«Noi, orfane dei nostri figli terroristi»

Le mamme dei jihadisti di Molenbeek si raccontano in un reportage de l'Espresso. Sono loro che ogni giorno combattono contro i reclutatori dell'Isis per tentare di salvare i loro bambini da una fine certa.
Poulomi Basu intervistata da 'l'Espresso'.

Poulomi Basu intervistata da ‘l’Espresso’.

Cosa può fare una donna quando perde il proprio figlio per un’ideologia? È la domanda che si sono fatte anche le mamme dei jihadisti di Molenbeek. E tra le tante risposte che sono emerse, una sembra aver prevalso: capire. Comprendere la rabbia di quei ragazzi educati a uno stile di vita laico che si sono invece fatti attrarre dalle promesse di un Islam violento. Ma capire un ragazzo diventato jihadista non significa appoggiarlo, ma provare a salvarlo. È questo il pensiero che si cela dietro la volontà di queste mamme pronte al tutto per tutto pur di strappare i loro ‘bambini’ dalla morsa della guerra. E se non loro, almeno tentare di aiutare altre mamme a non diventare «orfane d’enfants».

LA MISSIONE
Parte da qui il reportage de l’Espresso che racconta le storie di queste donne che, di casa in casa, di porta in porta, provano a combattere a loro modo un nemico strisciante e subdolo come quello dell’Isis. Un nemico che può fare affidamento su un prezioso alleato. Non la fede, spiegano le mamme, ma il disagio sociale. È questo che spinge molti ragazzi ad abbandonare le loro case nelle banlieue di Bruxelles per unirsi ai gruppi terroristici. Si forma qui il gruppo di Les Parents Concernés, che tradotto significa genitori preoccupati. Preoccuati per la sorte di quei ragazzi le cui famiglie erano già scappate tempo prima dal terrore della guerra nella speranza di una vita migliore.

RABBIA CAMUFFATA
Ma in Europa non c’è pace per queste famiglie. Perché i giovani sentono di non essere del tutto apprezzati, capiti, accettati. Ed ecco che quella rabbia repressa si veste da Islam, portando la gioventù araba a partire per la Siria. Come Salah Abdeslam, che fino a poco tempo fa passava le sue giornate a bere birra e a fumare una volta ogni tanto uno spinello con i suoi amici. L’Isis punta proprio a loro, a quei giovani disperati e arrabbiati. Agli emarginati della società. A quelle persone che non si sentono accettate e convogliano tutta la loro frustrazione appoggiando una causa che con la religione non ha nulla a che fare.

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Publicato in: Attualità, Donne della settimana, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 25-03-2016 06:50 PM


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