«Violenti e coscienti»

di Enrico Matzeu
«Diamo voce anche agli aguzzini, per capire cosa provano: è troppo facile parlare di raptus». Barbara De Rossi, con Amore Criminale, ogni lunedì racconta storie di soprusi. Senza lieto fine.
Barbara De Rossi in Amore Criminale.

Barbara De Rossi in Amore Criminale.

In Italia almeno 6 milioni e 788 mila hanno subito violenza fisica o sessuale nella propria vita. Sono i dati Istat raccolti nel 2015, numeri che purtroppo sembrano destinati a crescere.
È per questo che un programma come Amore Criminale, in onda tutti i lunedì alle 21.10 su Rai Tre, ha ancora un’importanza fondamentale nella sensibilizzazione su un tema così drammatico. La trasmissione, attraverso piccole docu-fiction e con il contributo di avvocati, parenti e testimoni, narra storie di soprusi nei confronti delle donne, sempre vittime dei propri amanti, mariti o ex. Vicende che non hanno quasi mai un lieto fine e che per raccontarle «gli autori seguono due linee: aderenza totale alla verità processuale da una parte e dall’altra il racconto di quello che ci dicono gli intervistati», come ci ha detto Matilde D’Ericco, ideatrice nonché regista del format da quando nel 2007 è stato lanciato con la conduzione di Camila Raznovich prima e Luisa Ranieri poi.

AL TIMONE BARBARA DE ROSSI
Al timone di Amore Criminale oggi c’è l’attrice Barbara De Rossi, che, con grande abilità e forte partecipazione narra ogni lunedì le drammatiche vicende al femminile, alle quali si avvicina «con grande tatto e delicatezza». Lei stessa nel 2015 ha denunciato l’ex fidanzato per stalking, poi arrestato. Un’esperienza di cui la conduttrice preferisce parlare, che senza dubbio la rende necessariamente empatica nei confronti delle protagoniste delle storie che racconta. A sceglierla «siamo stai noi autori in condivisione con la Rete, perché volevamo un’altra attrice e dopo di lei ce ne sarà un’altra e così via. Il ruolo è proprio quello di un’attrice che interpreta un copione scritto e l’idea è quella di una staffetta di donne che si passano il testimone», ci ha spiegato ancora la regista. La De Rossi dal canto suo vive questo ruolo con massimo impegno, anche fuori dalle telecamere: «Quando vado in onda metto tutta me stessa e porto Barbara, non l’attrice, perché non recito, ma racconto una storia», dice a LetteraDonna.

DOMANDA: Come si approccia a queste storie?
RISPOSTA: Naturalmente mi vengono spiegate un po’ di tempo prima, soprattutto quelle che prevedono anche interviste. Diciamo che seguo e studio tutta la vicenda fin dall’inizio, prima di raccontarla e anche prima di vedere la docu-fiction usata per illustrarla.
D: Come le affronta?
R: Con la solita delicatezza e il tatto che metto in tutti i miei lavori. Riesco a instaurare un buon rapporto con queste storie, perché è un argomento che conosco e comprendo molto bene.
D: In che senso?
R: So quali sono le preoccupazioni e le paure, perché una volta anch’io stessa ho denunciato.
D: Televisivamente come si comporta?
R: Cerco di dare il mio apporto, ovvero quello di condurre il telespettatore in un viaggio doloroso, che costa fatica, non solo a chi l’ha subìto ma anche a chi lo ascolta. Purtroppo non sono mai storie a lieto fine.
D: C’è secondo lei un fil rouge che le lega?
R: Questi fatti, anche se sono diversi per il luogo in cui sono avvenuti e per il ceto sociale dei loro protagonisti, hanno tutti un comune denominatore, ovvero nell’iter della demolizione della persona, soprattutto dell’uomo nei confronti della donna.
D: Quali sono le prime avvisaglie che dovrebbero far capire a una donna che il suo partner è pericoloso?
R: Sono davvero tante. Diciamo che devono diffidare dalle persone che hanno una gelosia troppo pressante, che tende a isolarle dal resto del mondo. È un segnale importante perché gli uomini si nascondono dietro a una presunta gelosia, che non inizia mai in maniera eclatante: un fenomeno dilatato nel tempo, nei modi e nella misura. Quando è eccessiva, diventa pericolosa e non bisogna sentirsi lusingate e avvallarla, ma ribellarsi.

Barbara De Rossi in Amore Criminale.

Barbara De Rossi in Amore Criminale.

D: Quest’anno avete anche dato parola a uomini che hanno maltrattato. Perché questa scelta?
R: È stato interessante capire quel che pensano i maltrattanti ed è una cosa che non si fa solitamente. Riuscire a far dire in modo semplice e comprensibile cosa pensa l’uomo che maltratta è un’ottima forma di sensibilizzazione su questo tema. Abbiamo sempre parlato dei condannati, ma non avevamo mai ascoltato cosa sentono.
D: È stato utile?
R: Sì, perché troppo spesso parliamo di raptus, di mancata capacità di intendere e di volere, ci soffermiamo sull’escamotage giudiziario della premeditazione o non premeditazione. La verità è che nella maggior parte dei casi loro sono coscienti di quello che fanno. Qualcuno di questi che abbiamo intervistato, ha proprio detto: «Non era la mia donna, era qualcuno da piegare, da sottomettere».
D: Gli uomini non sono mai vittime?
R: A dire il vero in questa stagione trattiamo anche due casi di stalking al maschile. Amore Criminale nasce per le donne, ma abbiamo voluto far vedere che il programma denuncia ogni forma di sopruso.
D: Cosa la colpisce delle storie che racconta?
R: Due aspetti mi toccano particolarmente. Il primo è che queste vicende iniziano sempre per il desiderio di tante donne, che hanno avuto un matrimonio infelice, di cercare di uscire da quell’infelicità, ma che incappano nelle situazione sbagliate. Mi dispiace vedere che quelle che hanno bisogno d’amore, cercano persone che poi le demoliscono.
D: E poi?
R: Il fatto che le persone sopravvissute a un fatto di sopruso o violenza poi vivano nel terrore e nella paura del dopo, perché non c’è nessuno che le proteggerà, mentre chi le ha maltrattate uscirà di galera. Spesso infatti questi uomini tornano a cercarle per far loro di nuovo del male. Anche questo mi dà molta angoscia.
D: Da quando conduce Amore Criminale le donne le chiedono aiuto anche personalmente?
R: Assolutamente sì. Tante volte capita che su Facebook che mi scrivano per chiedermi aiuto. Io le indirizzo agli appositi centri, o le invito a chiamare il 1522, il numero verde anti-violenza. Il mio impegno non finisce certamente con la trasmissione.

Barbara De Rossi a teatro in Medea, diretto da Francesco Branchetti.

Barbara De Rossi a teatro in Medea, diretto da Francesco Branchetti.

D: Lei recentemente ha anche interpretato Medea a teatro, diretta da Francesco Branchetti. Rivede in alcune delle protagoniste dei tratti di Medea?
R: Effettivamente sì, perché Medea vede praticata su di sé la demolizione, proprio quella che molte donne subiscono dagli uomini. Ricordiamo che Medea viene usata da Giasone e prova un amore senza regole, privo di ogni misura. Lui usa l’amore per dominarla e la fa impazzire. È certamente un tipo di demolizione diversa, ma è pur sempre un abuso.
D: C’è invece qualcosa di Barbara De Rossi in Medea?
R: Medea è talmente fuori dalla norma, che faccio difficoltà a ritrovarmici, ma in realtà forse ho portato sul palco di mio la potenza e la forza dei sentimenti. In quello c’è qualcosa per cui mi assomiglia.
D: In che senso?
R: Sono potente nel manifestare ciò che provo, sia in amicizia che nell’amore. Sono molto fedele e legata alle persone che amo. Medea è un personaggio comunque molto difficile, pensi che in teatro prima di me l’ha interpretata solo Anna Magnani.
D: A proposito, uno dei suoi primi ruoli è stato quello di figlia di Virna Lisi nel film La Cicala. Che ricordo ha di lei?
R: Era l’icona dell’eleganza. Ricordo che il regista Alberto Lattuada, che voleva farle interpretare il personaggio di Wilma Malinverni, desiderava che Virna fosse più in carne, più sensuale, ma non ci riusciva perché la classe di Virna usciva sempre e comunque. Lei è stata ed è una vera icona di eleganza e una donna di grande carattere. Io l’ho amata e stimata tutta la vita, anche per come ha tenuto distante il suo privato dalla vita pubblica.
D: Lei in realtà ha debuttato sempre come figlia, ma di Marcello Mastroianni, nel film Così come sei.
R: Marcello era formidabile, era quello che diceva «Stanislavskij cos’è? Una cosa che si mangia?», oppure quando gli chiedevano se il suo personaggio solitamente se lo portasse a casa, lui rispondeva: «Ma non ci penso nemmeno!». Aveva un grande rapporto umano con tutte le maestranze, una voglia di condividere il set con loro e passava pause infinite a giocare a scopetta con il suo segretario Fred assieme ai tecnici. Una persona molto semplice, molto umana.
D: Anche molto rara nel suo ambiente?
R: In realtà tutti i grandi attori con cui ho lavorato sono personaggi immensi, ma molto semplici. Ho avuto possibilità di fare dei film con Anthony Hopkins e Susan Sarandon, tra gli altri, e si sono sempre rivelate delle persone normali, senza atteggiamenti altezzosi.

Barbara De Rossi durante Notti sul ghiaccio nel 2015.

Barbara De Rossi durante Notti sul ghiaccio nel 2015.

D: Lei è stata scoperta da Alberto Lattuada durante Miss Teenager. Che ruolo ha avuto la bellezza nella sua vita?
R: È un argomento complesso. Io sono nata in periodo in cui la bellezza veniva celebrata dal cinema commerciale, che ho volutamente scansato. Serve sicuramente a emergere, ma poi serve anche altro, bisogna saper fare delle scelte.
D: Lei quali ha fatto?
R: Ho studiato con Claudia Giannotti, che ha lavorato anche con Luca Ronconi. Non mi sono basata solo sul mio aspetto fisico e ho fatto anche delle scelte meno facili negli anni della mia formazione. Ho lavorato con grandi autori non a caso, cercando proprio di sopire la bellezza, ed è stato molto complesso. Uno si deve imbruttire parecchio e non è un caso, ad esempio, che abbia scelto di fare la fiction L’onore e il rispetto, accettando un ruolo da contadina.
D: In televisione l’abbiamo vista concorrente di talent oppure opinionista. Non le piacerebbe la conduzione di uno show?
R: Credo di riuscire a stabilire una comunicazione con le persone: condurre un programma con un format che può far uscire quello che sono potrebbe piacermi.
D: C’è qualcosa della sua carriera che non rifarebbe mai?
R: Le cose infelici della carriera purtroppo le ricordi dopo. C’è qualcosa che te le ha fatte accettare e poi qualcosa te le fa respingere. Ho dei film che mi sono rimasti nel cuore e anche delle troupe, perché anch’io tendo ad avere dei rapporti belli con chi fa i film. Sono rare le esperienze che non mi sono servite a imparare, perché in generale tutti i rapporti umani servono ad apprendere qualcosa e se ciò non accade o addirittura c’è il tentativo di farti disimparare, basta lasciar perdere quel lavoro.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 16-05-2016 01:05 PM


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