Aborto, storia di una rivoluzione

di Giovanna Pavesi
Il 17 maggio 1981 gli italiani votarono al referendum confermando la validità della 194. Vittoria Tola, responsabile UDI, ci racconta perché senza di loro quella legge non avrebbe mai visto la luce.

Italian ProtestersAborto. Una parola dura. Un tabù. Una pratica clandestina, eseguita nei silenzi di stanze buie, in luoghi nascosti dagli occhi del mondo. Riguardava gli errori e le colpe delle donne.
Fino al 1975 di interruzione di gravidanza si moriva: più forte della paura della morte era l’angoscia di non poter sostenere una maternità. Dopo uno stupro, ad esempio, decidere di non tenere il figlio di quella violenza era culturalmente incomprensibile e inaccettabile. Nessuna legislazione tutelava la vittima. In nessun caso.
Per procurarsi un aborto numerose ragazze si affidavano a metodi molto pericolosi: chi utilizzava ferri da maglia, chi premeva forte sull’addome, chi ricorreva all’uso di aghi e grucce. Una serie di erbe poi, come il tanaceto, la mentuccia, l’actaea racemosa e il silfio, avevano la fama di possedere proprietà abortive. Con terribili effetti collaterali.
Il 22 maggio 1978 venne promulgata la Legge 194, che consentiva alle donne, nei casi previsti dalla norma, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione. Tre anni dopo, il 17 maggio del 1981, i cittadini italiani confermarono la validità di questa normativa quando vennero chiamati a votare per cinque referendum abrogativi. Fondamentali le battaglie del Partito Radicale e del Partito Socialista, ma determinanti furono le voci delle donne. Che, per una volta, non rimasero in disparte.
Vittoria Tola, responsabile nazionale dell’UDI (Unione Donne in Italia, ndr), non ha dubbi: «Senza una partecipazione femminile consapevole, a quella legge non saremmo mai arrivati». E aggiunge che «senza l’UDI, questa normativa non avrebbe mai visto la luce». Lotta, battaglie e consapevolezza: gli Anni ’70 furono questo. Lei c’era e fu testimone diretta di una rivoluzione che cambiò il mondo.

DOMANDA: Dottoressa Tola, il percorso che ha portato a una legislazione sull’aborto è stato lungo e complicato. Fino al 1975 praticare un aborto era punito dal codice penale. Cosa ricorda, da donna, di quegli anni?
RISPOSTA: Iniziai a fare politica appena arrivata a Roma, all’università. Ricordo tutti i primi Anni ’70 come un periodo di grande fermento culturale: dibattiti e discussioni ossigenavano le battaglie. Si parlava di divorzio, della prima legge che, finalmente, faceva sì che la contraccezione non fosse più reato contro la razza. In quegli anni cambiava il diritto di famiglia. Tutte quelle discussioni si intrecciavano tra di loro.
D: Perché erano legate una con l’altra?
R: Perché puntavano a modernizzare la condizione del Paese. Quelle leggi davano maggior autodeterminazione alle donne, sia nell’ambito familiare che nell’ambito sociale. La Legge 194 fu il risultato di uno scontro molto feroce rispetto alla possibilità di far decidere soprattutto le donne. Ci furono varie proposte di legge e molte prese di posizione (esclusi i Radicali) che, invece, andavano in senso opposto: le donne in quanto tali non potevano decidere né delle loro gravidanze né della loro maternità.
D: Che cosa significava essere madri in quegli anni?
R: C’era una lunga consuetudine per cui essere madri ed essere incinte era un destino, piuttosto che una scelta. Ricordo una grande campagna in cui le donne dell’UDI si impegnarono a raccogliere le uniche testimonianza che contavano davvero: avevano chiesto a 30 mila ragazze che cosa pensavano della maternità, della sessualità e dell’aborto.
D: Che risposte arrivarono?
R: Ci furono testimonianze, poi raccolte in un libro, molto drammatiche, veramente incredibili. Nelle province rurali, più contadine, con meno strumenti culturali ed economici, emergeva con grande forza che di aborto si moriva. Non era vero che l’aborto non si praticava: si ricorreva a queste pratiche in clandestinità, con mezzi di fortuna e con persone che non si facevano molti scrupoli.
D: Fino al 1975, praticare un aborto era, di fatto, illegale ed era punito con la reclusione. Come vivevano le donne quella condizione?
R: Vigeva il Codice Rocco (il codice penale italiano che prese il nome dal suo estensore, Alfredo Rocco, il guardasigilli di Mussolini, ndr), risalente al Ventennio fascista: così com’era punito l’aborto, lo stupro era ancora un reato contro la morale e non contro la persona. La vittima diventava colpevole. Vi erano, poi, tutta una serie di attenuanti che andavano dal famoso «Se l’è cercata», al delitto d’onore, fino ad arrivare allo Ius Corrigendi, cioè il diritto dei genitori di ricorrere ai mezzi di correzione ritenuti più idonei, come ad esempio le limitazioni della libertà dei figli.
D: Insomma, nessun diritto e nessuna tutela.
R: Una donna poteva essere tranquillamente punita mentre non veniva condannato il suo stupratore. Per questo motivo erano molte a ricorrere alla mammana (con questo termine dialettale, di origine centro-meridionale, si identificava una donna che eseguiva aborti clandestini su commissione, ndr). In quegli anni si cominciarono ad organizzare i primi viaggi a Londra, per praticare interruzioni sicure ma all’estero. Si tentò disperatamente di far capire che quella legislazione era mortifera, nel vero senso della parola.
D: Come si arrivò ad una legge sull’aborto?
R: Esistevano due grandi tendenze: una era quella dei Radicali e Socialisti che volevano una depenalizzazione dell’aborto; e poi c’era chi affermava che l’aborto andasse regolamentato in modi e forme che per molte donne erano insostenibili.
D: Tipo?
R: Ad esempio, le famose commissioni mediche, che dovevano decidere caso per caso, come e quando le donne potevano abortire. Quelle proposte portarono a una discussione ferocissima e il risultato fu che si arrivò a una legge di mediazione in Parlamento, soprattutto tra le grandi forze politiche. Finalmente la parola delle donne contò molto.
D: In che modo si fecero sentire?
R: Si decise che quelle commissioni mediche andassero abolite e che l’ultima parola spettasse a loro. Si introdussero i sette giorni di riflessione ma si giunse alla conclusione che le ragazze potessero abortire non solo per gravi motivi sanitari ma anche per grossi problemi economici o psicologici. Così arrivammo alla Legge 194, quella del 1978.
D: La legge entrò in vigore il 22 maggio 1978 ma venne confermata dagli elettori solo 17 maggio del 1981. Come ricorda quei tre anni?
R: Anni estremamente agitati perché quella normativa scatenò un vero e proprio putiferio contro. C’era chi la criticava perché non era abbastanza liberalizzatrice. I Radicali promossero un quesito referendario per renderla più semplice. Ma ci fu il Movimento per la Vita, promotore del primo quesito per abolire la 194, che fece una grossa campagna contraria. C’era poi il tema dell’obiezione di coscienza dei medici, per cui in moltissime parti d’Italia, a cominciare da Roma, dagli ospedali, vi fu il tentativo di non applicarla. Io ricordo occupazioni al San Camillo, al Policlinico Umberto I, ma anche in tante altre città.
D: Come risposero le donne?
R: La prima battaglia delle donne in quegli anni fu di pretendere dalle Asl e dai medici l’applicazione di una legge dello Stato e di applicarla nei termini e nelle forme che il regolamento prevedeva. Esisteva un’illegalità diffusa nel non esercitare la pratica che, naturalmente, poggiava sul fatto che si sapeva che una parte del Paese e dei fondamentalisti cattolici era contro.
D: E dopo il referendum cosa è successo?
R: Lavorammo con tante donne, dell’UDI, dei partiti, dei sindacati, dell’MLD (Movimento della liberazione della Donna, ndr) del Partito Radicale, con cui ci radunammo in un comitato a difesa della 194. Continuare la battaglia significava fare un lavoro capillare e grandissimo.
D: Come avete sensibilizzato le donne al voto?
R: Furono organizzati banchetti e centri di ascolto: veniva spiegato perché arrivati a quel punto era giusto spingere quei referendum che attaccavano una legge importantissima. Ricordo una serie di momenti: a Campo dei Fiori, a Campo Marzio, mi ricordo i caseggiati, ricordo le riunioni, bussare porta per porta. Mi ricordo questo lavoro certosino di sensibilizzazione. Spiegavamo loro che cosa fosse quella legge e in che cosa consisteva. Ricordo tantissime donne, di tutti i ceti sociali, giovani e più adulte, credenti e atee, molte cattoliche praticanti. Mettevano a nudo le loro esperienze, spesso di grande dolore, ponendole al servizio di questa causa comune. Chiesero che non lo si chiamasse aborto, ma interruzione volontaria di gravidanza. Probabilmente faceva meno male.
D: Si sentivano testimoni dirette di una rivoluzione?
R: Sì, vi era questa grande sensazione che quello era un passaggio importante e che ognuna doveva mettere in gioco un pezzo della sua esperienza e anche della sua vita. Raccontavano le ragioni per cui erano dovute ricorrere a quella scelta, spesso obbligata, carica di sofferenza ma comunque importante perché presa in autonomia.
D: Chi vi ostacolava maggiormente?
R: Il Movimento per la Vita faceva una rappresentazione di questo dramma in un modo molto falso e bugiardo. Le donne non cercavano un diritto all’aborto, volevano un diritto all’autodeterminazione. Volevano decidere se fare figli, quando farli e quanti ne volevano. Erano consapevoli del fatto che la maternità non poteva essere un destino, che veniva determinato molto spesso da una sessualità maschile senza responsabilità. Da loro le donne venivano considerate così, come delle leggere e delle sciagurate.
D: E gli uomini?
R: Non venivano chiamati in causa gli uomini che mettevano incinta una donna contro la sua volontà, come non venivano chiamati in causa i medici che in quegli anni continuavano a fare battaglia contro la contraccezione e la pillola e che quindi, di fatto, non aiutavano né agevolavano un corso di conoscenza perché questo significava libertà, responsabilità per le donne, mai considerati veri soggetti. In molte questo lo avevano capito: anche quelle in grande disagio economico e culturale però avevano le idee ben chiare.
D: Quanta consapevolezza c’era tra le donne italiane sul tema?
R: Di consapevolezza ce n’era tantissima, addirittura io mi sono trovata a discutere anche con anziane la cui preparazione mi sorprese. Una volta una donna molto provata dal lavoro e dalla vita, ebbe un’espressione che mi lasciò di stucco: era profondamente convinta che bisognasse andare a votare perché era «meglio avere una norma che regolamentasse l’aborto rispetto alla scelta di morire o di compiere un infanticidio».
tolaD: Perché lei lottava?
R: Non potevo più sopportare di vedere la difficoltà che vivevamo noi ragazze, in tante regioni d’Italia, nel tentativo di emanciparci, andando a scuola o all’università. Vedere la vita delle nostre madri, delle nostre nonne, che contava meno di quella degli uomini mi distruggeva: vedere queste donne che lavoravano per quattro e poi avere pochissimi riconoscimenti era inaccettabile. Era necessario prendere in mano il timone e cambiare una situazione, quella italiana, troppo retrograda e arretrata, mentre tutto il mondo andava avanti. Contemporaneamente vi era la consapevolezza che le donne erano diventate portatrici di una cultura politica che davvero poteva migliorare la vita non solo nostra, ma la vita di tutti.
D: Era una rivoluzione personale quindi?
R: Era una scoperta del mondo, della storia, una richiesta che veramente ci attraversava ogni giorno, che ci faceva cambiare i rapporti umani, sociali, il nostro stesso modo di studiare. C’era l’idea che noi eravamo la storia: eravamo in tante ed eravamo capaci di cambiare le leggi di un Paese che fino a quel momento si era rifugiato nel patriarcato più stupido che non dava poi molte chance per il futuro. Volevamo tutte studiare, lavorare e avere una vita in cui i figli si facevano, ma venivano al mondo quando noi lo volevamo e non per destino. Era un sentimento di felicità.
D: Cosa le diede maggiore soddisfazione?
R: Vedere cambiare il Parlamento, perché la battaglia fu un corpo a corpo con tanti partiti politici: riuscivamo a tenere testa a uomini che sapevamo avere una grande influenza politica. La cosa contaminò le tante donne in Parlamento, anche perché quelle, essendo leggi di mediazione, furono sostenute dai partiti della sinistra ma anche presentati dalle donne della DC.
D: La rivoluzione era compiuta?
R: Negli anni successivi, dopo la metà degli Anni ’80 tutto ricominciò a richiudersi, ma nonostante questo le battaglie delle donne non si sono mai fermate. Per esempio, il fatto che oggi una donna debba fare 700 km per ricorrere un’interruzione volontaria di gravidanza, per motivi gravi, è uno scandalo piuttosto grave.
D: C’è stato un momento in cui avete pensato di non farcela?
R: In quel momento eravamo sicure che ce l’avremmo fatta.
D: Marisa Rodano, in Memorie di una che c’era, scrive che la linea che consentì l’approvazione della legge (e successivamente della vittoria del referendum del 1981) si deve all’UDI. Cosa intendeva dire? Perché l’UDI giocò un ruolo determinante?
R: Perché riuscì a far comprendere che razza di dramma fosse l’aborto clandestino e perché era necessaria una legge che lo regolamentasse. Era necessario costruire servizi che lavorassero sulla contraccezione. L’UDI riuscì a fare breccia in quei partiti e movimenti che inizialmente ritenevano fosse giusto controllare le donne. Lavorammo per far capire che le donne erano persone intelligenti e responsabili. La sanità giocava un ruolo ambiguo e furono tante donne medico, che in quegli anni entrarono negli ospedali e nei consultori, che fecero da sentinelle della legalità. Si opponevano tanti altri medici che pur di fare carriera obiettavano, in modo assolutamente irresponsabile nei confronti della vita delle donne.
D: Perché, in quegli anni, interrompere la gravidanza non veniva considerato un diritto?
R: Perché l’interruzione di gravidanza da molti viene considerata come un’interruzione della vita. Costituiva un dilemma di tipo filosofico o morale. Riconoscere il diritto all’autodeterminazione, addirittura sulla gravidanza, significava riconoscere anche la libertà sessuale, un’autonomia fuori delle logiche a cui le donne, fino a quel momento erano state costrette.
D: Un enorme problema per gli uomini.
R: Chi si sposava doveva stare subalterna a un marito. Quando gli uomini persero tutta la potestà, per molti costituì l’inizio caos generale, di una situazione anarchica. La famiglia era il fondamento della società ed era basata sul capofamiglia, una figura che somigliava più a quella di un Re circondato da sudditi.
D: La sua famiglia come prese questo suo impegno politico così diretto?
R: Sono stata molto fortunata: sono cresciuta in una famiglia di pastori sardi, apparentemente profondo patriarcato, ma ho avuto una nonna e una mamma davvero straordinarie, cattoliche praticanti, che su queste cose furono delle straordinarie testimone di vita. Rivendicavano per le loro figlie il rispetto delle donne e della loro libertà, visto che non l’avevano potuta avere. Furono loro a dirmi senza mezzi termini che su quelle questioni di principio non si doveva discutere.
D: Dal suo punto di vista, perché l’Italia ci mise così tanto tempo ad accettare che anche le donne avevano dei diritti sul loro corpo?
R: Perché secondo me in Italia si sono incontrate due tradizioni tragiche: da un lato noi siamo sempre stati un Paese con fortissime connotazioni patriarcali; dall’altro, una certa visione della chiesa cattolica non è stata minimamente d’aiuto. C’era poi lo strascico lasciato dal Ventennio fascista, che radicò una vena di maschilismo molto violenta. Le donne lavoravano come bestie ma non possedevano un reddito personale fuori dal nucleo familiare.
D: Qualche mese fa, Internazionale ha pubblicato un documento che spiega quanto sia complicato abortire in Europa. Addirittura in Paesi come il nostro, più dell’80% dei medici si professa obiettore di coscienza, rendendo questa pratica molto complicata. Siamo tornati indietro?
R: In Europa in effetti c’è questa tendenza. Si tenta sempre di reintrodurre il divieto d’aborto. Non v’è dubbio che si provi a far tornare indietro la libertà di scelta delle donne. Non ci sono ancora riusciti, ci provano continuamente. La maggior parte delle strutture ospedaliere non effettua interruzioni di gravidanza. La responsabilità è anche dello delle Istituzioni pubbliche perché non è possibile che una legge dello Stato vigente venga considerata carta straccia.
D: Lei sarebbe mai ricorsa a questa pratica?
R: No.
D: Ritiene che senza il vostro contributo oggi non avremmo una legge sull’aborto?
R: Assolutamente sì, non ce l’avremmo avuta.
D: Quindi il mondo l’avete cambiato?
R: Sì, ma dobbiamo continuare. Soprattutto dobbiamo impedire che si torni indietro.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , Data: 17-05-2017 09:05 AM


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