«Non esiste un donatore non a rischio»

di Giovanna Pavesi
Dall'11 luglio in Francia anche le persone omosessuali possono offrire il proprio sangue. Ma devono astenersi dal sesso per almeno 12 mesi. Intervista all'ematologo Giuseppe Finzi.

donatori sangueErano gli Anni ’80. C’era chi li osservava con curiosità. Chi cercava di scavare nelle loro vite per immaginare ciò che accadeva dietro le pareti delle loro case. Chi cercava di scrutarli per capire se anche soltanto una caratteristica li rendeva riconoscibili. Un segno. Un’espressione del volto. La gestualità delle mani. C’era chi li guardava con sospetto, chi con preoccupazione. Uomini che amavano altri uomini. Un esercito di persone ordinarie. Banchieri. Elettricisti. Impiegati. Insegnanti. Giornalisti. Avvocati. Persone ordinarie, che a una buona parte di opinione pubblica suscitavano ossessione. Chi si chiedeva come fosse il sesso tra di loro. Dove si incontrassero. Quali locali frequentassero. Nei sedili posteriori di un’auto. Nel bagno di una discoteca. Poi la malattia, che fece impallidire il mondo intero. L’Aids. Una sigla impressionante. Un tabù che quasi nessuno osava nominare. Un suono spaventoso che rimandava a letti d’ospedale, a occhi gonfi, a volti scarni, a corpi esili e dimagriti. Quel virus, che fece il giro del mondo, portò via migliaia di vite. Successivamente il grande equivoco. Era il 1981 e lo chiamavano il «cancro dei gay». Ci vollero decenni per dimostrare che la diffusione dell’HIV non riguardava soltanto la comunità omosessuale. Quel virus, che poteva essere trasmesso attraverso sangue e fluidi corporei, presto arrivò a colpire i tossicodipendenti, che utilizzavano siringhe usate, e chiunque non adottasse misure precauzionali per rapporti sessuali occasionali.

Non più una questione della comunità omosessuale. Ma di tutti. 33 anni dopo (era il 1983, ndr), la Francia concede il diritto agli omosessuali di donare il proprio sangue. A patto che non abbiano avuto rapporti sessuali negli ultimi 12 mesi. Il cambiamento era stato annunciato a novembre 2015: l’11 luglio 2016 è entrato in vigore facendo cadere il divieto imposto a gay e bisessuali che, dagli anni Ottanta, per paura dell’Aids, non permetteva a tutti i cittadini di contribuire a una delle più importanti forme di solidarietà. Julien, di Tolosa, è il primo donatore bisessuale. La fine di una discriminazione durata decenni? Giuseppe Finzi, medico ematologo e responsabile della struttura semplice dipartimentale del Day Hospital dell’Ospedale Maggiore di Parma, ci spiega perché chiedere conto della vita intima soltanto a un donatore omosessuale è una forma di discriminazione: «Servono precauzioni a prescindere dall’orientamento e dalle abitudini sessuali di ognuno di noi».

DOMANDA: Dottor Finzi, chi ha paura dei donatori omosessuali?
RISPOSTA: Persone spaventate, ancora molto legate al fatto che le prime segnalazioni dei casi di AIDS avvennero nel 1981, nella comunità gay di San Francisco. L’incidenza del sarcoma di Kaposi, un tumore cutaneo piuttosto raro che può manifestarsi con il virus dell’HIV, era elevato tra omosessuali e questo fatto ha contribuito a creare un’etichetta nell’immaginario collettivo, non più giustificata però da molti anni ormai
D: L’HIV colpisce tutte le persone, però.
R: Appunto: questo virus è equamente diviso tra maschi e femmine, eterosessuali ed omosessuali. Anzi, attualmente, si parla di una maggior incidenza nella popolazione eterosessuale. Quando l’Aids esplose, negli Anni ’80, ci fu un aumento significativo dell’uso del preservativo, che è poi progressivamente caduto ed è tornato ai valori pre-Anni ’80, perché la percezione dell’HIV è molto cambiata. Il fatto che oggi non sia più una malattia mortale come una volta, che la qualità della vita del malato sia migliorata, che i malati sopravvivono coi nuovi farmaci, ha molto ridotto la paura della malattia e i rapporti sessuali non protetti sono tornati se non la regola un’abitudine molto frequente.
D: Perché l’Aids fa così paura?
R: L’Aids è la malattia di cui si ha più timore quando ci si accosta alla trasfusione. La paura è quella di essere contagiati da un donatore nella cosiddetta «fase finestra».
D: Di che cosa si tratta?
R: È un periodo durante il quale anche gli esami normalmente utilizzati non riescono ad identificare la produzione del virus, mentre per quanto riguarda altre malattie trasmissibili esistono analisi più precise sia sul singolo donatore sia sul sangue donato. Tra il contagio da virus HIV al momento in cui compaiono i primi segni anticorpali dell’infezione, possono passare anche sei o otto mesi. Questa è una fase durante la quale il donatore non è rintracciabile come persona che ha trasmesso virus.
D: Donare il proprio sangue a patto che non si abbiano avuto rapporti sessuali da almeno un anno. Da ematologo, come giustifica un limite di questo genere se a un donatore eterosessuale questo requisito non viene richiesto?
R: Alcuni studi epidemiologici e alcune indagini, soprattutto negli Stati Uniti, anni fa tendevano a dimostrare che i rapporti tra omosessuali maschi (MSM, ndr) erano raramente rapporti protetti. Io trovo sia molto difficile da dimostrare. Come è difficile dimostrare che un qualsiasi donatore affermi di non aver avuto rapporti sessuali negli ultimi 12 mesi, soprattutto quando si tratta di giovani donatori. Sarei perplesso all’idea che un giovane donatore, sessualmente attivo, decida di astenersi pur di donare il proprio sangue. Mi sembra qualcosa che salvi più il legislatore che la natura della donazione o il ricevente.
D: Quali requisiti vengono richiesti ai donatori?
R: In Italia, dove il sistema è molto sicuro e collaudato, la presenza di organizzazioni come Avis e Adas, garantisce un patrimonio di donatori abituali. Questo è molto importante: il donatore abituale è, per definizione, controllato nel tempo; si tratta di una persona che viene educata a un certo tipo di comportamenti, che scegliendo questo gesto è cosciente di ciò che fa, che istintivamente ha comportamenti consoni, ad esempio un donatore abituale non donerebbe mai mentre sta assumendo qualsiasi tipo di farmaco.
D: E i donatori occasionali?
R: Un donatore occasionale molto probabilmente non sarebbe così attento. Il donatore abituale, controllato nel tempo è certamente la migliore garanzia. A questo, ovviamente, si deve associare il fatto che tutti i donatori sono sottoposti a controlli e che tutte le sacche di sangue vengono screenate una ad una.
D: In Italia?
R: Ci sono cinque Paesi in Europa che ammettono le donazioni. In Italia, normalmente, non vengono chieste le abitudini sessuali di una persona che si reca a donare il sangue.
D: L’esclusione della comunità omosessuale è discriminazione, secondo lei?
R: Penso proprio di sì. L’esclusione della comunità omosessuale come donatori, negli Stati Uniti, aveva ridotto la diffusione del virus dell’Aids, è vero. Ma in quel contesto mancava una politica educazionale diffusa, legata anche al fatto che negli Usa esistono le donazioni a pagamento: credo che chiunque si trovi in una possibile difficoltà economica possa trovarsi di conseguenza in condizione igieniche più precarie, come sono ad esempio condizioni di tossicodipendenza.
D: Esiste un fondamento scientifico che tenga le lontane le persone LGBT dalla donazione del sangue?
R: Credo sia molto fragile. Ammesso che esista. Le precauzioni si devono prendere con chiunque. Invece di predicare quest’astinenza sessuale molto difficile da verificare, penso possa essere utile, una volta acquisito un nuovo donatore, non permettergli la donazione diretta nei primi sei mesi, tempo necessario per esaminarlo più volte. Ma questo indipendentemente dall’essere omosessuale o meno. Non esiste un donatore non a rischio. Non è possibile escludere in assoluto un comportamento a rischio.
D: Come ci si tutela?
R: Noi utilizziamo come banca del sangue la nostra, del nostro ospedale universitario che raccoglie tutti i centri provinciale di donazione. Siamo autosufficienti: mai andiamo al di fuori della nostra banca. Questo è l’elemento di maggior sicurezza. Per ridurre i rischi è necessario potenziare le campagne di donazione, per avere un numero di donatori abituali sufficiente per garantire l’autonomia delle singole banche.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , , Data: 11-07-2016 07:41 PM


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