Ilaria Alpi, i sette misteri irrisolti

Il 24 maggio 2016 avrebbe compiuto 55 anni. La sua vita, però, si è fermata quel 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Oggi la giornalista è un simbolo per colleghi e istituzioni, ma la sua morte nasconde ancora molti enigmi.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

A 22 anni dalla sua uccisione, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, l’enigma che ruota intorno alla morte di Ilaria Alpi, e del suo operatore Miran Hrovatin, non sembra ancora trovare una soluzione definitiva. Nata a Roma il 24 maggio 1961, la giornalista Rai è presto diventata un simbolo della professione. Un simbolo raccontato nelle scuole e riconosciuto dalle istituzioni. La reporter si trovava in Somalia per indagare su donazioni di denaro di organizzazioni umanitarie italiane destinate ai Paesi in via di sviluppo per la costruzione di infrastrutture. Passo dopo passo, con la sua inchiesta era però arrivata a scoprire una verità sconvolgente: un traffico di rifiuti tossici italiani nascosti nel corno d’Africa in cambio di armi e soldi assicurati ai poteri locali. Un vaso di Pandora che non doveva, o meglio non poteva, essere scoperto. Da qui il presunto agguato per mettere a tacere la voce di quella giornalista che si stava avvicinando a grandi passi alla verità. Un omicidio nebuloso, ricco di lacune rimaste tali ancora oggi.

L’ESAME AUTOPTICO
Si parte dall’autopsia non disposta per Ilaria Alpi ma solo per Miran Hrovatin. Sulla giovane venne eseguito solo un esame medico esterno. Dalla prima perizia emerse che i due erano morti per dei colpi di fucile sparati da lontano.

BAGAGLI VIOLATI
I famigliari hanno sempre lamentato la sparizione di alcuni oggetti appartenenti alla Alpi, tra cui due taccuini con gli appunti delle ultime settimane oltre che alcune delle videocassette girate da Hrovatin. Inoltre i loro bagagli arrivarono all’aeroporto di Ciampino con i sigilli violati.

LA RIESUMAZIONE
Quando a maggio del 1996 il pm Giuseppe Pititto dispose la riesumazione della salma di Ilaria Alpi per l’autopsia, l’esito dell’esame stabiliva che il colpo di fucile fu sparato da lontano. Di ben altra idea i periti della famiglia Alpi che sostenevano l’ipotesi dell’esecuzione con colpi sparati a distanza ravvicinata.

CAMBIO DI ROTTA
Nel luglio 1997, senza alcun apparente motivo, il procuratore capo di Roma Salvatore Vecchione tolse l’inchiesta al pm Giuseppe Pititto, che l’aveva seguita fino a quel momento. Da quella data, a proseguire le indagini furono proprio Vecchione e il pm Franco Ionta. La decisione arrivò appena due giorni prima dell’arrivo a Roma dei due testimoni oculari del duplice omicidio: l’autista e la guardia del corpo della Alpi.

NUOVA PERIZIA
Nel 1998 il pm Ionta chiese una terza perizia. L’esito fu sorprendente: secondo i periti si trattò di un «colpo accidentale sparato da lontano». Questa nuova versione cancellava tutto quanto ipotizzato in un primo momento.

LA TESTIMONIANZA
Una delle situazioni più controverse ruota intorno alla testimonianza, poi ritrattata, di Rage, autista dei due reporter. Rage non si è mai presentato davanti ai giudici e dopo l’interrogatorio in cui accusò Hashi Omar Hassan fuggì dall’Italia. Nel 2000 la corte d’appello chiese l’ergastolo per Hassan. Sentenza ribaltata poi dalla corte di Cassazione che non ritenne fondata l’aggravante della premeditazione e ordinò un nuovo processo. Nel 2002 la condanna definitiva di Hassan a 26 anni di carcere.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE
Nel 2004 fu la commissione parlamentare d’inchiesta a portare avanti il caso Alpi-Hrovatin. Dopo due anni di lavori, la commissione concluse sostenendo che il movente del delitto fu un tentativo di rapimento finito male. La commissione, guidata dall’avvocato Carlo Taormina, era riuscita a portare in Italia la Toyota usata dai due reporter salvo poi scoprire che non si trattava della vettura usata il giorno dell’assassinio.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 24-05-2016 12:43 PM


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