti prima della sua morte.

D: In piazza Alimonda?
R: Quando Carlo ha provato ad opporsi a un agente, che dall’interno della camionetta urlava «Vi ammazzo tutti», con quell’estintore, che era stato lanciato in precedenza da un altro manifestante, di fatto voleva fermare un’azione violenta. Ha peccato di ingenuità, perché tra una pistola e un estintore non c’è paragone, anche se in seguito c’è stato chi ha voluto dire che con quell’estintore, mio figlio, 50 kg di ragazzo e non troppo alto, voleva massacrare tutti i carabinieri all’interno della camionetta.
D: Ma perché ha parlato di tortura?
R: Dopo essere stato colpito dallo sparo, invece di essere soccorso Carlo è stato colpito da diversi candelotti lacrimogeni. Non solo: quando la polizia ha circondato il corpo, qualcuno ha preso un sasso e ha colpito mio figlio alla testa.
D: Ne avete le prove?
R: Abbiamo il ricordo del volto di nostro figlio e anche le immagini: si vede chiaramente che il sasso si sposta, perché prima si trova a un lato della testa e dopo si trova dall’altro lato della testa. Carlo, con quel sasso, è stato colpito alla fronte. Mio figlio non era ancora morto perché il sangue che usciva dal suo corpo lo faceva seguendo le pulsazioni del cuore: ciò indicava attività cardiaca. Eppure gli hanno spaccato la fronte, l’hanno preso a calci in faccia.
D: Il nostro Paese non prevede una legge contro il reato di tortura. Perché è così complicato, secondo lei?
R: Perché nessuno vuole disturbare chi dirige le forze dell’ordine. Ma soprattutto nessuno ha il coraggio di opporsi davvero a una gestione dissennata come è stata quella al G8 di Genova e come, in modo meno eclatante e meno violento e terribile, è successo anche in altri casi. Io ricordo un precedente, a Napoli, e ricordo anche le aggressioni ai pacifici manifestanti della Val Susa che vengono trattati da criminali.
g8D: In Italia le forze dell’ordine restano impunite più facilmente?
R: Certamente. Diciamo che rimangono impunite sempre le caste e anche questa la è: è una casta di intoccabili quella dei militari appunto, soprattutto per quanto riguarda i Carabinieri. La polizia di Stato, ogni tanto, viene indagata anche se difficilmente risponde per le sue violenze.
D: Chi ha ucciso suo figlio?
R: Nessuno mi ha mai dimostrato che il colpevole fosse Mario Placanica, un militare di leva, anche abbastanza incapace. Era stato ripreso perché non sapeva nemmeno sparare bene i lacrimogeni, si era intossicato con il gas e l’avevano fatto salire sulla camionetta che poi aggredì quel corteo autorizzato.
D: Non è sicura che sia stato lui, quindi?
R: Placanica non è un esperto di armi: per sua stessa ammissione era stato al poligono di tiro un paio di volte. D’altra parte è quanto succede a un militare di leva, non gli viene insegnato subito a sparare come un killer. La mano che sporge e che si vede è una mano ferma, che impugna l’arma come la può impugnare una persona molto esperta, quindi in orizzontale anziché in verticale. Carlo non costituiva il pericolo imminente per chi stava dentro la camionetta, ma era un bersaglio facile, visto che si trovava a quattro metri di distanza. Sono state dette molte falsità a riguardo.
D: Placanica però fu, da subito, individuato come il responsabile.
R: Ha rilasciato dichiarazioni molto diverse: la prima è la fotocopia di quanto diranno poi anche i suoi colleghi, sembra proprio una lezioncina imparata a memoria. Negli anni ha poi cambiato più volte la sua versione. Prima ha detto che non aveva nemmeno visto Carlo, poi ha sostenuto che a sparare si stato qualcun altro che gli aveva preso la pistola. Ha rilasciato dichiarazioni diverse e noi abbiamo capito solo questo: che è un personaggio inaffidabile ed equivoco, tanto inaffidabile che persino i carabinieri l’hanno allontanato. Non è la mente lucida che prende la mira e spara. In quella piazza c’erano altri con quella mente.
D: Chi, secondo lei?
R: C’erano diversi personaggi che avevano fatto esperienza di guerra, in Kosovo, in Iraq. Persone che si trovano sempre in queste zone calde, di guerra, abituati a un contesto del genere. Durante il processo contro i manifestanti, poi assolti dall’accusa di terrorismo e di devastazione e saccheggio, uno di loro, l’allora tenente Mirante, disse che ordine pubblico e fronte di guerra sono la stessa cosa.
D: E cosa significa?
R: Che considerano i manifestanti, cioè dei cittadini del proprio Paese, come nemici. Fu proprio con quella mentalità che andarono a picchiare, a fare violenza, a sparare e a uccidere a Genova.
D: Suo marito, Giuliano Giuliani, in una puntata di Blu Notte (il programma di Carlo Lucarelli andato in onda su RaiTre, ndr) ha dichiarato: «Rimpiango solo di non essere riuscito a dire a mio figlio di venire a casa». Lei gli avrebbe detto la stessa cosa?
R: Assolutamente no. Io, da giovane, ho partecipato a tante manifestazioni: mai avrei potuto immaginare che dopo tanti anni di cortei tranquillissimi, improvvisamente, qualcuno decidesse a tavolino di reprimere un movimento che era pacifico. Negli Anni ’70 ai cortei c’era chi girava con la P38 in tasca. A Genova, nel 2001, nessuno dei manifestanti era armato.
g8D: Qualcuno potrebbe ribadire che tra di loro c’era chi brandiva e lanciava oggetti.
R: Se a un certo punto hanno raccolto sassi e bastoni, credo lo abbiano fatto per legittima difesa, come ha sancito una sentenza di tribunale. Mio figlio ha opposto una legittima resistenza.
D: Perché il nome di Carlo divide così tanto?
R: Perché i fatti del G8 dividono, perché i fatti del mondo dividono, perché c’è chi sta dalla parte del pianeta, dei suoi popoli, di un futuro possibile e chi invece pensa solo a sfruttare questo mondo e le sue popolazioni, portando guerra a seconda della propria convenienza. Tutto divide così tanto, non solo Carlo.
D: Suo figlio non c’è più da 15 anni. Ha mai avuto la tentazione di cedere e abbandonare questa battaglia?
R: La mia è una lotta contro le falsità. Io sono stanca, fisicamente: sono una donna di 73 anni con i suoi acciacchi, ma non smetterò mai di sentirmi responsabile di come lascerò questo Paese a mia nipote e a tutti i bambini che vivranno il futuro. Non posso chiudere gli occhi e dire che sono stanca. E credo che questo non dovrebbe farlo nessuno.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 20-07-2016 04:46 PM


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