«Non lasciate sole le vostre figlie»

di Matteo Mazzuca
Stefania Bartoccetti di Telefono Donna commenta l'omicidio di Sara Di Pietrantonio. E consiglia alle madri di tenere aperto il dialogo per cogliere eventuali indizi di una relazione malata.

sara di pietrantonioSara Di Pietrantonio, la 22enne il cui corpo è stato ritrovato carbonizzato all’alba di domenica 29 maggio, è stata uccisa dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, 27 anni, guardia giurata. L’ha confessato lui stesso agli inquirenti dopo un lungo interrogatorio, spiegando che non sopportava che la loro storia fosse finita. Il suo non era più amore, ma l’ossessione scaturita da un rapporto che era diventato morboso e che Sara aveva preferito chiudere. Ma se da una parte c’è il senso di orrore suscitato dall’omicidio, dall’altra c’è lo stupore per le dichiarazioni della madre di Sara riportate dal Corriere della Sera: «Era un ragazzo geloso, ma era anche gentile e premuroso. Ha vissuto a casa nostra per quasi due anni: era il figlio maschio che non ho mai avuto». Un ritratto positivo, che stride con quanto successo. Ma è possibile che alcuni segnali di allarme, nella passata relazione tra Sara e Vincenzo, siano passati inosservati? Se sì, le madri (e i padri) a quali indizi devono prestare attenzione per scoprire un’eventuale relazione ‘malata’ in cui sono rimasti coinvolti i figli? L’abbiamo chiesto a Stefania Bartoccetti, fondatrice della onlus Telefono Donna, nata per combattere la cultura dei pregiudizi, spesso causa dei maltrattamenti, fisici e psicologici, e offrire un sostegno alle donne maltrattate.

stefania bartoccettiDOMANDA: La madre di Sara Di Pietrantonio ha detto che considerava l’assassino di sua figlia come il figlio maschio che non aveva mai avuto. È possibile non accorgersi di eventuali comportamenti sospetti?
RISPOSTA: Voglio essere franca con lei a costo di apparire antipatica. Capisco tutto il dolore di una madre davanti a una tragedia del genere, ma se la mamma diceva quello dell’assassino di sua figlia, aveva uno sguardo sufficientemente attento per individuare comportamenti allarmanti e parlarne alla figlia? Siamo sicuri, per esempio, che quella gelosia, all’origine dell’omicidio di Sara, non fosse in qualche modo emersa?
D: «Geloso, ma anche gentile e premuroso», sono le altre parole con cui la madre di Sara descrive l’ex della figlia. Fino a che punto si può considerare la gelosia come non patologica?
R: Innanzitutto, la gelosia diventa patologica quando si somma con altre dinamiche psichiche disturbate, dal narcisismo in su. Prima di un certo manifestarsi, non possiamo parlare di patologia della gelosia. Poi, torna il tema della prima domanda: era anche premuroso. Insomma, per la madre l’ex era una persona normale. Sto dicendo che molte volte sono le analisi sbagliate a farci entrare in casa il problema, e dopo è tardi. Sa dove si potrebbe fare un piccolo passo avanti?
D: Mi dica.
R: Nel modo di trattare gli assassini, evitando di parlare in pubblico di loro come «brave persone». Quando lo facciamo, stiamo già iniziando a trasfigurare l’entità del fatto, quasi dovessimo attenuarlo. È un crimine che va osservato con lucidità.
D: Il crescente utilizzo del termine ‘femminicidio’ può aiutare, da questo punto di vista?
R: Basta dire femminicidio. Oltre al pessimo suono, l’assassinio non è più grave se viene uccisa una donna. Inoltre, ho la netta preoccupazione che quel termine stia iniziando a portare con sé una sorta di rassegnazione, quasi rubricandolo come un fatto ‘normale’. Ma è un omicidio, non solo un fatto, e tanto meno normale.
D: Rischiamo, paradossalmente, di abituarci al fenomeno?
R: Sì, la consuetudine va a discapito della lucidità. Con più forza vorrei dire: dire quella parola dal brutto suono, trasforma il fatto in una cosa di cui si devono occupare le donne, le femmine. Invece, io vorrei che i primi a occuparsene, tanto quanto le donne, siano gli uomini. Abbiamo bisogno di una coscienza che vada oltre il genere, perché gli assassini uccidono persone. Non una donna o un uomo.
D: Quali sono i segnali a cui le madri dovrebbero prestare attenzione per capire se la relazione tra la propria figlia e il fidanzato è ‘sana’?
R: La comunicazione tra madre e figlia. Soprattutto quella ‘non detta’. Se manca un confronto, come facciamo a sapere come sta nostra figlia o nostro figlio? Ora, lo so che il genitore forse non è quello col quale confidarsi, e infatti io non sto parlando di confessione. Sto parlando di una soglia di comunicazione essenziale per leggere in qualche modo il mondo di chi vive con noi. E gli indizi sono la comunicazione essenziale: la figlia è ‘assente’ rispetto a prima? Più nervosa? Più ‘irritabile’ del solito? O forse è insolitamente giù di corda? Ecco, la comunicazione essenziale parte dal linguaggio non verbale, che dobbiamo intercettare e ascoltare. E riuscire a far capire alla figlia che ci siamo, che abbiamo capito. Che non è sola e che io, genitore, non sono lì per giudicare. Ma per supportare. E intervenire.
D: Una volta accertata la presenza di questi comportamenti sospetti, come deve comportarsi la madre?
R: Portare la figlia a guardare la propria  realtà e persuaderla a parlare con chi potrà ascoltarla. Ma innanzitutto invertire la rotta: se si avverte un cambiamento preoccupante, si deve passare a un’altra considerazione e prendere seriamente quello che sta succedendo, senza sottovalutare nulla. E dire qualcosa in più: neanche un dito addosso può essere tollerato, perché dopo il dito sarà il turno della mano e poi del pugno. Ma purtroppo molte volte siamo all’interno di un circolo vizioso.
D: In che senso?
R: Magari la madre ha subìto le mani addosso di suo marito. La figlia lo sapeva? Ecco, da qui in poi è difficile che la madre sia un’alleata della figlia, perché è lei stessa vittima. Per questo, occorre potenziare la rete sociale contro il maltrattamento, affinché si sappia che, così come esiste il pronto soccorso, esistono Istituzioni e Enti che accolgono i maltrattamenti, sin da subito.
D: È possibile che la figlia non si accorga o neghi la pericolosità di una relazione?
R: Si è possibile. In realtà, è possibile che non accetti di veder veramente chi ha di fronte, o, se lo capisce, di credere di poterlo gestire. Ma è sempre molto difficile gestire un uomo violento.
D: In quel caso, quale strategia deve adottare la madre?
R: La madre deve rinforzare nella figlia i motivi del distacco da un uomo che manifesta atteggiamenti aggressivi. Dico questo perché siamo sempre state tutte molto tolleranti in passato verso compagni o mariti aggressivi. In questo modo non siamo mai riuscite a mandare messaggi chiari di non tolleranza contro i fenomeni di maltrattamento. Ma è tempo che anche sotto il profilo dei comportamenti, che in sé portano modelli culturali, si inverta il clima.
D: Voi, come associazione, su quali risorse potete contare? Le istituzioni potrebbero fare di più?
R: Le Istituzioni sono sempre più sensibili al maltrattamento contro le donne e anche il piano legislativo sta recependo provvedimenti adeguati. Ecco, se mi posso permettere una critica, noto che vi è un ricorso agli arresti domiciliari un po’ al di sopra della media dei reati contro la persona, cosa che molte volte lascia perplessi. Tuttavia, il vero ambito è culturale, ossia il lavoro che per lo più noi ci troviamo a fare consiste nel superare i luoghi comuni e i forti pregiudizi che sono all’origine dei comportamenti maltrattanti contro le donne.
D: Quali strategie adottare per arginare il fenomeno dello stalking?
R: La denuncia. Lo stalker, le statistiche lo dicono, si prepara a un attacco violento contro la donna. Diciamo che lo programma iniziando con l’insistenza e frequenza degli sms o mail, per poi fare il passo finale: la richiesta di un appuntamento che si rivela quasi sempre aggressivo, anche fisicamente. Quindi la denuncia deve partire dagli sms anomali per frequenza e dalle mail. Senza parlare dei contenuti, che sono già una pistola puntata.
D: A pagare sulla propria pelle lo stalking sono solitamente le donne, ma i responsabili sono gli uomini. In Italia manca una corretta educazione all’affettività? Se sì, come rimediare?
R: In Italia come nel resto del mondo l’educazione sentimentale non va molto di moda. In un certo senso sono anche contenta, se penso che all’origine dell’educazione sentimentale c’è il romanzo omonimo di Flaubert nel quale le donne non ne escono molto bene… Detto ciò, vorrei iniziare a parlare di un altro approccio al maltrattamento, piuttosto che leggerlo come il solito ‘bisogno di possesso’ dell’uomo.
D: Cioè?
R: Io li vedo come una delle tappe della regressione sociale e individuale, una regressione che consiste nel percepirsi come ancora giovani, ma in realtà infantili e, come tali, non disposti a elaborare il no.
D: Da dove origina questa regressione?
R: Inizia in famiglia, quando i genitori sono sempre meno capaci di dire no, soddisfacendo così quella dimensione sempre infantile che vuole solo gratificazioni e che ci continua a far vedere i figli come pupattoli e non persone.
D: Una problematica legata all’ambiente famigliare?
R: No, continua poi nella società del consumo. Gli acquirenti sono sempre più infantilizzati per spingerli ad acquistare merci e soddisfare nel consumo la componente infantile che alberga negli individui e che viene sempre più incoraggiata, invece di essere educata alla crescita. Se cresco, infatti, posso scegliere. E questa capacità è un aspetto pericoloso per un mercato dove devo sempre più consumare senza scegliere. In un mondo di adulti-infantili, il no che una donna arriva a dire a un uomo, come non può scatenare il narcisismo ferito del perpetuo infante?

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