Cinque giorni di paura a Istanbul

Giovanna Lanzavecchia, 22 anni, è stata rinchiusa in un centro espulsioni in Turchia, accusata di aver fatto propaganda a favore del Pkk sui social. Al suo ritorno al Corriere racconta: «Ho visto donne e bambini in condizioni difficilissime».

Italiana fermata a Istanbul per propaganda filo Pkk

Propaganda a favore del Pkk, un’organizzazione considerata terroristica da Ankara, per aver pubblicato sui social network post a sostegno dei ribelli curdi. Con questa accusa la polizia turca la sera del 21 marzo aveva fermato in un internet café di Istanbul Giovanna Lanzavecchia, studentessa comasca di 22 anni, rilasciata e tornata in Italia dopo cinque giorni di detenzione.
Era arrivata a Istanbul venerdì 19 marzo. All’inizio aveva intenzione di proseguire il viaggio verso Diyarbakir, nel sud-est, per partecipare alle grandi celebrazioni del capodanno curdo. Ma l’attacco kamikaze di sabato mattina nel centro della città le ha fatto cambiare idea, spingendola ad acquistare invece un biglietto per Berlino. In serata, però, le autorità turche l’hanno presa in custodia, dopo una segnalazione giunta dalla polizia postale, particolarmente attenta ai messaggi di sostegno alla causa curda, per cui centinaia di siti sono censurati e account Twitter bloccati. Da lì sono iniziati cinque giorni di apprensione.

IL RACCONTO DEI GENITORI
Giovanna ha raccontato la paura provata durante la difficile esperienza al Corriere della Sera. «Le condizioni nel centro di espulsione erano molto difficili, ma il corpo diplomatico ha fatto un lavoro eccezionale. Sono stati professionali e umani allo stesso tempo», ha detto. Poco dopo essere atterrata all’aeroporto di Malpensa, Giovanna è stata interrogata dagli investigatori italiani per ripercorrere la vicenda che l’ha trattenuta a Istanbul. «Sta bene, ma naturalmente ha bisogno di qualche giorno di tranquillità», hanno spiegato i genitori della 22enne. «La cosa più impressionante per lei è stata vedere le donne e i bambini trattenuti nel centro», ha raccontato il padre Marco al Corriere. Lei è stata trattata bene e rispettata, ma le condizioni delle persone che restano anche molto a lungo in quella struttura sono difficilissime», ha proseguito. «Le donne detenute l’hanno aiutata tantissimo: nonostante la loro situazione, le hanno dato da mangiare e da bere, le hanno prestato la scheda telefonica per chiamare casa, per distrarla hanno cantato con lei le canzoni italiane».

VUOLE AIUTARE LE DONNE DETENUTE
La preoccupazione di Giovanna, non appena avrà rielaborato quell’esperienza difficile, è fare qualcosa per quelle donne detenute e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle loro condizioni . «Pensa alle persone che non hanno la fortuna di avere un Paese che si preoccupi per loro e sappia cosa fare. Questa è la sua prima preoccupazione», ha spiegato il padre. «Oggi l’uso dei social è enorme, non ci si rende nemmeno conto, spesso non si pensa a eventuali possibili conseguenze», dice ancora. «Non spetta a noi analizzare cosa sia accaduto. L’unica certezza è che mia figlia è stata arrestata poco dopo essere arrivata in Turchia. Per fortuna è finito tutto nel migliore dei modi».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 25-03-2016 01:24 PM


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