«Il rap non è sessista»

di Antonella Matranga
A tu per tu con Baby K, che dopo il successo della collaborazione con Giusy Ferreri ci ha parlato di musica e di maschilismo: «Le donne dei nostri testi non sono sottomesse».

baby-kÈ stato presentato come il manifesto cinematografico dell’hip hop il film Zeta di Cosimo Alemà (nelle sale dal 28 aprile), e in effetti attraverso il racconta della vita di tre ragazzi della periferia romana che tentano di cambiare il loro futuro a colpi di rime e di musica hip hop, il regista, autore affermato di videoclip, fa sfilare davanti alla macchina da presa gran parte delle star del rap nostrano. E tra Fedez e Clementino, J-Ax e Rocco Hunt, spunta anche il nome della bella rapper Baby K (vero nome Claudia Nahum), autrice del tormentone dell’estate 2015 Roma- Bangkok con Giusy Ferreri. Un successo internazionale in promozione con la versione italiana di «Light it Up» dei Major Lazer dal titolo Ora che non c’é nessuno inserita dal gruppo del dj Diplo nel nuovo album Peace is the Mission in uscita il 6 Maggio.
«Nella mia versione c’è la storia di un amore nato in discoteca. Di una scintilla che scatta nonostante il frastuono. Ma è anche una storia di amicizia e di segreti», racconta Baby K a LetteraDonna.

DOMANDA: Come si è avvicinata alla musica e all’hip hop?
RISPOSTA: Sono cresciuta a Pinner, nella periferia di Londra. Negli Anni ’90 l’hip hop non era così amato. In periferia eravamo tutti appassionati di un genere che è conosciuto ai più come «Two Step». Più ballabile, con sonorità più ritmate. Uno degli elementi in comune con l’hip hop è il dj e io già a 13 anni mi divertivo con i miei compagni di scuola a comporre rime e a fare serate.
D: Poi a 17 anni dal mondo multiculturale di Londra si è trasferita a Roma con la famiglia, a seguito del suo papà, geofisico. Come ha vissuto questo cambiamento?
R: Ho vissuto una specie di choc culturale. Qui erano tutti bianchi, mentre per me era la normalità avere il medico indiano o gli amici tutti di diverse origini. A Roma di colore si vedevano solo i lavavetri.
Ho fatto molta fatica ad integrarmi. Non sapevo come comportarmi, non parlavo bene l’italiano, non riuscivo a crearmi una mia identità. Non è stato semplice.
D: Anche musicalmente l’Italia deve esserle sembrata indietro rispetto alla scena musicale inglese.
R: A quei tempi esisteva solo una forma primordiale di hip hop. Così mi sono detta che se volevo vivere in Italia dovevo avvicinarmi a questo genere. Ho fatto tutto un percorso all’indietro. Ho studiato, ho conosciuto le origini, i grandi nomi di riferimento e mi sono appassionata. Ho cominciato a scrivere testi in Italiano, a fare programmi radiofonici e così è cominciato tutto. Alcuni rapper mi hanno notato e ho cominciato a collaborare con loro.
D: È un mondo molto maschile, anche qui non deve essere stato facile inserirsi.
R: Sì, non si può negarlo. Il rap è formato da gruppi, anche se c’è il nome di uno soltanto, è sempre un gruppo. C’è il dj, il rapper, il cantante, quello che balla. E fino a qualche tempo fa difficilmente le donne si appassionavano. Si avvicinavano a questo genere per seguire il fidanzato o il fratello, per esempio. Mentre io volevo realizzare il mio gruppo e fare musica.
D: Come ha iniziato?
R: I primi tempi, avendo frequentato un corso di moda a Roma, ho iniziato a lavorare come aiuto costumista sui set dei videoclip dove tra l’altro ho conosciuto Cosimo Alemà. Adesso questo mondo sta cambiando: il rap è diventato il linguaggio dei giovani, di conseguenza anche delle ragazze.
D: Che cosa pensa dei testi sessisti?
R: Se devo essere sincera è molto più maschilista il pubblico che segue i rapper. Certo si dicono cose piuttosto forti, ma il rap è anche pieno di testi dedicati all’amore o alle donne, di grande rispetto, non soltanto donne sottomesse o donne oggetto, e poi nessuna vieta a noi ragazze di fare altrettanto con loro nei nostri testi e nelle nostre canzoni.
D: Intanto con Kiss Kiss Bang Bang c’è stata la sua svolta al pop.
R: Per me la musica è ballo e intrattenimento, fanno parte di me. Andando avanti nel tempo sto mettendo da parte il mondo più «street» per lasciare spazio alla melodia. Amo comporre, canto sempre di più, mi piace ascoltare altro genere, insomma anche il mio gusto sta diventando meno di nicchia. Un modo di unire la mia parte inglese a quella italiana.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , , , Data: 20-04-2016 07:01 PM


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