«È stata una strage. Non un incidente»

di Giovanna Pavesi
Fernando Blasi dei Sud Sound System prova dolore e rabbia per i 23 morti sulla Bari-Barletta: «La tecnologia avrebbe evitato tutto questo, con spese irrisorie». E invece ecco un'altra ferita per il Sud.

blasi sud soundDal treno la vita scorre veloce. È fatta di destinazioni, di vite che si sfiorano e di gesti. E, soprattutto, di una lunga serie di coincidenze. In un giorno qualunque di luglio, quando il canto incessante delle cicale fuori copre persino il rumore della velocità, al sole pallido e accecante del mattino un boato ha interrotto il silenzio della monotonia estiva. Uno impatto fortissimo. Carrozze accartocciate come pezzi di carta. Tra Ruvo di Puglia e Corato, due treni di linea della Bari-Barletta si sono scontrati provocando la morte 23 persone e il ferimento di molte altre. Nessun sistema di sicurezza automatico. Ogni via libera è dato con il verde della paletta o con dispacci telefonici. Fernando Blasi (conosciuto come Nando Popu, ndr), voce e penna del gruppo salentino Sud Sound System, non usa mezze misure: «Quello che è accaduto su quella linea non è un incidente ma una strage: qualcuno dovrà rispondere di questo. Anche se viviamo nell’Italia di tragedie irrisolte».

DOMANDA: Dove si trovava al momento dell’incidente?
RISPOSTA: Al mare, come gli altri membri del gruppo. Avevamo una settimana di pausa, liberi dai nostri impegni lavorativi.
D: Come avete appreso la notizia?
R: Attraverso i social.
D: Che sentimento avete provato nel vedere quelle immagini?
R: Rabbia, una rabbia inaudita. Sicuramente non ce lo aspettavamo, anche se qui, al Sud, il concetto di treno è quasi una chimera. Per andare da Palermo a Messina, fai prima ad andare a piedi o in bicicletta, piuttosto che in treno.
D: La situazione è così grave?
R: Io a Milano e a Bologna, con il treno ci sono andato centinaia di volte. A Napoli, a Palermo e a Reggio Calabria, mai. Ci sarà un motivo, no?
D: La tecnologia avrebbe evitato questo incidente?
R: Ho studiato informatica e so benissimo che per automatizzare una linea ferroviaria non ci sono costi insostenibili. Tutto questo manca. La mia automobile se vede un ostacolo davanti a sé frena da sola e toglie automaticamente la marcia. E non è un’auto lussuosa. Com’è possibile che non vengano implementati questi sistemi di sicurezza su treni che trasportano migliaia di persone al giorno?
D: Oppure sarebbe bastato il secondo binario.
R: Sì, dopo la tragedia se n’è parlato tanto, ma credo che nella maggior parte dei casi manchino proprio i controlli. Le faccio un esempio: per indicare la presenza di un treno basterebbe una cellula fotoelettrica collegata ad un impianto ottico Adsl. Questo probabilmente sarebbe bastato: il passaggio di un treno, che non è certamente paragonabile a quello di un moscerino, sarebbe stato rilevato.
D: E allora chi sono i colpevoli di questa strage?
R: Quando mancano i controlli adeguati qualcuno deve avere sulla coscienza tutta quelle persone che oggi non ci sono più. Ma non credo che si possano incolpare solo i macchinisti e il personale ferroviario che, nel 2016, sono costretti a scambiarsi le informazioni con un telefonino. Se si abbinasse il controllo umano a quello informatico, credo che si abbatterebbe il rischio di incidenti e disastri.
D: Quanta responsabilità ha la politica?
R: Una buona parte, ma al pari della classe dirigente che amministra queste aziende. È troppo facile incolpare capistazione o macchinisti che, spesso, tra l’altro, muoiono in queste circostanze. Si è detto che esistevano dei fondi europei destinati a migliorare le linee ferroviarie. Qui mi verrebbe da chiedere ai politici del Sud: «Dove eravate? Come avete speso quei soldi?», Perché quei fondi avrebbero significato molto: avrebbero dato lavoro, migliorato gli standard e i livelli di automazione. Non sarebbero morte così tante persone.
D: In molti hanno parlato di una modernità che viaggia su due binari separati. Esistono due Italie?
R: Sì purtroppo sì. A volte anche tre. Noi giriamo l’Italia, in lungo e in largo, e ci accorgiamo delle enormi differenze. Mi colpisce spesso il ritorno dalla dalla Svizzera in Italia, dove persino Milano, distante solo 50 chilometri, appare più consumata, più brulla e arsa da tanti problemi.

I Sud Sound System in concerto.

I Sud Sound System in concerto.

D: I Sud Sound System provano rabbia in questo momento?
R: Siamo arrabbiati, ma soprattutto addolorati. Assistere a tutto questo è stato terribile. E non mi riferisco soltanto alla tragedia in sé.
D: E a che cosa?
R: Oltre all’incidente ci sono stati insulti davvero raccapriccianti. Sono circolate parole molto pesanti sui social, piene di odio nei confronti del Sud. Dopo fatti del genere fa male leggere post che dicono: «Peccato, dovevano morirne di più». È stata un’ondata di becero razzismo. Sono vandali del pensiero che non fanno altro che creare disordine e divisione. Abbiamo visto persone che hanno riso della morte di altre. Questo è inaccettabile.
D: Come si possono unire queste Italie diverse?
R: Ad esempio con la musica. La nostra mission principale è proprio questa, cioè quella di unire l’Italia attraverso il dialetto. E ai nostri concerti ballano tutti: italiani, immigrati, stranieri, tutti.
D: La musica dei Sud Sound System racchiude sonorità e linguaggi mutuati da tutto il mondo. Ma che cosa rappresenta per voi la Puglia?
R: Una regione antichissima, dalle origini millenarie, nata attraverso gli insegnamenti degli antichi Greci, che ad esempio portarono nella nostra terra gli ulivi. Ci insegnarono a coltivare questa pianta e a trarne i migliori frutti. La Puglia, per noi, è questo patrimonio immenso che attraverso la musica noi cerchiamo di portare in giro, soprattutto per ricordarci chi siamo.
D: Cosa significa crescere artisticamente, e non solo, in Puglia?
R: Vuol dire crescere nell’eredità della Magna Grecia: la Puglia è questo, insieme alla Calabria e alla Sicilia. Gli antichi Greci hanno offerto alla società odierna gli strumenti per la comprensione, per il calcolo e per l’emancipazione. Per questo ai giovani cerchiamo di far capire che non si deve vivere del luogo comune che li vuole destinate all’emigrazione. Qui ci sono grandi opportunità. Ci piacerebbe vedere più giovani restare al Sud per abbassare il numero dei cervelli in fuga.
D: Domenico Modugno ha dedicato le parole di una delle sue canzoni più struggenti proprio alla Puglia. Avete mai avuto la tentazione di fuggire da questa «terra amara e bella»?
R: Sì, qualche volta è accaduto. Poi però penso che non devo fuggire e che devo insegnare a mio figlio a combattere, perché a volte la vita ti chiede anche questo. Vogliamo far capire che come le cose possono cambiare in peggio, se c’è l’impegno, possono cambiare anche in meglio.
D: Cos’è necessario fare per cambiare le cose?
R: Bisogna lavorare per restituire alla propria terra dignità, per renderla florida, per dare la possibilità a tutti di vivere serenamente e di godersi le bellezze di questo Sud che ancora resistono all’ignoranza di noi esseri umani.
D: Nelle vostre canzoni cantate il Sud. Come lo raccontereste oggi se doveste scrivere una canzone?
R: Probabilmente riprenderemmo il tema di un Sud che si muove su un treno. Ne abbiamo già scritta una sul treno, ma probabilmente la riprenderemmo per parlare di tanta gente che si incontra in quel luogo non più per emigrare ma per andare a celebrare degnamente la vita e l’amore. La musica è questo: sia nella gioia che nel dolore cerca sempre di risollevare lo spirito umano. E poi la si ascolta insieme. Condividerla significa anche unire gli intenti di un esercito di persone armate solo di speranza.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 15-07-2016 07:57 PM


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