Io, ex prostituta, per lo Stato non esisto

di Giovanna Pavesi
Adelina 113 ha aiutato la polizia a sgominare una banda di sfruttatori. Ma non viene riconosciuta né come apolide né come cittadina italiana. E non può rinnovare il permesso di soggiorno. L'intervista.

adelinaAdelina ha i tratti decisi, gli occhi scuri e i capelli castani. Ha origini greche, ma è nata quarant’anni fa in Albania. Aveva appena 17 anni quando qualcuno decise che la sua avvenenza doveva essere destinata ad altro. Alla strada. Alla tratta. Alla prostituzione. Rapita e venduta, proprio come una schiava, venne deportata in un mondo fatto di sfruttamento, a bordo di un gommone in partenza dall’Albania. Destinazione Italia. Da quel momento, i giorni sui marciapiedi cominciarono a trascorrere lenti. Invisibile agli occhi di chi incrociava il suo sguardo, moriva dentro a ogni giorno passato sulla strada. Giunta allo stremo delle forze, nel 2000 Adelina si ribellò e denunciò i suoi sfruttatori. Ferma e senza paura varcò la soglia della Questura di Varese. Tutto cambiò: niente più silenzi, niente più violenze.

UN ESEMPIO CHE DÀ CORAGGIO
Il suo coraggio ha dato il via ad Acheronte, l’operazione che ha portato all’arresto di decine di persone legate al racket della prostituzione e della tratta. Da 16 anni Adelina è emblema di legalità e di coraggio: cura una rubrica radiofonica su Radio Voce della Speranza, ha prestato il suo volto per la campagna antiviolenza «Libera la vita» e ha scritto alcuni libri, tra cui l’ultimo Tecniche investigative nella lotta contro gli esseri umani (Ernesto Paleani Editore, 20 euro) per svelare un mondo che nessuno vuole vedere. Collaboratrice e interprete della polizia, che si è avvalsa del suo contributo per liberare decine di altre ragazze strette nella morsa del traffico, Adelina ha raccontato che cosa si cela nel suo sguardo e dietro un sorriso che tradiscono un’espressione malinconica.

VITTIMA DELLA BUROCRAZIA
Anche ora che è una donna libera, però, un’anomalia nei suoi documenti l’ha messa, ancora una volta, all’angolo. Alla voce nazionalità, soltanto «xxx». Né apolide, né cittadina italiana. Non ha una casa. Non ha un lavoro. «Faccio fatica a credere che tutto ciò stia succedendo proprio a me» spiega. «Paradossalmente, è questo il momento più duro della mia vita». Ma alle ragazze sfruttate dice: «Denunciate e ribellatevi: non abbiate paura e abbiate fiducia nelle forze dell’ordine».

DOMANDA: Chi è Adelina 113?
RISPOSTA: Adelina non è il mio vero nome, ma il nome che ho avuto per tanto tempo sulla strada. Ho scelto questo numero per onorare la Polizia di Stato, i miei angeli. Mi firmo così ovunque. Ormai da molti anni mi impegno per salvare altre ragazze.
D: Quante ragazze ha aiutato?
R: Tantissime, in questi 16 anni. E di questo sono testimoni anche le forze dell’ordine.
D: Come ci è riuscita?
R: Tramite il mio sito internet. Non so come abbiano fatto, ma in tante mi hanno cercata e trovata lì. Anche i clienti, magari innamorati di loro, hanno contribuito ad aiutarle. Capitava che mi scrivessero per segnalarmi situazioni di sfruttamento. Io, a mia volta, prendevo le segnalazioni e le passavo a Polizia e Carabinieri. Così facendo le mettevo in contatto con la Questura.
D: Quando e come è arrivata in Italia?
R: Sono arrivata nel 1996. Su un gommone.
D: Come si è trovata in quella condizione?
R: Un giorno, mentre stavo camminando vicino a casa mia, in Albania, venni avvicinata da una macchina. Le persone su quest’auto mi caricarono con la forza e mi portarono via. In un bunker, credo. Subii uno stupro: non avevo mai avuto rapporti sessuali con un uomo fino a quel momento. Non lo dimenticherò mai, finché avrò vita.
D: E che cosa successe dopo?
R: Venni venduta ad altre persone. E poi ad altre ancora. Poi arrivai in Italia, con il gommone: con me c’erano tante altre ragazze. Una volta sbarcate, ad aspettarci c’erano delle auto già pronte con alcune persone: venivamo prelevate e portate nelle masserie in attesa che si calmassero le acque. Subito dopo, venivamo mandate alle nostre destinazioni. A fare gli smistamenti c’erano anche molti italiani. Così sono finita in mezzo alla strada. Ricordo la Polizia albanese che ci raccomandava di fare tanti soldi in Italia. Fu anche per questo motivo che, una volta arrivata qui, non riuscii a fidarmi della Polizia.
D: Perché?
R: Mi ricordavo della divisa albanese. Soltanto dopo ho capito che qui le forze dell’ordine sono delle brave persone. Ma feci comunque molta fatica a ribellarmi.
D: Quanti anni aveva quando iniziò a prostituirsi?
R: Quasi 18.
D: Per quanto tempo è stata costretta a prostituirsi?
R: Sono stata quattro anni sulla strada. Ho girato il nord Italia, poi sono finita a Varese. E lì è cambiato tutto.
D: Cosa è successo?
R: Ho incontrato davvero i miei angeli, i poliziotti della Questura di Varese. Lo sa che mi chiamavano Zebra, perché scappavo appena li vedevo (ride, ndr)? Una volta, però, sono stati più veloci di me e sono riusciti a prendermi. Mi hanno portato in Questura, dove hanno preso le mie impronte digitali e hanno cercato in tutti i modi di conquistarsi la mia fiducia. Chiedevano per chi lavorassi. Mi rassicurarono: non mi avrebbero mai abbandonata. Hanno cercato di convincermi che quella non era vita.
D: Ci fu un episodio particolare che la spinse a ribellarsi?
R: Sì. Un giorno il mio sfruttatore mi picchiò con una violenza incredibile. Il motivo? Gli avevo chiesto di poter andare al lavoro un po’ più tardi perché avevo le mestruazioni, con flusso abbondante. Avevo forti dolori e non riuscivo nemmeno a reggermi in piedi. Dopo avermi picchiata mi disse che quel giorno avrei dovuto fare il doppio dei soldi. Non so quale santo ha illuminato il mio cammino in quella giornata, ma fu quello il giorno in cui tutto cambiò.
D: Chi la aiutò?
R: Quel giorno passò un cliente, anche se in realtà non è il termine più corretto da utilizzare. Questo signore veniva da me ma non voleva rapporti sessuali: mi pagava per un’ora ma voleva che io stessi tranquilla, che mi riposassi. Mi invitò anche più volte a mangiare una pizza insieme, ma questo era impossibile perché non potevo assolutamente allontanarmi. Ero seguita a vista. Quel giorno, mi vide con il viso tutto gonfio: il trucco non era sufficiente. Salii sulla sua auto e mi abbassai per nascondermi. Mi chiese che cosa mi fosse successo e io lo pregai di mettere in moto la macchina e di scappare. Per fortuna, chi doveva sorvegliarmi non si accorse di nulla. Chiamai il 113 e chiesi al mio cliente di accompagnarmi alla Questura di Varese.
D: Poi che cosa accadde?
R: Mi lasciò lì davanti e mi augurò buona fortuna. Si disse contento della mia decisione. Cominciò la mia nuova vita. Fui portata in ospedale. Denunciai tutto. Passai giorni a riempire i fogli della mia denuncia. Ricevetti chiamate e minacce da parte dei miei sfruttatori. Questo, però, li incastrò: quelle telefonate erano ascoltate dalle forze dell’ordine. All’inizio finirono in manette 36 persone, tutti condannati dai 15 ai 20 anni. In seguito, gli arrestati diventarono 40, grazie alla cattura di alcuni latitanti. In quella circostanza vennero liberate tante altre ragazze.
D: Nacque in quel momento la nuova Adelina?
R: Sì, in quel momento ebbe inizio la mia nuova vita, fatta soprattutto di testimonianze. Adelina 113 divenne simbolo di legalità e di coraggio. Ribellarsi si può e si deve. Non mi stancherò mai di dirlo. Io ora non sto vivendo un periodo facile, però rifarei ogni cosa, perché la Polizia mi ha realmente salvato la vita.
D: Perché è così difficile arginare il fenomeno della prostituzione?
R: Penso non ci siano leggi con pene e condanne veramente pesanti. Le forze dell’ordine sanno fare molto bene il loro lavoro ma, a volte, ci sono norme che li mettono in difficoltà. Il lavoro che svolgono è fondamentale. Molti politici non affrontano bene il tema.
D: In che senso?
R: A volte sembra non ci sia la volontà di sconfiggerla veramente. Io sono contro la legalizzazione della prostituzione.
D: Perché? Molti ritengono che legalizzandola si toglierebbe una fetta di mercato alla criminalità organizzata.
R: Chi è già vittima della tratta ha il racket dietro. Le ragazze verserebbero le tasse allo Stato e il resto se lo prenderebbero gli sfruttatori. Se ci sono anche dieci donne che hanno la volontà di prostituirsi non possiamo condannare centinaia di ragazze schiavizzate. Io non sono contro il sesso: il sesso va vissuto con una persona che ti piace. Non deve essere una questione di sopravvivenza. A tutti coloro che vogliono aprire quartieri a luci rosse consiglierei di mandare in quei luoghi le loro sorelle.
D: I clienti hanno colpe, secondo lei?
R: Sì, hanno molta colpa. Sono quasi tutti complici.
D: Ne sono consapevoli?
R: Posso dirle cosa penso degli uomini che comprano il sesso? Li ritengo persone fallite. Totalmente. Sono parte dell’ingranaggio: non esiste che tu compri un rapporto quando sai benissimo che, dietro, ci sono delle ragazze costrette alla sofferenza. Come dice Papa Francesco, la crisi sta nell’umanità.
D: Si è mai sentita una schiava?
R: Le ragazze sulle strade sono tutte schiave.
D: Di cosa aveva paura quando faceva la prostituta?
R: Dei miei sfruttatori. Con loro ho conosciuto l’inferno.
D: Qual è stato il momento più difficile della sua vita?
R: Questo. Oggi, a causa di un’anomalia nei miei documenti, non mi è stato rinnovato il permesso di soggiorno per motivi umanitari solo perché alla voce nazionalità ci sono quelle tre «x». Ho fatto tanto in questo Paese: ho collaborato con le forze dell’ordine e non c’è nulla che non rifarei. Chiedo soltanto di essere riconosciuta come cittadina. Apolide o italiana. Chiedo solo di esistere per questo Stato a cui ho cercato di dare tanto e da cui ho avuto tutto. Non ho un lavoro, non ho un tetto sulla testa e sono esposta a molti pericoli. Ma voglio ribadire a tutte le ragazze che stanno passando ciò che ho vissuto io: denunciate e fidatevi delle forze dell’ordine. Loro non vi abbandoneranno. Mai.
D: Di cosa ha paura oggi, Adelina?
R: Di accettare la verità. Che tutto questo è successo a me.

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Publicato in: Attualità, Donne della settimana, persone Argomenti: , Data: 01-07-2016 06:54 PM


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