Anche noi siamo contro l'Isis

di Giovanna Pavesi
Ha scritto una lettera ai terroristi diventata un libro. Chaimaa Fatihi, 22enne italo-marocchina, dopo l'ultima strage in Bangladesh ci racconta perché quello che sta accadendo non c'entra con la religione.

Chaimaa FatihiLuci accoglienti e soffuse. Il profumo del pane caldo. Un perimetro quasi evanescente. Il verde delle piante che rincorre rumori, risate, parole e silenzi. Dentro, un groviglio di mondi, lingue e sguardi.
Tra i tavolini, vicino ai fornelli o poggiate sui cuscini, tante storie. Ci sono segreti, errori, obiettivi, rinunce, vanità, impegno. E normalità.
In cucina, tra il calore dei forni e l’odore intenso delle spezie, c’è chi sogna di finire in fretta il turno. Il sudore scende dalla fronte e, come una lancetta, rincorre il tempo che passa. Nelle mani dei cuochi solo la fatica si mescola al peperoncino e al curry. Una mano sfiora la testa e si tira indietro i capelli. E in un secondo, grida incomprensibili spezzano quella normalità. Un commando di terroristi irrompe nel locale. Un attacco che dura 12 ore e che costa la vita a 20 civili. Torture. Sangue. Colpi d’arma da fuoco.
È accaduto all’Holey Artisan Bakery di Dhaka, in Bangladesh, durante una serata qualunque.
Spietati. Accaniti. Crudeli. Lucidi. A comporre il commando, sette giovani bengalesi, figli dell’alta società di Dhaka. Eleganti e molto ricchi. A guidare la cellula un giovane cresciuto in Ontario.
Subito dopo l’attacco, l’Isis ha pubblicato le immagini degli attentatori: fieri e con un sorriso beffardo, reggono tra le braccia un kalashnikov. Niente barba lunga. Solo un abito scuro e una kefiah bianca e rossa a coprirne il capo.
A 24 ore di distanza un’autobomba colpisce anche un quartiere di Baghdad: 150 morti sciiti. A rivendicare l’attentato il Daesh.

COMBATTERE CON LE PAROLE
Una spirale di sangue e di violenza
che tenta di soffocare e di stritolare ogni angolo di mondo. Ma non la voce di Chaimaa Fatihi, 22enne italo-marocchina che, all’indomani dell’attacco terroristico a Parigi del 13 novembre, ha convogliato la sua rabbia nella scrittura, lanciando un messaggio chiaro a tutti i terroristi che abusano del nome di Allah per insanguinare il presente: «Non ho paura dei vostri kalashnikov, dei vostri coltelli e delle vostre armi perché da musulmana vi rinnego, vi combatto con la parola, con l’informazione, con la voce di chi vive quotidianamente la propria fede». Quel post pubblicato sui social network ha fatto il giro delle testate giornalistiche nazionali ed è diventato un libro, edito da Rizzoli, dal titolo Non ci avrete mai. Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi.

ITALIANA, EUROPEA, MUSULMANA
Chaimaa aveva sei anni quando è arrivata in Italia, da Kenitra, una città del Marocco che porta con sé l’odore dell’Oceano. In Europa ha piantato le sue radici di cittadina italiana, europea e musulmana. Chaimaa indossa il velo ed è credente. Ha dedicato il suo libro ai genitori, a Nura Dachan, a Valeria Solesin, a Giulio Regeni e a tutti i popoli che ricercano libertà, pace e giustizia.
Ha l’espressione mite e lo sguardo quasi irriverente e, passando attraverso le pagine del suo libro, ci racconta perché l’Islam non ha nulla a che vedere con i terroristi del Daesh.

Fatihi_Non ci avrete mai 72dpiDOMANDA: Chi è Chaimaa Fatihi?
RISPOSTA: Una ragazza arrivata nel mantovano quando aveva sei anni. Sono cresciuta qui e ho conseguito tutti i miei studi. Ho vissuto un’infanzia serena. Ricordo di aver passato un periodo sereno soprattutto alle scuole elementari e alle medie, dove mi sono sentita inserita in un contesto che io definisco internazionale. Sono una portatrice di un’identità plurale.
D: In che senso?
R: Decisi di indossare il velo a 12 anni, tra la fine della seconda media e l’inizio della terza. Ho avuto un’insegnante di italiano davvero intelligente, con la quale ho ancora un ottimo rapporto. Lei contribuì a costruire un clima di condivisione e comprensione e la mia scelta di indossarlo fu accompagnata anche da un suo grande lavoro di interazione. Lei lavorò affinché si creasse un clima per cui non ci fossero discriminazioni e problemi.
D: Lei è nata in Marocco. Cosa si porta dietro del suo Paese d’origine?
R: Sicuramente l’aspetto culturale e sociale. Con il tempo ho capito di avere moltissime caratteristiche che mi legano al Marocco.
D: Ad esempio?
R: Mi piacciono moltissimo il the alla menta e il cous cous. Ma inizialmente non amavo molto il mio Paese.
D: Come mai?
R: Perché tutti i miei primi ricordi erano legati all’Italia. All’inizio, quando passavamo le mie prime vacanze in Marocco, non vedevo l’ora di tornare qui. Invece l’ultima volta che ci sono stata, circa due mesi fa, qualcosa è cambiato: ho molto rivalutato il mio Paese, perché è cresciuto molto socialmente.
D: In che modo è cambiato?
R: È cambiato il ruolo delle donne, che oggi è molto più centrale, più incisivo. Questo è davvero positivo e credo possa dare speranza al Paese. Amo il Marocco perché è lì che ritrovo le mie radici, che è giusto curare e continuare a ricordare.
D: Il suo libro si intitola: Non ci avrete mai. Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi. Perché ha sentito il bisogno di scriverlo?
R: Era scattata in me la voglia di raccontare, di tirare fuori quello che sentivo in quel momento. Era un sentimento che sentivo da tempo, come musulmana, italiana ed europea, anche a causa della situazione mondiale non proprio positiva. Volevo dare voce a quanto si stava già dicendo da tempo, che a livello mediatico stentava ad arrivare. E così, dopo i fatti di Parigi, la stessa notte dell’attentato ho scritto di getto quello che stavo sentendo. Non ho nemmeno riguardato la forma.
D: Qual è il messaggio che ha voluto mandare ai terroristi?
R: Mettere in chiaro che ciò che stanno facendo non si può definire in nessun modo legato alla religione, non ci sono basi religiose in quello che fanno. La radice del nome Islam significa «pace». Nel mio libro ho voluto raccontare la storia di una ragazza musulmana che ha incontrato anche molti ostacoli nella vita, anche discriminazioni, ma che non ha mai ceduto al rancore e alla rabbia. Non mi sono mai lasciata andare, anche perché se lo avessi fatto mi sarei persa.
D: È molto complicato tracciare profili omogenei degli attentatori. Chi sono questi terroristi, secondo lei?
R: Credo siano dei criminali che purtroppo abusano di una religione e la sfruttano come pretesto. Penso si tratti di giovani con un enorme vuoto interiore che sanno colmare soltanto con la violenza, che non hanno trovato cultura e che si nutrono di un forte senso di analfabetismo religioso. Le indagini ci mostrano giovani che non hanno mai frequentato le moschee o i centri religiosi.
D: Ha mai provato un sentimento di odio nei loro confronti, soprattutto dopo gli ultimi attentati?
R: No, io non provo odio. Sarebbe come dargliela vinta. Provo rabbia, una rabbia genuina che mi ha fatto scrivere e ha fatto scattare in me quella voglia di raccontare al mondo che non sono loro i detentori dell’Islam. Loro non possono tenere in ostaggio la nostra fede e soprattutto non possono bestemmiare in nome di Dio, come dice anche papa Francesco. Questa rabbia può servire forse a riscattare qualche coscienza al fine di contrastare questi criminali.
D: Le ultime settimane sono state insanguinate da altri attentati. Gli ultimi a Dhaka, in Bangladesh, e a Baghdad, in Iraq. Da italiana, musulmana ed europea, come si definisce lei, che sentimenti prova?
R: Penso che ci troviamo di fronte ad atti disumani che mi addolorano moltissimo e mi fanno pensare che sia giunta l’ora di non tacere più, di agire, ma senza armi: credo piuttosto servano delle posizioni forti da parte della comunità internazionale. Quanto sta accadendo nel mondo mi fa ripensare all’opera di Primo Levi, Se questo è un uomo, che trovo sempre più tristemente attuale.
D: Perché?
R: Perché mi rendo conto di quanto sia agghiacciante il periodo storico che stiamo vivendo. Le istituzioni devono agire, devono prendere ferme posizioni contro questi scellerati.
D: In che modo, secondo lei?
R: Vanno messe in primo piano le vite umane rispetto agli affari economici.
D: Lei si è mai sentita giudicata in quanto musulmana praticante? Ha mai avvertito il peso dello sguardo delle persone su di lei, soprattutto dopo gli attentati?
R: Sicuramente ci sono stati momenti in cui mi sono sentita un po’ sotto pressione. Tuttavia ritengo che oggi più che mai siano necessarie due cose fondamentali: in primo luogo è molto importante rapportarsi agli altri, da musulmani, con il sorriso e la gentilezza, così come ci insegna la nostra religione; in secondo luogo credo sia necessario continuare le azioni di dialogo con le realtà differenti. Questo ci serve per raccontare a tutti chi siamo, che cosa facciamo nel nostro quotidiano, perché spesso i gesti di conoscenza e apertura non vengono mostrati tanto come quanto c’è di negativo.
D: Come si è sentita quando l’opinione pubblica ha accusato l’intera comunità musulmana di essere, di fatto, collusa con gli attentatori, soprattutto dopo la strage di Parigi?
R: Frustrata e indignata. In questi anni, soprattutto dopo l’11 settembre, la comunità musulmana italiana e quella europea, hanno iniziato un percorso di apertura e di dialogo con le istituzioni. C’è stato un grande lavoro di dialogo inter-religioso per far comprendere chi sono e che cosa fanno i musulmani, in cosa credono e come applicano la religione nella propria vita quotidiana. Eppure, dopo ogni attentato, dopo ogni avvenimento doloroso, c’è una sorta di distruzione di questo enorme lavoro costato tanta fatica, impegno ed energia.
D: Cosa si deve fare a quel punto?
R: Bisogna alzare la voce e far comprendere che i musulmani sono altro. Nel mio libro ho voluto ribadire questo concetto: noi siamo i primi a contrastare i terroristi. E soprattutto, non c’è bisogno di dire che dobbiamo dissociarci in quanto musulmani: dobbiamo condannare questi atti perché siamo umani e dobbiamo farlo tutti, indipendentemente dalle nostre fedi e dalle nostre convinzioni.
D: Cosa risponde ai tanti che vi chiedono continuamente una forte presa di posizione in queste circostanze?
R: Farci questo tipo di richieste è, a mio parere, subdolo e illogico. Sarebbe come chiedere a tutti i maschi della comunità internazionale di dissociarsi dai femminicidi. È ovvio e normale che, in quanto esseri umani, ci dissociamo tutti quanti da questi atti criminali. Siano i femminicidi, le stragi che compie la mafia o gli atti terroristici. È importante ribadirlo e condannare questi atti in quanto esseri umani.
D: Sono pochi, secondo lei, i messaggi di solidarietà dei tanti fedeli e religiosi musulmani?
R: Credo che si stia già facendo molto. Probabilmente le persone non sentono o non vogliono sentire. Questo è il mese di Ramadan, che per noi è un periodo sacro, oltre che di festa: vederlo macchiato da questo sangue e da questo dolore ha fatto in modo che ci fosse grande mobilitazione della comunità musulmana italiana per aggregare più persone possibili, di fedi diverse, per dialogare insieme. Credo che si stia facendo tanto: basta solo guardare e ascoltare, ma soprattutto parlare con i musulmani e non solo dei musulmani.
D: C’è qualcosa che vorrebbe dire ai terroristi?
R: Di fermarsi. Di finire di macchiare il mondo di sangue, di distruggere vite umane, perché noi, in quanto musulmani, proviamo ribrezzo e orrore nei loro confronti. Non possono assolutamente continuare ad abusare il nome di Dio. Gli auguro di ritrovare loro stessi e l’umanità che loro stanno calpestando e distruggendo, indipendentemente dalle fedi delle vittime.
D: A chi consiglierebbe la lettura del suo libro?
R: Ai giovani, perché il futuro siamo noi. Dobbiamo comprendere al meglio con chi abbiamo a che fare, in un mondo sempre più globale, multiculturale e interculturale. Credo che questo libro serva anche a scacciare qualche luogo comune e a fare chiarezza sui pregiudizi utilizzati per fare campagne di odio e di islamofobia.
D: Perché l’Islam spaventa così tanto l’Occidente?
R: Non credo sia l’Islam a spaventare l’Occidente, ma la figura che gli è stata attribuita in questi momenti. Questo è un problema enorme a livello mediatico. Ma credo anche che le persone siano molto più intenzionate a voler capire che cos’è questa religione. Questo ha portato a un avvicinamento tra persone: esistono cittadini di buona volontà che vogliono capire e si mettono in contatto con noi.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , , Data: 23-12-2016 09:30 AM


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