«Il rancore non perdona»

di Lara De Luna
Sono passati 40 anni da quando le Brigate Rosse uccisero il magistrato Francesco Coco. Ma la verità è ancora lontana. Suo figlio Massimo ci racconta quanto sia faticoso, ma indispensabile, ricordare.

ADINOLFI: TREMILA IN PIAZZA A GENOVA CONTRO TERRORISMOOtto giugno 1976, sono le prime ore del pomeriggio e in una stradina di Genova un commando armato delle Brigate Rosse spara a uomo sulla settantina che sta tornando a casa: uccide lui e la sua scorta, la prima annientata dalle Brigate Rosse. L’uomo era il Procuratore della Repubblica Francesco Coco, responsabile del processo per l’omicidio del procuratore Scaglione a Palermo. Era sotto protezione da molti anni «anche se ne soffriva molto e congedava i poliziotti appena possibile», come ricorda il figlio Massimo, impegnato nelle battaglie dell’Associazione Nazionale vittime. Frequentemente impegnato in processi riguardanti sequestri di persona, fu ucciso per il ruolo fondamentale che ebbe nel contrastare il ricatto delle BR nel caso del rapimento del Procuratore Mario Sossi. A distanza di 40 anni i nomi dei suoi assassini non sono ancora stati trovati, così come per l’onorevole Aldo Moro, «ucciso dalla sua stessa pistola».

DOMANDA: «Gli Anni di Piombo non sono mai stati metabolizzati e ne paghiamo il prezzo». L’ha dichiarato spesso, cosa significa?
RISPOSTA: Occorrerebbe storicizzare e fare un’analisi scientifica di quegli anni, ma è impossibile: mancano la freddezza e la lucidità necessarie. Il coinvolgimento della società è stato totale e complesso, ha riguardato tutti: da chi come me ha perso qualcuno di caro fino agli esecutori materiali, passando per gli ignavi che hanno girato la testa dall’altra parte.
D: Molte verità processuali su quel periodo, compresa quella sull’omicidio di suo padre, sono ancora sconosciute. È dovuto anche all’ignavia di cui parla, secondo lei?
R: Assolutamente sì, rispetto a tanti altri Stati abbiamo una zona grigia del Paese e della coscienza collettiva che frena il processo. I dubbi e le verità irrisolte sono troppi; nel caso di mio padre manca tutto, perfino la certezza sul numero degli appartenenti al commando. Conosciamo solo parallelismi, che per me sono inquietanti, con il caso dell’onorevole Moro: sono stati uccisi – da perizia balistica – dalla stessa arma e solo per loro era previsto l’annientamento della scorta.
D: Accanto a questa realtà c’è quella di persone come Cesare Battisti che non sono mai state assicurate alla giustizia, pur condannate o conosciute. Che effetto fa?
R: Conosco il fratello di una delle vittime di Battisti ed è come se fosse una perdita anche mia, come sale su una ferita sempre aperta, fonte di rabbia continua. Questo però è ovvio, quello che non è automatico mentre invece dovrebbe esserlo, è che tutta la società si indigni.
D: In che rapporto è con parole come «perdono» e «rancore»?
R: È difficile rispondere, perché è complicato definire compiutamente la parola perdono. Se per perdono intendiamo la rinuncia alla vendetta, allora io ho perdonato, la mia famiglia ha perdonato; ci siamo sempre affidati alla giustizia, che nel nostro Paese riconosce molte forme di perdono pubblico, dalla grazia agli sconti di pena, passando per i permessi premio. Se per perdono si intende invece la rinuncia al rancore, allora questo non posso dirlo, sarebbe un’ipocrisia troppo grande. Il dolore, come il rancore, non vanno mai via. Non abbiamo la scelta dei sentimenti.
D: Lei ha scritto un libro: Ricordare stanca. Da cosa nasce questo titolo?
R: Per me è un sillogismo, logico e semplice: ricordare è un dovere, e il dovere stanca. Soprattutto chi come me ogni giorno deve confrontarsi con la perdita di un genitore, il ricordo significa rimpianti, mancanza, privazione. È inoltre una fatica per tutta la società, che si deve spendere per mantenere viva la memoria e la testimonianza di chi ha dato la sua vita per difendere lo Stato. Dovrebbe soprattutto essere una fatica per chi porta sulle spalle la responsabilità di atti criminali.
D: Cosa l’ha spinta ad assumere un ruolo nell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (AIVITER)?
R: La consapevolezza che ci sono tantissime persone che non hanno la forza, per varie ragioni, di reclamare i propri diritti e pretendere giustizia per i cari che non ci sono più. Le associazioni non vivono solo di memoria, non è solo quella la loro missione: si lavora ogni giorno per la tutela dei diritti di chi ancora oggi porta sulla sua pelle i segni del terrorismo, che purtroppo non è automatica. Anche il mio libro è nato in questo segno, non da una mia volontà egoistica di scrivere o di mettermi in mostra; è al servizio di chi come me è una vittima.
D: Parte del vostro lavoro come associazione è di divulgazione, vi porta nelle scuole. Come reagiscono i ragazzi di oggi davanti a storie come la sua?
R: Abbiamo un’immagine distorta di questa generazione, hanno una profonda sensibilità se adeguatamente stimolati; ci sorprendono ogni giorno con la loro curiosità, con la voglia di capire un periodo difficile come quello di cui portiamo testimonianza. Si rendono conto molto più degli adulti che la storia è una pessima maestra di sé stessa. Il lavoro con loro è fondamentale, perché è a questa generazione che spetterà il compito di storicizzare e di comprendere gli Anni di Piombo. La verità, almeno quella storica, passerà dalle loro mani.
D: Quando suo padre è morto lei era molto giovane. Che percezione aveva del lavoro di suo padre e della sua importanza?
R: Il mio «battesimo del telegiornale» fu quando avevo circa dieci anni e vidi mio padre in televisione, inviato a Palermo per indagare sulla morte del procuratore Scaglione. Coincise con la prima scorta armata per la nostra famiglia: fu lì che ebbi la prima percezione di quello che stava accadendo e di cosa significasse il suo lavoro. Mio padre era una persona molto protettiva, ha cercato di tenerci lontani dai riflettori e dai pericoli, ma non ci vuole molto a capire la reale entità delle cose quando a 15 anni devi andare al conservatorio sotto scorta ,perché le Brigate Rosse conoscono gli orari delle tue lezioni.
D: Cosa ricorda del giorno dell’attentato?
R: Tutto, con molta chiarezza. Il momento più forte però è quello della visita alla camera mortuaria per l’ultimo saluto a mio padre; lì mia madre chiese che venissero ricomposte ed esposte anche le salme dei due agenti di scorta morti con lui. Facevano parte della nostra famiglia, hanno dato la loro vita per noi e quello doveva essere l’ultimo abbraccio di tutta la famiglia ai suoi morti.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 08-06-2016 04:42 PM


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