Due ruote contro la discriminazione

In diverse aree del Medio Oriente una donna in bici è 'sconveniente'. Ma il Kurdistan iracheno è un'isola felice. È qui, a 300 km da Mosul, roccaforte dell'Isis, che si allenano le ragazze della nazionale di ciclismo.
Zryan Atar

Zryan Atar (in primo piano) durante una corsa.

Nel Kurdistan iracheno, non lontano da Mosul, dove le donne sono costrette a velarsi dalla testa ai piedi dai miliziani dell’Isis, la bicicletta è diventata un simbolo di libertà e speranza. È qui, sulle colline di Sulaymaniyah, che si allenano le ragazze della nazionale irachena di ciclismo. E lo fanno in pantaloncini, cosa impensabile nel sud del Paese, in mano al Califfato. Ma anche in tante altre zone del Medio Oriente, dove l’immagine di una donna seduta su un sellino è spesso vista come ‘sconveniente’.

SPORT ANCHE PER RAGAZZE
A raccontare la storia (leggi qui quella di Anita Yusof) è il Corriere della Sera. Tra le atlete c’è la 21enne Zryan Atar, la prima irachena a conquistare una medaglia d’oro al campionato arabo di ciclismo su strada in Algeria, nel 2014: «La bici era un hobby d’infanzia, poi alle superiori ha partecipato a una gara, sono arrivata prima e ha capito di essere brava. All’inizio la gente mi diceva che non uno sport per ragazze, ma non mi sono lasciata influenzare. Voglio continuare anche dopo il matrimonio, non voglio un marito che mi impedisca di correre». Zryan, ispirandosi alla francese Pauline Ferrand-Prvot, sogna di diventare una campionessa ma, racconta, non disdegnerebbe la carriera di modella. Tra le sue compagne c’è Suzi Dilshad, arrivata quarta al campionato asiatico del 2013. Fanno parte di Newruz, una delle 16 società di ciclismo femminili esistenti in Iraq e, al momento, si stanno allenando in vista del campionato nazionale. Le due ruote al femminile non hanno mai avuto grande seguito nel Paese, perché di solito le famiglie impediscono alle figlie di praticare sport fuori casa, e dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, l’attività è praticamente scomparsa. Almeno fino al 2004, quando le cicliste hanno cominciato a viaggiare anche all’estero.

Zryan Atar

Zryan Atar al termine di una gara.

LA BICI CANDIDATA AL NOBEL
Allenarsi per strada nel sud dell’Iraq, anche con i pantaloni lunghi, è molto pericoloso, racconta Zahraa Mohammed, di Bagdad, che si è preparata in casa per il campionato del 2014. Così l’allenatore Sirwan Sami descrive la situazione: «Andare in bici ancora considerato una vergogna e una stranezza, ma vogliamo dimostrare che le ragazze ne hanno il diritto». Non a caso l’Italia, Paese che adora il ciclismo, ha candidato la bici al premio Nobel per la Pace. «Le ragazze devono infrangere le regole per poter praticare questo sport: perciò meritano assolutamente di vincerlo», conclude Zryan, confessando che a volte vorrebbe andarsene dal Kurdistan: «Qui tutto è legato alla politica, anche lo sport. E io non mi sento al sicuro».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 01-06-2016 02:37 PM


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