«Ecco come sono fuggita dall'Isis»

Il racconto di Sophie Kasiki, la donna che ha vissuto insieme al figlio quasi dieci mesi a Raqqa tra i guerriglieri dello stato islamico, è diventato un libro. Ecco la sua storia.

9788867023356_fuggita_dallisisUn viaggio all’inferno. Andata e ritorno. Con la voglia e la capacità di raccontarlo per impedire che altre donne commettano il suo stesso sbaglio. È la storia di Sophie Kasiki, donna francese di 34 anni che non ha esistato a portare suo figlio nella terra dell’orrore. In quella stessa terra dove vige la legge della violenza e del terrore, quella della forza bruta e della morte. Questo non sembrava essere un problema per Sophie che, insieme a quel frugoletto di appena 4 anni, ha abbandonato l’Europa in direzione di Raqqa, fortezza dello Stato Islamico, per unirsi ai miliziani dell’Isis. La giovane indottrinata non voleva «fare la guerra» ma semplicemente aiutare, magari nel reparto maternità di un ospedale infantile. Una realtà ben diversa attendeva però la donna, tornata a casa per raccontarla in un libro, Fuggita dall’Isis ed edito nel 2016 da Tre60, che racconta un’avventura ben diversa da quella che si immaginava di vivere.

LA SCELTA
Quella di Sophie è una storia comune, di quelle che vengono vissute quotidianamente da uomini e donne in tutto il mondo. A Parigi era ben inserita nella società. Aveva un lavoro qualificato, dato che faceva l’assistente sociale nelle balieau della capitale. Forse è questo che l’ha fregata. «Sono entrata in contatto via Skype con tre ragazzi che erano partiti per la Siria, dei ventenni che avevano deciso di unirsi all’Isis. Volevo convincerli a tornare, invece sono stati loro a persuadermi ad andare laggiù, con la scusa di lavorare nel reparto maternità di un ospedale», ha raccontato la donna a D - la Repubblica delle donne. Anche perché lei quei tre li conosceva bene, giocavano spesso con suo figlio e si erano dimostrati sempre gentili ed educati. Da qui la scelta di andare a Raqqa nella speranza di fare del bene.

ALL’INFERNO
Ma quelli che dovevano essere buoni propositi si sono rivelati in un’interminabile sequenza di scelte sbagliate. Quando Sophie è arrivata in Siria quei tre uomini si sono dimostrati ben altre persone. Non appena la donna ha capito che non c’era alcun ospedale dove avrebbe potuto dare una mano o lavorare, e dopo aver manifestato la volontà di tornare a casa, la situazione è degenerata. «Sono diventati aggressivi nei miei confronti, mi hanno portato via il telefonino e isolato». Una situazione drammatica, percepita anche da quel picolo di 4 anni che la donna si era portata dietro. Poi la fuga, disperata e raccontata tra le pagine del suo libro.

TRAUMA
Ma quei dieci mesi vissuti nel terrore hanno lasciato degli strascichi sia su Sophie che sul suo bambino: «Quando siamo fuggiti dalla prigione in cui ci avevano rinchiuso ha cominciato a essere molto turbato, non capiva cosa stesse succedendo, dove stessimo andando. Gli ho chiesto di essere coraggioso, perché avremmo intrapreso un viaggio per tornare a casa, da papà e dai nonni. E lui ha capito». Una paura che il piccolo si porta dietro ancora oggi nonostante gli anni abbiano un po’ mitigato il terribile ricordo. «Io invece non mi perdonerò di averlo portato in quell’inferno. Prima o poi dovrò raccontargli perché la sua mamma l’ha preso e l’ha portato a Raqqa. Ho deciso di non nascondergli la verità, perché sono convinta che un bambino abbia gli strumenti per capire e il diritto di sapere».

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Publicato in: Attualità, libri, persone, Protagonisti Argomenti: , , Data: 21-03-2016 06:29 PM


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