L'intervista

In salute e in malattia

di Francesca Amé
Irene Vella, la prima donna ad aver partorito dopo un espianto, nel 2004 ha donato un rene a suo marito e oggi racconta il suo atto d’amore nel libro Sarai regina e vincerai.

fam4-1Che cosa succede se sei giovane, appena sposata con l’uomo dei tuoi sogni, hai una bambina di pochi anni e improvvisamente scopri che il tuo compagno soffre di una grave malattia? Succede che ti cade il mondo addosso, che ti arrabbi, e tanto, ma che poi combatti. Così ha fatto Irene Vella, giornalista e scrittrice: davanti a una diagnosi spietata – insufficienza renale cronica - che avrebbe condannato il marito alla dialisi a vita, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, gli ha donato un rene e a un anno dall’operazione lo ha reso di nuovo papà. Irene Vella è infatti la prima donatrice di organo in Italia ad essere diventata madre.
Accadeva nel 2004, ma ne parliamo ora perché Irene, che oggi vive in provincia di Venezia ha scritto un libro per raccontare il suo «atto d’amore».
Sarai regina e vincerai è un’autobiografia con un titolo che lei stessa spiega così: «Quando avevo dieci anni, mia madre si presentò con un quadro di tricot che recitava: ‘Sarai regina e vincerai: tutte le cose che vorrai diventeranno realtà’. Neanche la Disney aveva mai osato tanto. Il problema è che io ci ho creduto», ha raccontato a LetteraDonna la 46enne, mamma di due figli (Donatella 17 e Gabriele 12) moglie di Luigi, alias il Mitter, che fa l’allenatore di calcio.

famiglia-2DOMANDA: La sua, Irene, era una vita da favola.
RISPOSTA: Figlia unica e amatissima, ho incontrato Luigi ed è stato amore al primo sguardo. Ho subito capito che era il mio ‘lui’, anche se io sono un vulcano in fermento e Luigi una roccia solida e pacata. Come tante coppie, c’è stata la fase della frequentazione poi il matrimonio e la nascita della prima figlia. Tutto perfetto.
D: Fino a quel giorno.
R: Una mattina in cui Luigi era particolarmente stanco. Lui, un uomo di un metro e novanta, super sportivo, e allenatore professionista, ridotto a letto, senza forze. La diagnosi di insufficienza renale cronica fu uno schiaffo.
D: Come ha reagito?
R: La prima fase? Ero incavolata con il mondo. Perché a noi? Perché in questo momento, con una bambina nata da poco? Perché, perché? Poi capisci che farsi sopraffare dalla rabbia non serve a nulla. Impari a farti attraversare dal dolore.
D: In che senso?
R: Lo accogli, te lo lasci entrare dentro. Non è mai inutile il dolore: insegna a guardare le cose in modo diverso. Lo riconosci negli occhi e nelle vite degli altri e sai che anche tu non sarai mai più la stessa.
D: La ‘reginetta’ Irene, come ha fatto a vincere la sfida della malattia?
R. Grazie alla nefrologa da cui Luigi era in cura. È stata lei la prima a presentarci la possibilità del trapianto dal coniuge come soluzione alla dialisi a vita per mio marito. Per me la soluzione era a portata di mano.
D: Non è stato facile per suo marito.
R: Donare un rene è un atto d’amore, ma lo è anche riceverlo. Ci ho messo due anni per convincere Luigi: non voleva assolutamente che fossi io a subire il trapianto ed era in lista d’attesa per i trapianti da cadaveri ma sappiamo bene come la cultura della donazione in Italia sia arretrata. Le liste d’attesa all’epoca erano ancora più lunghe di oggi.
D: Come lo ha convinto ad accettare il rene?
R: I primi tempi, grazie a una dieta rigorosa, siamo riusciti a tenere sotto scacco la malattia ma sapevamo che quella di Luigi era una patologia genetica irreversibile: una volta che i valori si sarebbero alzati, la dialisi sarebbe diventata inevitabile. Non volevo neanche immaginare questa ipotesi: che ne sarebbe stata della nostra vita? Il mio ottimismo e la mia perseveranza hanno convinto Luigi. E poi lo dico sempre: se gli ho dato un rene è perché se lo meritava!
D: Lei è stata anche la prima donna italiana donatrice a portare a termine una gravidanza.
R: Dopo un anno e un mese dall’operazione è nato Gabriele e da allora mi sono capitate solo cose positive. A volte penso che la scelta della donazione mi abbia dato una specie di delirio di onnipotenza: mi sentivo quasi drogata, capace di poter superare tutto. E di battaglie ne ho portate avanti.
D: A lei si deve un’interrogazione parlamentare per equiparare i diritti di congedo dal lavoro del trapiantato e del donatore.
R: All’epoca esisteva la legge ma mancava il regolamento attuativo: una beffa. Per poter donare a Luigi il rene mi ero sottoposta a ogni genere di esame, avevo perso circa 20 giorni di lavoro e nulla mi era stato riconosciuto dalla società, una multinazionale delle telecomunicazioni in cui ero assunta con contratto a tempo indeterminato. Ero arrabbiata e delusa: ho cominciato a fare il giro delle tivù locali, Maurizio Costanzo mi invitò in televisione, la storia divenne di dominio pubblico e finalmente, nel 2004, questo paradosso è stato risolto. Vorrei far capire a tutti che una malattia, anche se devastante, non è una condanna: che la donazione da vivente è fattibile, non è dolorosa e non impedisce la ripresa di una vita normale.
D: Il suo libro è un inno alla vita: leggi una pagina e piangi, leggi quella dopo e ridi.
R: «Ho imparato che ognuno ha un suo piccolo-grande calvario. L’ironia aiuta spesso a superare i momenti bui che non nego ci siano stati anche per noi. Se mi guardo indietro penso però che tutto ciò che abbiamo passato ci ha fatto crescere come coppia, come famiglia, come individui. Per me è stato come un rito di passaggio: dopo l’operazione ho voluto un altro figlio, ho mollato il lavoro fisso per inseguire il sogno di fare la giornalista e ho capito che in fondo mia mamma e il suo tricot avevano ragione».

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Publicato in: Attualità, libri, persone Argomenti: , , Data: 20-05-2016 01:53 PM


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