L'intervista

«Io, Pannella e l'hashish»

di Matteo Mazzuca
A tu per tu con Alda D'Eusanio: come andò l'episodio che la vide protagonista insieme al leader dei radicali. E il ritratto di un uomo che nei suoi ultimi giorni è stato usato «come uno spot pubblicitario».

alda d'eusanio«A un certo punto, durante l’intervista, Marco mi dà un pacchettino. Lo scarto, lo guardo e sgrano gli occhi perché riconosco immediatamente l’hashish». Alda D’Eusanio comincia così il racconto della famosa diretta televisiva con Marco Pannella, scomparso il 19 maggio 2016 dopo una lunga malattia. Era il 28 dicembre 1995 e il leader dei radicali era stato invitato in studio a L’Italia in diretta perché, essendo l’ultimo giorno utile per la raccolta delle firme necessarie a indire il referendum, «per legge, aveva diritto a 10 minuti di spazio per un ultimo appello», racconta la D’Eusanio.

DOMANDA: Conosceva già Marco Pannella?
RISPOSTA: Certo. Eravamo abruzzesi tutti e due. La prima volta ci incontrammo a Pescara negli Anni ’70, a casa del professor Luigi Del Gatto. Parlammo in dialetto fino alle quattro del mattino.
D: Che impressione le fece allora?
R: Marco era bellissimo. Alto, con uno sguardo luminoso, radioso. Aveva un caratteraccio, ma un grandissimo cuore. Nel corso degli anni ho condiviso tutte le sue battaglie, eccetto due. Una era quella sull’abolizione dell’ordine dei giornalisti.
D: E l’altra quella per la liberalizzione delle droghe leggere, immagino.
R: Esatto. È il veleno dei nostri giovani. Io ho fatto la volontaria a San Patrignano, realizzando anche una lunga inchiesta sui danni delle droghe. Perché se non tutti quelli che usano le droghe pesanti passano per quelle leggere, molti che iniziano con le leggere finiscono per provare quelle pesanti.
D: Magari Pannella con quell’inaspettato regalo di Natale voleva farle cambiare idea.
R: (Ride, ndr). Quell’episodio mi fece comprendere davvero quanto fosse ‘birichino’. Ricordo benissimo il momento in cui, con il suo solito sorriso da gatto Silvestro, mi diede il pacchettino. Pensavo ci fosse dentro il numero per raccogliere donazioni per i radicali, che lui aveva già stampato su delle mattonelle di legno.
D: E invece…
R: E invece c’era l’hashish. Così mi alzai, dissi «Questo è il veleno dei nostri figli», e chiusi la trasmissione. Ma intanto i vigili avevano già cominciato ad avvicinarsi.
D: In che senso?
R: Ci circondarono e per due ore nessuno poté uscire dallo studio, nemmeno il pubblico. Perquisirono ogni angolo. Ma lì per lì la cosa si risolse a tarallucci e vino.
D: Lì per lì, perché poi sia lei che Pannella siete finiti a processo.
R: Sì, ma quello me l’aspettavo. A indignarmi fu l’accanimento dell’ordine dei giornalisti che mi processò perché non avevo fatto rispettare il principio del contraddittorio. Ma non era necessario, perché quello di Marco era solo un appello per la raccolta firme.
D: Quindi cosa accadde?
R: L’ordine nazionale mi assolse. Ricordo un’arringa vergognosa di Antonio Polito, che ora fa quello che si è convertito. A quel punto l’ordine regionale fece ricorso alla magistratura ordinaria.
D: Come mai questo accanimento?
R: Forse perché ero amica di Bettino Craxi, anche se non gli chiesi mai alcun tipo di favore. Comunque, tra la carriera e un amico, scelsi un amico. Lo dissi anche al Maurizio Costanzo Show: «Se l’amico ha sbagliato, verrà giudicato dalla magistratura. Io, da amica, gli porterò le arance in caso di condanna». Frase che fece inviperire gente come Marrazzo e la Foschini, fino ad allora sempre nell’anticamera di Bettino. Fatto sta che mi ritrovai in un’aula di tribunale.
marco pannellaD: Esperienza che condivise proprio con Pannella.
R: Non le dico quante risate ci siamo fatti. Lui era avvezzo ai processi, io un po’ meno. Ma era un amico, e faceva il possibile per sostenermi.
D: Avete continuato a vedervi poi?
R: Sì, ma sempre lontano dai riflettori. Nell’ultimo periodo vederlo in certe condizioni mi faceva molto male, perché l’avevo conosciuto quando era alto, eretto. È rimasto lucidissimo fino all’ultimo, ma nessuno gli dava più ascolto. Eppure trascorrere mezz’ora con lui valeva più della lettura di decine di saggi storici o politici.
D: Ha visto in quanti sono andati a trovarlo, nelle ultime settimane?
R: Sì. Tutti sono andati lì a farsi i selfie, per farsi vedere, usando Marco come uno spot pubblicitario. Io amo vedere i miei amici in compagnia di pochi, per parlarci bene. Le rivelo una cosa.
D: Dica.
R: In tutti questi anni tra le persone che gli sono state più vicine c’è stato il suo medico, Claudio Santini. A casa sua Marco incontrava preti e vescovi, una cosa buffissima. E lì Marco cucinava per noi. Faceva dei minestroni buonissimi.
D: E di Pannella come uomo politico che cosa pensa?
R: Lui poteva guidare solo un movimento, non un partito. Le regole gli piacevano, a patto che fossero le sue. Non avrebbe mai tollerato gli infiniti litigi e discussioni tipici di un partito politico. Io gli citavo sempre Churchill: la democrazia è bella quando si è in  due e l’altro è sempre malato. Lui rideva molto a questa mia battuta.
D: Una personalità che accentrava il dibattito su di sé.
R: È stato l’uomo più egocentrico che abbia mai conosciuto. Ma lo era perché solo così poteva portare avanti le proprie idee, doveva essere totalizzante.
D: Qualcuno lo definirebbe «malato di protagonismo».
R: Non lo era affatto. Aveva capito però che l’unico modo per far passare le sue battaglie e le sue rivoluzioni consisteva nell’essere l’unico a decidere. Altrimenti si cominciava a discutere senza concludere nulla.
D: Che cos’era per lui la politica?
R: Un nobile strumento per migliorare il mondo. E ne ha innovato anche il linguaggio, a partire dalla televisione. Ricorda quando si è messo il bavaglio? È stato un grande. Prima di lui la politica in tivù era ingessata, istituzionale, fatta di domande e risposte già scritte.
D: Che cosa perde l’Italia con la sua scomparsa?
R: Perde la vitalità e la nobiltà della politica. Era l’unico rimasto, il più lungimirante che abbiamo avuto. Tutto quello che è accaduto in Italia lui l’aveva già previsto. In vita non gli sono mai stati tributati gli onori che si meritava, ma a lui non importava. Gli interessava solo che le sue battaglie trovassero risonanza.
D: Andrà al suo funerale, quindi.
R: Purtroppo no. Da una parte mi dispiace non esserci, dall’altra so che ci sarà un grande circo intorno a lui. Spero possa essere un circo di grande affetto. La gente gli ha voluto bene.
D: Lei che cosa farà per ricordarlo?
R: Io andrò a parlare con lui come faccio sempre, da sola: a Teramo, sulla sua tomba. Quando saremo soli io e lui. Senza riflettori, né telecamere, né nulla.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 20-05-2016 06:26 PM


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