Le irriducibili di Chernobyl

Il 26 aprile 1986 si verificava il più grave disastro nucleare della storia. Tantissimi gli evacuati, ma alcune anziane signore sono tornate nelle terre contaminate. Per essere padrone del proprio destino.

babushkas chernobylSono passati trent’anni dall’incidente, ma lo spettro di Chernobyl aleggia ancora sull’Europa. Metaforicamente e non. È notizia recente che in Bielorussia alcuni test hanno riscontrato la presenza di residui radioattivi nel latte, per quantità dieci volte superiori al limite fissato. Ma che cosa accadde quel giorno, il 26 aprile 1986? Durante un rischioso test di sicurezza, a causa di una serie di errori di valutazione da parte di alcuni dirigenti, si fuse il nocciolo del reattore 4. Nell’immediato morirono 65 persone, mentre una nube tossica si alzava nei cieli e i venti la spingevano in tutta Europa. Oggi le terre nei dintorni della centrale sono ancora gravemente contaminate. Ma, per quanto le immagini che arrivano da Chernobyl abbiano un’apparenza spettrale, nelle terre circostanti si è stabilita una comunità di anziane signore che, dopo essere state evacuate, hanno deciso di tornare nella loro terra natale.

bLA FAME FA PIÙ PAURA
La loro storia è stata raccontata dal documentario The Babushkas of Chernobyl, realizzato da Holly Morris e Anne Bogart e vincitore di numerosi premi. Il termine babushka sta appunto per vecchia signora, o nonnina. Il lavoro di Morris e Bogart si concentra sulla vita di tre donne in particolare, esplorando le motivazioni che le hanno spinte a tornare in luoghi considerati inabitabili: da una parte il richiamo della terra natale, dall’altra il bisogno di essere padroni del proprio destino e non piegarsi agli ostacoli, anche giganteschi, imposti dal fato. Per non parlare della percezione del rischio: le babushka di Chernobyl sanno che le loro terre sono avvelenate, ma non è l’aspetto che temono di più. «Non ho paura delle radiazioni. Ho paura della fame», rivela Hanna Zavorotnya, una delle anziane protagoniste del documentario.

BabuskyCHNPP-Origo2BABUSHKE, BUROCRATI, STALKER
Negli anni immediatamente successivi al disastro, circa 1300 persone tornarono indietro per riprendersi Chernobyl e le proprie vite. Molte di queste persone avevano allora un’età compresa tra i 40 e i 50 anni. A oggi, sono poco più di un centinaio le persone rimaste lì. L’80% di queste sono appunto donne anziane, sparse qua e là in villaggi abbandonati, tagliate fuori dal mondo ma parte di un microcosmo particolare abitato da scienziati, funzionari governativi e una nicchia di appassionati del brivido che amano aggirarsi in questo scenario desolato e apocalittico, dinamica che per certi versi ricorda il film di Tarkovsky Stalker, dove appunto i protagonisti si muovono nella cosiddetta Zona, territorio rurale isolato dal mondo.

babushkas_Babushka-with-Pumpkins_OriginalFORGIATE DAL PASSATO
Per capire la scelta di queste donne, però, non bisogna fermarsi al disastro di Chernobyl, ma risalire almeno fino agli Anni 20 e 30 del XX secolo, quando il popolo ucraino venne prima colpito dall’Holodomor, la terribile carestia che causò all’incirca 3 milioni e mezzo di morti e che viene riconosciuta da molti Stati e associazioni come un genocidio perpetrato dal governo di Stalin, e poi dall’invasione nazista. Si stima che la Seconda guerra mondiale ha provocato oltre dieci milioni di morti tra il popolo ucraino. I numeri di questi stermini possono essere utili per cercare di adottare il punto di vista delle babushke, o quantomeno cercare di comprenderlo. Per loro, che hanno vissuto in prima persona queste tragedie, affrontare il nemico invisibile delle radiazioni è un rischio accettabile.

LA NOSTALGIA UCCIDE
Che cosa rischiano queste donne dal punto di vista delle condizioni di salute? Non sono stati condotti studi scientifici approfonditi sulle babushke di Chernobyl. È certo che nel suolo i livelli di isotopi radioattivi siano molto alti. La contaminazione passa, per una parte consistente, dalla catena alimentare. Gli animali d’allevamento si nutrono con prodotti della terra contaminati, accumulando così nei propri organismi scorie nocive. Che poi gli umani assumono a loro volta, nutrendosi appunto degli animali. A essere colpita è soprattutto la tiroide, ma pare che le babushka siano più soggette a morire d’infarto che non di avvelenamento. D’altronde, un medico racconta che, tra i loro coetanei che non sono tornati indietro, le principali cause di morte sono tristezza e afflizione. E le babushka sono solite ripetere che «La madrepatria è la madrepatria. Se te ne vai, muori».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 26-04-2016 10:56 AM


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