Sudan, la polizia usa lo stupro come arma

Nel Paese molte donne subiscono abusi sessuali da parte delle forze dell'ordine che tentano in questo modo di mettere a tacere il dissenso nei confronti del Governo.

ThinkstockPhotos-490607406Safiya Ishaq aveva solo 24 anni quando due agenti della polizia in borghese l’hanno prelevata mentre stava tranquillamente passeggiando per le vie di Khartum, capitale del Sudan. Da quel giorno è iniziato il calvario della giovane. Prima interrogata, poi picchiata e violentata. «Mi hanno buttata a terra e hanno iniziato a picchiarmi tirandomi calci con i loro stivali», ha raccontato in un recente rapporto di Human Rights Watch. Ancor più grave se si pensa che queste violenze reiterate sono state perpetrate da chi dovrebbe tutelare e salvaguardare la salute dei liberi cittadini. Il tutto per l’accusa di «distribuire volantini. Mi hanno insultata, dicendo che sono comunista e una ragazza indecente». Dopo le violenze subite Safya, artista e attivista di un movimento giovanile che ha partecipato alle proteste anti-governative della primavera araba del 2011, ha lasciato il Sudan.

PRATICHE DISUMANE
Questa storia, però, è solo una delle tante che emergono dal rapporto di Human Rights Watch intitolato Good Girls Do not Protest. Secondo quanto riportato dall’associazione a difesa dei diritti umani, pare che in Sudan la polizia utilizzi sistematicamente la tecnica della repressione violenta per zittire ogni forma di dissenso e protesta contro il Governo. Jehanne Henry, autrice del rapporto, ha spiegato al quotidiano The Daily Beast i metodi scioccanti utilizzati contro le donne dalle forze dell’ordine. «Usano la violenza sessuale come un metodo per mettere a tacere le donne». Anche perché sotto la guida di Omar al-Bashir il Paese ha sposato un’ideologia islamista con una stretta interpretazione della Sharia. Il tutto con un’unica finalità: la repressione del libero pensiero.

CONTROLLARE LE DONNE
«Queste leggi sono state fatte per controllare le donne, il loro movimento, i loro vestiti, e il loro lavoro», si legge nel rapporto. Un controllo che parte proprio dalla paura di venire disonorate pubblicamente. Anche perché durante ogni manifestazione «ci sono insulti, percosse e umiliazioni». Perché queste donne oltre a essere prese di mira da leggi morali, quasi tutte le attiviste profilate nel rapporto di Human Rights Watch sono state violentate, aggredite o, le più fortunate, solo minacciate. Una situazione che nel Paese sta diventando sempre più pesante e ingestibile.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 12-04-2016 05:51 PM


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