«Non giudicatela per quelle foto»

di Giovanna Pavesi
Ornella Favero, direttore della rivista carceraria Ristretti Orizzonti, ci ha raccontato chi è Doina Matei, l'assassina di Vanessa Russo finita nell'occhio del ciclone per alcuni scatti su Facebook.

e92670d2-5cd5-4f86-abd2-2698c2c13ded_xlNell’animata piazza virtuale una foto ritrae una ragazza mora e minuta. Accenna un sorriso, ha i capelli legati e gli occhiali da sole appoggiati sulla testa. Un filo di trucco sugli occhi mette in risalto il suo sguardo piccolo piccolo. Ha le unghie smaltate di rosa e, tra le mani, regge un piattino con un pasticcino dentro. Un’altra foto, ritrae la stessa giovane donna in costume da bagno, in posa sugli scogli, felice di una giornata al mare. Doina viene da lontano, dalla Romania, e oggi tutti la conoscono di più.
Perché il 26 aprile del 2007, la stessa ragazza con i piedi nudi sugli scogli, uccideva la 23enne Vanessa Russo, conficcandole la punta del suo ombrello nell’occhio dopo un litigio nato nella metropolitana di Roma.

LA TRAPPOLA DI FACEBOOK
Le due foto, che ritraggono una giovane 29enne dal volto normale, sono state pubblicate sul profilo Facebook di Doina Matei, l’assassina di Vanessa, scatenando il risentimento dei familiari e l’indignazione dell’opinione pubblica. Da quella data Doina ha trascorso nove anni in carcere, scanditi da un rimorso necessario e irreversibile. Lei stessa, nel 2011, aveva scritto: «Rimane la certezza che di sicuro, a oggi, ci sono soltanto le occasioni andate perdute» (tratto da Quando tornerò al mondo, racconto che le è valso il terzo premio al Concorso Emanuele Casalini, ndr).

VITA DI STENTI
Doina, arrivata in Italia giovanissima, ha vissuto le sue serate nel primo carcere conosciuto: la strada. «Prima le mie sbarre erano le portiere delle automobili dove salivo, senza sapere che cosa mi sarebbe potuto accadere. La mia cella era quel pezzo di marciapiede dove mi vendevo ogni notte». Il racconto di un’esistenza difficile non sembra comunque finire qui. «Una sigaretta dietro l’altra per passare il tempo e per riscaldarmi un po’ dal freddo che quella vita mi gettava nell’anima», continua.
La scrittura forse l’ha salvata, ma non l’ha protetta dall’ingenuità di pubblicare un’immagine su un social network dove chiunque può sostituirsi a un giudice. Così abbiamo chiesto a Ornella Favero, direttore della rivista carceraria di Padova Ristretti Orizzonti, di raccontarci la Doina che ha conosciuto lei.

DOMANDA: Chi è Doina Matei?
RISPOSTA:
Doina è una ragazza con un passato disastroso alle spalle, nata 29 anni fa nella povertà di una Romania alla deriva. È una giovane donna che si è trovata in una situazione molto più grande di quello che poteva immaginare, che ha avuto conseguenze terribili sia per la famiglia di Vanessa Russo che per lei. Doina era ancora una bambina quando nacque il suo primo figlio (aveva 14 anni, ndr) ed era ancora molto piccola quando, qui in Italia, aveva iniziato a prostituirsi.
D: Quando ha conosciuto Doina?
R: Intorno al 2013: mi ha cercato quando ancora era nel carcere di Perugia. Desiderava trovare un’occupazione che le avrebbe consentito di poter richiedere la semilibertà. Lei sperava di riuscire a lavorare per aiutare, in qualche modo, i suoi due bambini.
D: La pubblicazione delle sue foto personali su Facebook ha scatenato un’indignazione diffusa in tutta l’opinione pubblica. Che idea si è fatta a riguardo?
R:
La questione della foto è pura ingenuità. Premetto di avere il massimo rispetto per la persona che subisce un reato di questo tipo. Posso comprendere la rabbia e lo sdegno di una famiglia a cui viene uccisa la figlia in un modo così improvviso e assurdo. I familiari hanno il diritto di sentirsi offesi da qualsiasi cosa, compresa una fotografia pubblicata su un social network. Sono convinta che Doina abbia sbagliato. Ha peccato di ingenuità e di troppa leggerezza, pur non essendo affatto una ragazza superficiale.
D: Perché secondo lei?
R: Quando si entra in carcere a 20 anni, a causa di un reato così grave e con una storia così disastrata alle spalle, l’immaturità è il primo scotto da pagare. Vivi la detenzione quando sei una ragazzina ed esci, nove anni dopo, ancora bambina dentro. Il profilo Facebook ti sembra un gioco, non gli dai tutta questa importanza. Lei ha postato due foto senza pensare alle conseguenze non ricordandosi che nel nostro Paese, su questi temi, c’è davvero una grande cattiveria sociale.
D: Cosa intende?
R:
Ognuno si sente in dovere di giudicare il mostro, l’assassino, ma un conto sono le proteste più che legittime che vengono dai parenti delle vittime, un conto sono le ingiurie di un cittadino comune. Spesso ci mettiamo a giudicare senza capire la storia che c’è dietro un volto, non vediamo la persona. Certi comportamenti non riguardano soltanto i ‘cattivi’. Non trovo né logico né giusto massacrare verbalmente una persona in questo modo. Doina ha sbagliato e sta giustamente pagando.
D: Però, dopo la pubblicazione delle foto sui social, a Doina è stata revocata la semilibertà.
R: Io non credo che ci sia nessun motivo valido per togliergliela. Nelle disposizioni che ha un detenuto non esiste un divieto dell’uso dei social network. C’è, per esempio, quello di non accompagnarsi con pregiudicati, di non abusare di alcool o di sostanze stupefacenti, o di rispettare gli orari. E poi, Doina Matei, non è stata l’unica detenuta a pubblicare le proprie foto su un profilo Facebook.
D: Come ha preso la ragazza tutto questo clamore?
R: Non saprei. Ho provato a chiamarla ieri ma non sono riuscita a trovarla. L’avevano già portata via (in carcere, ndr).
D: E perché si è scatenata tutta questa indignazione?
R: Credo che un ruolo determinante lo abbia giocato, fin dall’inizio, il suo Paese di provenienza.
D: Quindi una rabbia dovuta anche al suo vissuto personale?
R: Direi di sì. Lei stessa, nel 2011, scriveva: «Mi sono ritrovata in carcere, con tutta l’opinione pubblica contro, chiamata con disprezzo ‘la prostituta rumena’». All’epoca del fatto c’è stata una reazione molto forte: i rumeni, in quel momento, erano gli immigrati più odiati. Scontiamo una rabbia ciclica nel nostro Paese: abbiamo provato risentimento contro gli albanesi, poi contro rom e infine contro i rumeni. Sembrava che le emergenze riguardassero soltanto loro. Ricordo che prima ancora di conoscerla potevo percepire questo livore verso la sua provenienza prima ancora che per il suo reato.
D: Lei l’ha vista cambiare negli anni?
R: Non la conoscevo prima dell’omicidio. Posso però dire che Doina non mi è mai parsa una persona aggressiva, malgrado l’orribile reato che ha commesso. Non è una ragazza superficiale, cerca di andare a fondo nelle cose, prova a mettere in discussione i suoi comportamenti e non minimizza mai.
D: Avete mai parlato di questo omicidio?
R: Sì, ne abbiamo parlato. Lei ha sempre sostenuto di aver alzato qull’ombrello istintivamente. Non si immaginava che quell’atto violento poteva portare a quella terribile conseguenza. Doina è consapevole della sua responsabilità. Ancora oggi vive questo senso di colpa enorme rispetto ai genitori di Vanessa.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 13-04-2016 08:34 PM


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