36 anni di segreti in fondo al mare

di Lara De Luna
Daria Bonfietti, parente di una delle vittime della strage di Ustica, nel giorno dell'anniversario ci racconta perché nonostante anni di «lotte dolorose» mancano ancora molti tasselli per la verità definitiva.

++ Ustica: Mattarella, rimuovere opacità persistenti ++Il 27 giugno 1980 alle 20:59 il DC-9 della compagnia area italiana Itavi cadeva per «cause ignote», inabissandosi nel mare tra Ustica e Ponza. Con i suoi 81 morti, la totalità dei presenti a bordo, la Strage di Ustica è una delle pagine più dolorose e in parte ancora oscure della storia recente del nostro Paese. L’incidente fu inizialmente catalogato come cedimento strutturale e solo otto anni dopo il governo Amato trovò i fondi per recuperare il relitto e far partire le indagini. Negli anni si sono susseguite numerosi ipotesi sui fatti, dall’attentato terroristico all’incidente intercorso durante un attacco a un aereo libico presente nello spazio aereo italiano. Daria Bonfietti, parente di una delle vittime e fondatrice dell’Associazione Familiari delle Vittime di Ustica, ricorda come le verità oggi conosciute in merito a quella notte siano frutto di «anni di lotte faticose e dolorose». E come manchi ancora la verità definitiva, l’ammissione di colpa da parte di chi quella notte fece o vide cadere il DC-9.

Il relitto dell'aereo precipitato il 27 giugno 1980.

Il relitto dell’aereo precipitato il 27 giugno 1980.

DOMANDA: Trentasei anni e numerose teorie dopo, quali sono le certezze su Ustica?
RISPOSTA: Moltissime. Raggiunte a fatica e con dolore, ma inequivocabili. È verità giuridicamente affermata che il DC-9, lo scrive il giudice Priore nella sua sentenza del 1999, sia stato abbattuto nel corso di una guerra aerea come obiettivo accidentale; dalla NATO invece siamo venuti a conoscenza che altri aerei erano presenti nello spazio del Tirreno quella notte, aerei statunitensi, francesi, un aereo libico. È già moltissimo.
D: Se abbiamo già la verità, cosa manca ancora perché sia fatta giustizia?
R: Dobbiamo riuscire a ottenere che questi Paesi, la cui presenza sul nostro spazio aereo è certa, ci dicano cosa successe quella notte. Cosa doveva accadere, perché erano lì; qual è la verità così indicibile da motivare il mantenimento di una coltre di silenzio tanto spessa da durare appunto 36 anni.
D: Cosa ferisce di più di questo lunghissimo silenzio?
R: Lo dico a gran voce in occasione dell’anniversario, ma lo dico da anni anche come politica, come cittadina e come persona umanamente colpita dalla strage: il nostro governo e la nostra diplomazia avrebbero dovuto mettere in atto delle strategie e dei giochi di forza molto più efficaci affinché questi Paesi, sulla carta amici, dicessero la verità.
D: Qual è stato l’errore più grande nell’immediatezza dell’evento, da parte delle istituzioni?
R: Dare tutto per scontato, credere all’ipotesi del cedimento strutturale, rassegnarsi all’inevitabilità dell’assunto: «Gli aerei cadono». I radar che in quei tempi monitoravano tutto il traffico aereo, compreso quello civile, erano totalmente militarizzati; loro già il giorno dopo sapevano e avrebbero dovuto parlare. Bisognerà invece aspettare quasi 20 anni, fino all’avvento delle indagini del giudice Priore, perché quei tracciati saltino fuori e «parlino», dicendo la loro verità. L’unica.
D: Quale fu, secondo lei, il momento chiave delle prime ore seguenti la strage?
R: L’incontro all’Ambasciata americana che ebbe luogo la notte stessa dell’abbattimento, stando a quanto riuscì a scoprire Priore. Ancora oggi, nonostante le molte rogatorie del giudice, non sappiamo veramente chi fosse presente e cosa fu detto a quel tavolo. Il luogo stesso dell’incontro, l’Ambasciata di un Paese apparentemente non coinvolto nella strage, avrebbe dovuto far insospettire qualcuno il giorno dopo.
D: Un suo rammarico rispetto a questi anni e alle vicende giudiziarie?
R: Di non essere partita prima con la mia battaglia, di non essermi posta prima le domande che mi hanno poi spinta alla ricerca della verità su quanto era successo a mio fratello e alle altre 80 vittime. Ho cominciato a indagare, per quanto possibile, solo nel 1985-86.
D: Quale fu il ruolo dei media in quegli anni e quali le loro mancanze?
R: Quando ci fu il recupero del relitto, sotto il governo Amato, e si cominciò a scavare nei documenti per arrivare alla verità, tutta la stampa nazionale seguì l’avvenimento con perizia e attenzione. Nell’immediatezza della strage fu invece solo Andrea Purgatori, firma del Corriere della Sera, a dare peso alla vicenda. Un suo amico impiegato a Ciampino lo avvertì, dicendogli di non credere a quanto gli avrebbero detto di lì a poco riguardo a «un aereo». Lui non credette, anni dopo scrisse la sceneggiatura del film Il muro di gomma (pellicola di Marco Risi del 1991, ndr) e ancora oggi, come uomo in pensione, continua a seguire la nostra battaglia.
D: Cosa ricorda di quella notte?
R: Furono momenti drammatici, che ti rimangono impressi tutta una vita. Un’amica mi telefonò alle 11 di sera chiedendomi se mio fratello, diretto in Sicilia dalla sua famiglia, avesse poi preso l’aereo come programmato. Solo alla mia risposta affermativa mi disse che era disperso. Non avevo ancora saputo niente. Una tragedia enorme, come quella di tutte le altre vittime; il racconto di una vita spezzata, della storia di una bambina che all’alba dei sette anni di vita è diventata orfana di padre.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 27-06-2016 04:40 PM


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