«Pulsava come il cuore di mio fratello»

La cofondatrice del Pulse è Barbara Poma, sorella di John, morto di Aids. Il nome del locale vuole ricordare e indicare il battito cardiaco del giovane, che «riverbera in tutto il club».

STRAGE ORLANDOPulse. È il nome del locale nel quale Omar Seddique Mateen ha ucciso a sangue freddo 50 persone, e ne ha ferito 53. Pulse, come il battito cardiaco di John, il fratello morto di Aids di Barbara Poma, 47enne cofondatrice del nightclub.

NON SOLO PULSE
Titolare dal 1995 della RB Management, oltre al Pulse, la donna opera anche in altri ristoranti, di cui uno italiano, il Pacino’s. Prima di essere coinvolta nella scena dei locali notturni, si legge sul suo profilo LinkedIn, ha lavorato come insegnante alla Orange County Public Schools.

UN CUORE CHE PULSA ANCORA
Il Pulse, però, come accennato, è stato aperto con un fine preciso. Quello di «mantenere vivo lo spirito» di John dopo la sua morte, nel 1991. Un modo per tenerlo ‘in vita’ con un battito che «riverbera in tutto il club» e per dare rifugio alle persone gay nel sud della Florida. «È stato importante creare un’atmosfera che ha abbracciato lo stile di vita degli omosessuali con un arredamento che renderebbe orgoglioso John», ha scritto sul sito ufficiale del Pulse la Poma.

TRADIZIONE E ACCOGLIENZA
«Essendo cresciuto in una famiglia italiana molto rigida, il fatto che John fosse gay non era visto di buon occhio», si legge (o meglio, si leggeva fino a prima della strage), sul sito web del locale. E ancora: «Quando ha fatto coming out con la sua famiglia e i suoi amici, la dinamica familiare è passata da un approccio rigoroso e tradizionale a uno di accettazione e amore».

IL MESSAGGIO DI CONDOGLIANZE
Adesso però, sulla pagina web dedicata al nightclub, si leggono soltanto le parole di Barbara, su uno sfondo nero. «Come tutti nel Paese, sono devastata per i terribili eventi che hanno avuto luogo oggi. Pulse, e gli uomini e le donne che ci lavorano, sono stati la mia famiglia per quasi 15 anni. Fin dall’inizio, è stato un luogo di amore e di accoglienza per la comunità LGBTQ. Voglio esprimere la mia profonda tristezza e condoglianze a tutti coloro che hanno perso i propri cari. Il mio dolore e il mio cuore sono con voi».

COME UNA FAMIGLIA
Un locale, il Pulse, che, in effetti, è stato per i suoi frequentatori come una famiglia, un rifugio, un luogo nel quale esprimere pienamente se stessi senza paure. «Per me è sempre stato un posto sicuro nel quale mostrarmi per quello che sono realmente. Ora sento di non avere più alcun luogo dove andare», ha detto Anthony Esmura, 26enne scampato alla tragedia.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , Data: 13-06-2016 12:47 PM


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