La pacifista punita dell'Iran

Narges Mohammadi, attivista per i diritti umani impegnata nella campagna contro la pena morte, è stata condannata a 16 anni di carcere per la sua attività. L'appello del marito: «Un verdetto politico».

(FILES) -- File Picture dated June 25, 2

L’attivista per i diritti umani Narges Mohammadi, collaboratrice della Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi e impegnata nella campagna contro la pena di morte, è stata condannata a 16 anni di carcere per la sua attività.
Iran Human Rights, associazione contro la pena capitale, riferisce che la sezione 15 della Corte rivoluzionaria le ha inflitto 10 anni per partecipazione alla campagna, ora bandita, Step by Step to Stop the Death Penalty; cinque per assemblea e azioni contro la sicurezza nazionale e uno per propaganda contro lo Stato. Secondo il suo avvocato, in base al codice penale iraniano, l’attivista potrebbe però scontare solo la pena più alta, quella a dieci anni. Il legale ha comunque annunciato ricorso.

ARRESTATA NEL 2009
L’attivista, precisa ancora Iran Human Rights, era stata arrestata nel 2009 e condannata a 11 anni nell’ottobre 2011 per la sua attività. In appello la condanna era stata ridotta a sei anni e nel 2013 Mohammadi era stata scarcerata per motivi medici e dietro pagamento di una cauzione da 200 mila dollari. Lei aveva continuato la sua attività, incontrando fra l’altro, nel marzo 2014, l’allora Alto rappresentante per la politica estera Ue Catherine Ashton presso l’ambasciata austriaca a Teheran. Il nuovo arresto un paio di mesi dopo. Nel novembre scorso del 2015 Nobel iraniano Shirin Ebadi, cui Mohammadi è vicina, aveva lanciato anche da Firenze un appello per la liberazione dell’attivista, che dall’epoca della sua precedente detenzione soffre di gravi problemi di salute.

AMNESTY: VERDETTO POLITICO
Il marito di Narges ha detto all’associazione contro la pena di morte che «come dichiarato dal giudice, il verdetto è stato scritto dal ministero dell’intelligence ed è semplicemente stato pronunciato dalla magistratura». Amnesty International afferma che ciò dimostra che si tratta di un «verdetto politico», mentre Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, sottolinea che questa condanna dimostra «quanto sia importante la pena di morte come strumento per la sopravvivenza del regime». «Nonostante le promesse del presidente Rouhani di rispettare i diritti civili – aggiunge – la tolleranza delle autorità nei confronti delle attività civili ha raggiunto un primato negativo. Chiediamo all’Europa, alle Nazioni Unite e a tutti i Paesi che hanno relazioni diplomatiche con l’Iran di chiedere l’immediato rilascio di Narges Mohammadi».

CONDIZIONI DI SALUTE PRECARIE
Prima di essere arrestata, Narges Mohammadi ha raccontato ad Amnesty International che le accuse contro di lei sono legate al suo pacifico attivismo per i diritti umani: interviste con gli organi di stampa; veglie davanti al carcere prima delle esecuzioni per sostenere le famiglie dei condannati a morte; rapporti con altri attivisti per i diritti umani, come la premio Nobel per la pace Shirin Ebadi; il suo incontro nel marzo 2014 con Catherine Ashton, l’allora Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza. A causa del suo impegno da attivista, alterna periodi di carcere a periodi di libertà dal 1988. Le sue condizioni di salute sono precarie: a ottobre è stata ricoverata in un ospedale di Teheran, dove è rimasta per 10 giorni ammanettata a un letto, prima di rientrare in prigione contro il parere dei medici. Secondo Reporter senza frontiere, in Iran sono 30 gli operatori dell’informazione in carcere.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 20-05-2016 07:18 PM


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